L'omicidio del segretario Dc. "Così abbiamo ucciso Arena"

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Omicidio Paolo ArenaIl politico misterbianchese è stato assassinato nel 1991. Luciano Cavallaro è il teste chiave del processo.

CATANIA – Un film nel film. Questa è stata la sensazione provata ascoltando l’esame di Luciano Cavallaro, pentito e teste chiave del processo contro Gaetano Nicotra e Nino Rivilli, accusati rispettivamente di essere mandante e killer dell’ex segretario Dc misterbianchese Paolo Arena ucciso nel 1991.

Il processo, che si celebra davanti alla Corte d’Assise, si è svolto nell’aula Serafino Famà, ormai da mesi attrezzata con divisori in plexiglass per l’emergenza Covid-19. Le sedute riservate al pubblico erano (quasi) vuote.

Il teste chiave
L’ex soldato del clan Nicotra di Misterbianco, in videoconferenza, ha risposto alle domande del pm Marco Bisogni ricordando quella mattina di settembre del 1991, quando lui e Nino Rivilli avrebbero ucciso a colpi di lupara il politico misterbianchese.

Un omicidio che sarebbe stato deciso da Gaetano Nicotra, fratello del boss ucciso nel 1989 Mario u Tuppu, per punirlo di aver concesso favori (strettamente legati agli appalti) al clan rivale del Malpassotu. E in particolare al gruppo di Orazio Pino, ucciso qualche tempo fa in Liguria, che è stato per molto tempo legatissimo al boss scomparso Giuseppe Pulvirenti. Entrambi negli anni 90 hanno deciso di collaborare con la giustizia.

Quella guerra di mafia tra i due clan, fece scappare i Nicotra da Misterbianco alla volta della Toscana. Ed è in quella terra che sarebbe stata decisa la condanna a morte di Arena.

La mattina dell’omicidio
“Quella mattina abbiamo fatto un paio di giri con l’Alfa 75 per rintracciarlo, poi ci hanno detto che Paolo Arena stava posteggiando e lo abbiamo raggiunto. Appena Arena è sceso dalla macchina Rivilli ha sparato il primo colpo con la lupara, poi io gli ho sparato in faccia con il fucile”, racconta Cavallaro nel corso dell’esame.

Il sostituto procuratore Bisogni al termine del racconto però fa (come si dice in gergo giudiziario) una contestazione relativamente a una dichiarazione messa a verbale. Il pentito, infatti, aveva rilevato che Nino Rivilli, esponente storico del clan Nicotra, aveva sparato con una pistola. Cavallaro conferma quanto detto in udienza: “Ha sparato con il fucile”. Il ricordo precedente sarebbe stato quindi errato per una serie di circostanze.

Su questo cambio di versione si sono concentrate molte delle domande del controesame, in particolare degli avvocati Vittorio Basile, difensore di Nicotra, e Francesco Antille, difensore di Rivilli. Anche il presidente della Corte, Filippo Pennisi, ha fatto domande precise al teste soprattutto sul tipo di arma usata e sulla successione dei colpi.

La mattina dell’omicidio, a pochi metri dalla scena del crimine, si stava celebrando un matrimonio. Cavallaro per farsi spazio tra la folla di ospiti delle nozze avrebbe sparato “uno o due colpi in aria con la 38” che aveva portato. A dire del collaboratore, infatti, sia lui che Rivilli avrebbero avuto sia un fucile che una pistola.

I due poi si sarebbero nascosti fino al calar della sera, poi avrebbero bruciato l’Alfa 75 rubata e avrebbero seppellito i fucili, però mai più ritrovati. “Dopo l’omicidio siamo tornati a Firenze. E abbiamo detto a Nicotra quello che avevamo fatto”, spiega.

Il ritorno dei Nicotra
L’esame del teste continua su altri due filoni: uno è quello del ritorno dei Nicotra a Misterbianco negli anni 2000 e l’altro è il percorso che ha fatto decidere Cavallaro di voltare le spalle alla mafia per diventare un collaboratore di giustizia.

Con il clan Pulvirenti fuori dai giochi, i Tuppi (questo il nomignolo mafioso del gruppo) avrebbero deciso di riconquistare a livello criminale Misterbianco. Per fare questo però sarebbe stato necessario creare un’alleanza mafiosa. Ci sarebbe stato un tentativo con Iano Lo Giudice, boss dei Bonaccorsi-Carateddi (frangia militare del clan Cappello). L’accordo però saltò. “Era troppo pazzo, stava facendo la guerra a Catania”, spiega Cavallaro al pm.

E allora Tano Nicotra avrebbe siglato in carcere un ‘pax mafiosa’ con Santo Mazzei. Di fatto, così, si sarebbe creata a Misterbianco una cellula di una delle famiglie catanesi di Cosa nostra. I primi affari criminali sono “droga, usura ed estorsioni”.

Il debito e la decisione di collaborare
I rapporti tra Rivilli e Cavallaro si sarebbero inclinati nel tempo. La situazione sarebbe precipitata quando Cavallaro nel 2015 finisce in carcere per una tentata rapina. L’ex soldato dei Nicotra avrebbe avuto un debito con i Mazzei – in particolare con Gioacchino Intravaia, cognato di Nuccio Mazzei – che non sarebbe riuscito a onorare.

L’esponente dei ‘carcagnusi’ sarebbe andato da Rivilli a battere cassa per quel conto da saldare, ma quest’ultimo avrebbe detto a Intravaia che non aveva interesse in Cavallaro e sarebbero stati liberi di agire come meglio credevano. A quel punto sarebbero arrivate anche minacce alla moglie del pentito, che in un primo momento avrebbe mandato messaggi diretti a Nicotra avvertendolo di lasciar perdere la consorte. Ma poi avrebbe maturato la decisione di collaborare. “Ancora aspetto la risposta di Nicotra”, commenta Cavallaro.

Laura Distefano
livesicilia.it
09/09/2020

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