Le incredibili avventure di Misterbianco, il comune senza mafia sciolto per mafia…

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Nino Di Guardo - MisterbiancoIn mezzo secolo di militanza politica ho ricoperto diverse cariche istituzionali. Sono stato eletto Consigliere comunale, Consigliere provinciale, Deputato regionale e per ben cinque volte Sindaco di Misterbianco, cittadina di 50.000 abitanti situata alle porte di Catania.

Nel ’91 l’efferato omicidio di Paolo Arena, vero dominus dell’attività amministrativa di quegli anni, mi fece capire che la mafia era entrata nel palazzo comunale. Sfidando diffidenze, invettive, accuse di sciacallaggio, ho denunciato alla pubblica opinione quella verità che si voleva celare. Ho rischiato la vita, finendo sotto scorta, per fare emergere quei terribili intrecci e liberare la comunità dalla cappa di malgoverno e corruzione che la opprimeva. La mia intervista a Giorgio Bocca, pubblicata su La Repubblica, aprì la strada allo scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni mafiose.

Nel ’93 sono stato eletto sindaco direttamente dal popolo. Si chiuse quella drammatica stagione e si avviò la rinascita di una nuova Misterbianco fondata sulla legalità e il buongoverno. Da allora ho dedicato gran parte della mia vita e delle mie energie al mio Comune che, sotto la mia guida, è diventato un esempio di buongoverno: dai parchi gioco e dai campetti di calcio per i bambini alla raccolta differenziata che ha raggiunto il 60%, consistenti avanzi di amministrazione e significativi saldi di cassa. A distanza di ventotto anni, il 26 settembre 2019, accade l’imprevedibile: il Consiglio comunale di Misterbianco viene nuovamente sciolto per mafia. Come un fulmine a ciel sereno, un provvedimento così grave colpiva ingiustamente l’amministrazione cittadina da me guidata condannandola senza appello, per una sorta di legge del contrappasso, alla più umiliante delle pene. Perché lo scioglimento per mafia non solo annulla un consiglio comunale, un sindaco e una giunta, è una macchia di infamia per un’intera comunità. Sono caduto in una disperazione infinita, ho perso l’appetito e non riuscivo a prendere sonno. Alla morte civile e politica a cui ero stato condannato ho risposto con la lotta civile e politica: con comizi, conferenze stampa e lo sciopero della fame davanti al palazzo comunale. Ho inviato perfino una lettera al Presidente della Repubblica invocandolo a non firmare quello sciagurato provvedimento.

Una volta pubblicato il decreto e letta la relazione del prefetto, sono rimasto ancora più allibito e sconvolto per la superficialità delle argomentazioni svolte, fondate su fatti ricostruiti in modo del tutto arbitrario o addirittura inesistenti. Il pretesto per sciogliere il comune di Misterbianco era stato offerto dagli arresti domiciliari per intestazione fittizia comminati al mio vicesindaco, Carmelo Santapaola, nell’ambito dell’inchiesta della Dda catanese su mafia e scommesse, denominata “Revolution bet”. Da questa vicenda, tuttavia, non emergeva alcun elemento da cui potesse desumersi l’influenza e il condizionamento mafioso nella vita amministrativa di Misterbianco. Già nella stessa ordinanza del Gip si leggeva che il vicesindaco non era affiliato o appartenente ad alcun sodalizio mafioso. Si riconosceva che l’ipotizzato reato non era stato commesso per favorire l’associazione mafiosa Santapaola-Ercolano. Per giunta, i fatti contestati si collocavano nel periodo in cui Carmelo Santapaola non rivestiva alcuna carica pubblica. È chiaro, quindi, che la vicenda giudiziaria che ha coinvolto l’ex vicesindaco, seppur grave, atteneva esclusivamente alla sua sfera privata. Ho deciso di scrivere un libro che ho intitolato “Crimine di Stato – Storia di un delitto imperfetto” per smentire tutte le illazioni e le bugie contenute in quella relazione e per denunciare l’assurdità di una procedura che conferisce al prefetto una discrezionalità assoluta senza che le amministrazioni colpite abbiano modo di intervenire in contraddittorio. Il prefetto, infatti, sulla base della relazione della commissione ispettiva da lui stesso nominata, dispone a suo piacimento della sorte degli Organi comunali democraticamente eletti. Tali procedure ricordano i processi alle streghe di alcuni secoli fa diventando di fatto strumento del potere politico per liberarsi di amministratori scomodi.

Tutto ciò è intollerabile in uno Stato di diritto. Non si può sopportare di subire senza la possibilità di replicare prima dello scioglimento del Consiglio, se è vero che l’Italia è una Repubblica democratica e non uno Stato di polizia. L’antimafia non può assumere i metodi della mafia. Dichiarare di agire in nome della lotta alla mafia non è garanzia di alcunché. Vi sono fin troppi dolorosi esempi che mostrano come sotto la copertura della crociata antimafia sia alla fine proprio la legalità a riportare le maggiori ferite. Nessun vero contrasto al potere mafioso e al malaffare è stato posto in essere ma un solo clamoroso obiettivo è stato raggiunto: fermare una amministrazione che ha bene operato, nella legalità e nel rispetto del bene comune e far tacere il suo sindaco, unica voce istituzionale che si è sempre levata inflessibilmente contro la mega discarica sita a due passi dal centro del paese. E forse, proprio nello spaventoso intreccio di interessi economici e politici che le stanno dietro, sta la chiave di lettura di questo provvedimento altrimenti incomprensibile. Con lo scioglimento dei comuni per mano dei prefetti si lascia intendere che, nella lotta alla mafia, la democrazia stessa è un sistema superato, che le procedure costituzionali, le elezioni, le istituzioni rappresentative, il confronto politico, la partecipazione popolare, sono forme anacronistiche della vita politica.

Per questo ho deciso di aderire alle iniziative promosse da Nessuno tocchi Caino. Ho preso la parola al Consiglio Direttivo che si è svolto nel mese di giugno e aspetto l’ultima decade di settembre, quando “Il viaggio della speranza” che l’Associazione radicale ha organizzato in Sicilia farà tappa a Misterbianco. Sarà il giorno del mio riscatto personale e dell’onore restituito a una intera comunità che non accetta che alla terribilità della mafia si risponda con una terribilità uguale e contraria, con la fine dello Stato di Diritto e il ritorno allo Stato dei Prefetti d’epoca fascista.

Pubblicato, in collaborazione con Nessuno tocchi Caino, la quinta di un ciclo di storie sulle vittime delle misure interdittive e di prevenzione antimafia.

Nino Di Guardo
ex Sindaco di Misterbianco
ilriformista.it
28/08/2020

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