"Preti di frontiera": Il misterbianchese padre Nino Vitanza a Monte Po

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Padre Nino Vitanza«Sai che questa parrocchia non è della Chiesa di Catania? E’ della Regione, che però non se ne cura. Quando è nato Monte Po, nel quartiere doveva pur esserci una chiesa, l’hanno costruita e affidata all’Arcivescovo. Nelle mappe catastali di Monte Po, questa chiesa non esiste, aspettiamo ancora che la diano alla Chiesa di Catania. E noi parrocchiani dobbiamo provvedere a comprare tutto l’occorrente per la manutenzione. In questi anni, qui sono venuti in tanti, parlamentari regionali, consiglieri comunali, dicendoci: “Ci pensiamo noi”, e poi spariti. E qui la chiesa sta facendo acqua da ogni parte, ci vorrebbero alcune migliaia di euro per vari lavori, ma nessuno si interessa».

Così ci accoglie padre Nino Vitanza, 62 anni, di cui 32 di sacerdozio.
Cresciuto nella comunità parrocchiale di San Nicolò a Misterbianco, poi viceparroco della stessa per 7 anni, quindi parroco alla Chiesa Madre di Motta S.A. per 4 anni, dopo per 10 anni vicario per la pastorale in Diocesi, infine da 11 anni parroco a Monte Po. E’ anche “amministratore parrocchiale” al villaggio S. Agata, assistente spirituale dell’Uciim di Misterbianco e impegnato nella pastorale familiare con il movimento “Incontro matrimoniale”. «Ho lasciato ogni altro incarico, sono troppo oberato». Con lui, vive e opera in parrocchia il viceparroco don Francesco Nicolosi. Qui ci fu anzitutto mons. Agatino Caruso, che faceva chiesa in un garage in piazza Mercato, poi don Gaetano Zito quando nacque la chiesa attuale.

Le attività parrocchiali? «Il catechismo, con circa 140 bambini. Ma per i genitori è importante solo per arrivare alla cresima, sia per il futuro matrimonio, sia per poter fare o avere un giorno il “padrino”, ruolo sociale qui “sacro”. Impegniamo i bambini con lo sport, le famiglie con un campo di bocce. C’è un magnifico Gruppo famiglie, un altro gruppo misto con bambini portatori di handicap anche provenienti da fuori, sta nascendo un “gruppo coppie”. Abbiamo solo alcuni giovani impegnati. Svolgiamo serate di fraternità. Molti del quartiere vengono qui per un aiuto, alcuni li mandiamo alla Caritas diocesana; li aiutiamo col Banco alimentare, almeno 80 famiglie chiedono il pagamento di bollette e cose varie, abbiamo da anni un “Centro di ascolto” con volontari motivati che vengono da fuori, ascoltano e si prodigano, dando un aiuto economico».

Un’analisi serena e cruda, quella di padre Nino. Come fai a fare Chiesa qui? «Chiedono di parlare dei loro problemi, la gente vuole parlare e confrontarsi. Ma difficilmente sono disposti a cambiare, vogliono essere così». Chi ti aiuta in parrocchia? «Il gruppo famiglie, il nucleo portante che fa quasi tutto, e tre suore Monfortane nate nel quartiere». Quanta gente frequenta la Chiesa? «A parte battesimi e funerali e “intenzioni dei morti”, solo un paio di matrimoni all’anno; la gente aspetta di raggranellare i soldi per la festa e sposarsi nelle chiese del centro di Catania, una specie di riscatto. Natale, Pasqua? Macchè, vengono solo i soliti del sabato (Messa dei bambini del catechismo) e della domenica, e gli amici da fuori».

«Qui non ti chiedono cammini di fede, ma “eventi” religiosi. Una religiosità popolare fatta di un rapporto con il sacro davvero incredibile, con un Dio in cui credono come Ente astratto che ti può proteggere o distruggere quando vuole, e solo di Lui hanno paura. La gente è pragmatica, non accetta riflessioni su cose spirituali». Però, da questo contesto difficile, nessun ostacolo o ostilità: «C’è moltissimo rispetto per la Chiesa come luogo sacro e per Dio, ma una pratica di fede quasi nulla».

«Oltre al profondo disagio sociale, c’è anzitutto un problema culturale. La gente pensa che la scuola non abbia senso, perchè “non ti dà da mangiare”. La dispersione scolastica ufficialmente non risultava, qualche anno fa è stata scoperta, le famiglie convocate dal tribunale ma parecchi bambini e ragazzi non vanno comunque a scuola, restano in giro. In genere, molti degli abitanti svolgono lavori di basso profilo, tantissimi sono disoccupati. Reddito medio e qualità della vita sono scadenti. E dei servizi sociali, da tempo non ho notizie».

Cosa timanca che vorresti fare? «La pastorale giovanile, ad esempio, ma i ragazzi preferiscono un prete giovane che stia sempre con loro». Hai mai chiesto di andare altrove? «Mai. Scaduto il mio primo mandato di 9 anni, ho chiesto all’Arcivescovo di rimanere qui. Per proseguire un’avventura “di frontiera” che mi ha fatto scoprire tante cose; è qui che mi sono completato come sacerdote. E devi seminare senza alcuna aspettativa». Poi ci lasciamo, don Nino deve preparare il pranzo per sè e padre Francesco.

IL QUARTIERE
Progettato come “appendice-satellite” di Catania a scopo di edikizia residenziale pubblica e realizzato a partire dal 1969, su una superficie di 25 ettari, il quartiere Monte Po fino ai primi anni 70 era sprovvisto di tutti i servizi; molto dopo, le opere di infrastrutturazione primaria, come le strade asfaltate, l'illuminazione pubblica, gli autobus urbani, gli edifici scolastici e una chiesa.

Infrastrutture e servizi pubblici: un Centro servizi-delegazione del Comune; un campetto di calcio; un paio di piccoli spazi a verde; un asilo nido, un Istituto comprensivo, un Istituto alberghiero e un ufficio postale. In più, una farmacia, un bar e una tabaccheria. Punti di riferimento e ritrovo: la parrocchia, il campetto sportivo, una sala giochi e un chiosco che «rappresenta un pò la vedetta del quartiere».

Circa 5mila abitanti, forse di più; «ma tante persone non ci dimorano, tante case sono sfitte o in vendita e non le compra nessuno. Molte persone senza casa, più nuclei familiari nella stessa dimora, e tanta promiscuità». La politica? «Per un periodo – ci dicono - ci fu il dominio di un noto leader votatissimo. Alle ultime “regionali” qui hanno votato a destra per il presidente, a centrosinistra per l’Ars, per coprirsi da entrambe le parti. Purtroppo, si ha l’impressione che tu possa comprare la gente con un piatto di lenticchie. Ad ogni elezione, c’è il passaparola, non si sa da chi deciso, e si fa così».

Boss del territorio? «Mafia no, solo gruppetti, cani sciolti, incontrollabili, delinquenti per necessità, chi ruba motorini o altro, chi spaccia droga. E’ il loro mestiere per sopravvivere, sbarcano il lunario come credono. C’è tantissima disoccupazione. Senza scolarità nè lavoro, si arrangiano come possono. Posteggiatori abusivi o venditori ambulanti alla Fiera». Niente omicidi da anni, «ma botte sì, altrochè, anche tra donne». Presenza dello Stato? «Ogni tanto. Ne arrestano, ma dopo pochi giorni li rivedi in giro».

TESTIMONIANZE
A Monte Po, il dott. Salvatore Maugeri ha dal 1979 il suo affollato ambulatorio medico. Un nugolo di pazienti con tante storie di vita e sofferenze. «La qualità di vita media purtroppo non sembra dignitosa, ma ho notato un forte senso della famiglia (con la peculiarità eccezionale di nuclei numerosi anche di otto o nove figli); e poi un significativo spirito di appartenenza al quartiere, che forse 40 anni fa non c’era».

Un parrocchiano del Gruppo famiglie ci racconta: «Tante promesse, ma nessuno sembra pensare a noi. Una delle cose più brutte ci è capitata per il piccolo campo sportivo da sistemare che abbiamo qui. Ci dissero che il cantante Ligabue aveva donato dei fondi per le strutture parrocchiali disagiate. Si fece richiesta, ma al parroco a un certo punto risposero: Padre, i soldi sono spariti…».

Alessio, 21 anni, è impegnato da sette anni in parrocchia: «Qui è l’unico posto dove si possa fare qualcosa di bello soprattutto con i ragazzi. Ma è difficile aggregarli, molti temono di essere presi in giro dagli altri, perché frequentare la Chiesa viene interpretato come doversi fare preti. Loro preferiscono stare in piazza. Ma continueremo a cercare di coinvolgerli». Carmelo, 18 anni, è stato coinvolto in Chiesa proprio da Alessio, e potrebbe fare altrettanto con altri: «Ho capito che era una buona strada, padre Nino ci dà fiducia, anche per aiutare altri ragazzi e diffondere un messaggio per un modo diverso di stare assieme, di impegnarsi e divertirsi, di dare un senso alla propria vita. Abbiamo costituito un gruppo teatrale, qui si possono fare giochi e sport, c’è tanto di bello». In carenza di sacerdoti, ai laici e ai giovani motivati è affidata la" partita" della testimonianza cristiana.

Roberto Fatuzzo
La Sicilia
3/12/2017

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