Zona commerciale: passare dalle parole alle iniziative sinergiche

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Zona Commerciale MisterbiancoSorpresa, disagio, delusione, amarezza. Chi arriva da fuori, non può che provare qualcosa di spiacevole. La zona commerciale di Misterbianco rispecchia forse in piccolo l’Italia di oggi, dove industria, commercio e artigianato di casa nostra in gran parte chiudono desolatamente bottega (spesso con drammi ora eclatanti ora nascosti) e cedono il passo agli stranieri, nonostante ottimistici proclami governativi e timidi segni reali di ripresa.

Termometro gelido dei tempi, ma anche dei forti problemi quotidiani, della scarsa fiducia, della rassegnazione, della mancanza di tenacia, competitività e vero spirito imprenditoriale (coraggioso e innovativo) di tanti, con poche quanto lodevolissime eccezioni. Pubblico e privato generalmente sconfitti, nei fatti, da una realtà (socioeconomica e di mercato) che li sovrasta inesorabile e impietosa. Il resto lo fanno le imposte, tassazioni e contribuzioni, l’alto costo del lavoro, la crisi economica di moltissime famiglie ed il calo dei consumi. Da tempo ormai, è crisi grave ed evidente di presenze, attività ed attrattività.

Situata tra il mare, le colline e l’Etna, in una posizione invidiabile da cui si possono raggiungere agevolmente anche le altre province, Misterbianco – che avrà forse solo tra qualche anno la metropolitana - avrebbe potuto avere nei Sieli un parco naturale meraviglioso e invidiabile, costituire un’attrazione culturale e turistica di assoluto prestigio con le sue vestigia. E la sua zona commerciale, tra le più vaste del meridione, potrebbe avere attrezzature ed attrazioni di primissimo piano, assieme con un artigianato ed attività produttive e agricole eredi di un passato orgoglioso. Un potenziale punto di riferimento socioeconomico per l’intera provincia ed oltre. Ma le mani della politica e della burocrazia della nostra regione ne hanno fin qui compromesso ogni storia ed ogni sogno.

A parte le carenze di verde pubblico, illuminazione, bitumazione, segnaletica stradale e magari bus-navetta (su cui potrebbe intervenire il Comune), che rendono il territorio degradato e insicuro, si deve anche avere a che fare con i danni degli allagamenti a seguito dei nubifragi, per il mancato completamento (da lunghi anni) del canale di gronda. Il futuro della zona commerciale, legato anche alla nascitura “città metropolitana” ed a prospettive di possibili finanziamenti europei, è tutto da scrivere e da vivere. Ma bisognerebbe davvero saper pensare ed agire in grande, con sinergie e volontà e capacità del tutto nuove, diverse e confortanti, anziché piangersi addosso.

“Fiore all’occhiello” dell’economia del territorio tra gli anni 70 e 80, quando un gruppo di commercianti coraggiosi decise di investire lì dove pascolavano le pecore, creando attività artigianali prima, trasformate in punti vendita all’ingrosso e al dettaglio poi, la zona commerciale nata ai piedi di Misterbianco oggi vive mortificata un momento di desolazione. I vicini mega-Centri (Etnapolis, Katané, Centro Sicilia, Porte di Catania) da anni ormai rappresentano il nuovo che quasi tutto fagocita. Scomparsi tanti nomi anche noti e “storici”, in qualche caso ne rimangono solo le insegne a porte chiuse. Sono in pochi - tra corso Carlo Marx, via Aldo Moro e la circonvallazione a sud - ad avere resistito, avendo tradizione, tenacia, competenza e solidità. A parte le “sofferenze” dei negozianti del vecchio centro storico Per il resto, capannoni chiusi (sarebbe un lungo, penoso elenco) o riaperti con le lanterne e gli ideogrammi cinesi e nuovi nomi e slogan anche bilingue. Il “fenomeno cinese” ha dato il colpo di grazia, snaturando l’area con pesanti ripercussioni di carattere economico e d’immagine. Ed a tanti il cuore si stringe, pensando a quella stessa area che soprattutto nell’abbigliamento aveva attirato fino agli anni 90 significativi investimenti.

A Misterbianco le analisi e le denunce si sono vanamente moltiplicate nel tempo, così come gli incontri, i confronti, i tentativi di guardarsi in faccia, di collaborare ed affrontare assieme la situazione con pragmatismo, lungimiranza e voglia di far “rete” per un rilancio necessario e non più procrastinabile. Ce ne siamo qui occupati più volte nell’ultimo biennio. La tendenza resta quella di andare ognuno sistematicamente per conto suo, e quasi inevitabilmente perdere. Non tutte le responsabilità sono ovviamente della politica e dell’amministrazione, in un contesto troppo spesso improntato all’individualismo suicida, all’approssimazione, all’innata diffidenza, all’assistenzialismo, alle chiacchere sterili. Ormai da troppo tempo si grida di dover “voltar pagina”, si invocano “rilancio e riscatto”, ma la realtà finora non cambia, emblema in buona parte di una Sicilia dalle potenzialità enormi buttate a mare senza alibi quasi per nessuno.

Di fronte a una crisi devastante senza precedenti, c’è da vincere assieme una “sfida” importante per tutti. Ed occorre di certo l’adesione convinta degli imprenditori, con le loro idee e iniziative, per realizzare una fase progettuale e operativa capace di imprimere la svolta necessaria. In sinergia tra pubblico e privato, perchè da soli non si va da nessuna parte. Oltre alle idee chiare e alla volontà politica, non c’è sviluppo sostenibile senza un approccio integrato ed un metodo partecipato. Ed in mancanza di risorse economiche, occorrono anche validi e vincenti progetti europei.

Non è più tempo di lamentele e proteste, bensì di autoanalisi, coraggio, intraprendenza; capacità di stare e progettare insieme, di creare una “offerta” qualificata che non c’è, con le necessarie infrastrutture, di essere capaci di “marketing” nazionale, di passare finalmente dall’eterno spontaneismo perdente all’imprenditorialità manageriale. Questo importante territorio al centro di snodi logistici importanti merita sinergie vere e tempestive per superare il presente e costruire il futuro. Se non da ora, quando?

Roberto Fatuzzo
La Sicilia
25/01/2016

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