La cronaca dell'eruzione del 1669 - Ricostruzione dell'evento - Testi originali

Versione stampabileVersione stampabile

Stampa 1669Alcune notizie, o circostanze, che riferisconsi, non solo dai nostri Scrittori, ma pure dal conte Winchelsen, Signore Inglese, che ritornava da Costantinopoli, ove aveva dimorato in qualità di Ambasciatore del suo Re, mentre perdurava questo incendio, e si trattenne apposta nel nostro Mare, e poi scese in Città convitato dal Vescovo. Arrivato questi in Napoli scrisse al suo Re una lettera questo avvenimento, e questa lettera fu inserita nella Relazione del suo viaggio dal Sig. Cavaliere Hamilton, d’onde fu tradotta amie preghiere in lingua francese da Madama Sara Schenden, Signorina di sommi meriti, quando questa venne in questa Città con suo marito il Sig .Scheuden mio singolare padrone. Valendomi dunque di questa lettera addurò un nuovo testimonio oculare, incapacedi caricare ed esagerare, essendo un straniero portato di sua natura alla semplice verità.

"L’anno della Natività del Signore nostro G. C. figlio di Dio indiz. 1669. 8.di Marzo giorno di venerdì di quaresima ad ore ventitré dell’inteso essendo Cappellano della Chiesa maggiore di questa Terra di Nicolosi io Sacerdote D. Vincenzo Macrì, avendo deposto il Santissimo Sacramento dell’Altare, ed avendolo riposto nel suo sacro tabernacolo della stessa Chiesa sotto titolo dello Spirito Santo; venne un terribilissimo turbine di vento, che pareva voler conquassare le fabbriche di detta Chiesa, dove si avevano ragunato molte genti di detta Terra. Durò circa un quarto e mezzo, e mezzo d’ora; dopo quel turbine si vidde l’aere tutto infocato, per il che ne sentimmo scoppiare il cuore, e fattoni animo l’un all’altro uscimmo fuori .”. La notte circa alle ore tre cominciò il terremoto, e seguitò spasseggiando, ed a poco a poco andava crescendo di manera che fummo costretti levarci da letti, e vigilare. E tanto avanzò detto terremoto, che vedemmo muovere la terra, gli alberi, e le fabbriche, come se fossero stati legni sopra le acque".
"Seguì il terremoto crescendo di modo che ognuno dubitava di entrare dentro le case, nè di notte, né di giorno, e quando entravamo nelle Chiese per celebrare il divino Sacrificio della Messa, era con molta celerità e sollecitudine. "
" Seguì il terremoto il sabato; e domenica si cominciavano ad atterrare le fabbriche e mura delle strade, e vigne assieme cogli animi nostri. Le genti impaurite, ed ognuno gridava: misericordia. Stavamo fuori le case sotto canizze (stuore tessute di canne spesse) fatte a modo di capanne.”.

" Crèsciano li terremoti, crèscia la paura, e mancava l’animo; tanto che a 10 dello stesso domenica ad ore 6 della notte, quando che stava per tramontare la Luna, venne un tanto terribile terremoto, che non solamente caddero tutte le fabbriche, ma molte persone cadevano ancora, non potendo stare in piedi. Ed a tale fummo costretti, ad abbandonare non solamente le case, la roba, e la Patria, m’eziandio figli, e parenti, e fuggire; e così piangendo a notte senza lume, e senza vie atterriti e spaventati, ni fuggimmo nella contada delle Falliche, che stava ad un quarto di miglio dalli Nicolosi verso mezzogiorno, cadendo, stramazzando, dove malvivi ne raccorsimo, ed ognuno ricercava li suoi parenti: la più gran pena siera delle povere donne gravide, e madri e padri, che carriavano li figli, e figliuole a scuro di terribil notte. Passò dunque il resto della notte sopra di un colle, dove vi era un gran piede di oliva, onde accesimo il fuoco, e pregando il Signore venne il giorno del lunedì undici istesso Marzo. Tornai io e molti per vedere se vi avessero restato case in piede, e trovai che la mia casa stava, e volendo darci qualche riparo, cercai di puntellarla con legname. E così facendo venne un terribilissimo terremoto, che io ed altri che stavamo puntillando ni viddimo uccisi dalli stessi legni, e così alla meglio che pottimo, fuggimmo. Allora si aprì la terra, e fecesi una spaventosa fenditura lunga circa dodici miglia, che cominciava nel piano di S. Lio, e terminava nella vetta dell’ Etna sotto M. Frumento, e quantunque fosse stata un poco tortuosa, era però la sua direzione da mezzogiorno a tramontana. La sua larghezza fu trovata ove 4. ed ove 6. piedi, ma la profondità credeasi imperscrutabile secondo i saggi che se ne fecero (Borelli). Ritornati alle Falliche, all’ore 19.in 20. venne un veementissimo terremoto, e poco dopo se ne fece un’altro peggio che il primo. Ond’ io, il Sacerdote D. Mario Rapisarda ed altra gente fuggimmo per la via di Catania; essendo alla Mascalucia all’ore 22. Dello stesso giorno lunedì undici Marzo, il fuoco di Mongibello aprì la terra, la quale tanto avia battuto e ribattuto, e feci la prima apertura nella sciara verso l’occidente del M. Nucilla, la seconda nella chiusa chiamata dell’Insiti, et ad ore ventitre quell’altre bocche dietro il nuovo monte, che per insino ad ora si vedono.,Il Sig Mancini dice che dalla prima voragine si alzò in aria una gran colonna di fumo ed arena che da Catania si calcolava esser alta 500. passi. Il Sig. Borelli dice, che fra due ore si aprirono sei voragini poste tutte fil filo nella stessa direzione da tramontana a mezzogiorno, dalle quali si cacciava con urli, e strepiti spaventosissimi un denso nero fumo. Io però dopo quasi un secolo ne ho trovate ancora esistenti più di dieci, e forse ancora più di 12, come appresso diremo.

Et ad ore ventiquattro si aprì la bocca grande, da dove si fece il nuovo monte, e fu nella sciara verso l’oriente del sepolto monte detto Salazara ad un tiro di mano. Da questa bocca cominciò subito a saltare in aria un denso fumo con pietre roventi fra torridi tuoni, e spessi tremuoti, e passate alcune ore cominciò a sboccare dalla stessa voragine un’immensa quantità di materia liquida, che ha guisa di un fiume largo più di due miglia, ed alto due canne, scorrendo dritto verso mezzogiorno andò ad urtare nella base dell’antico vulcano detto Mompilieri. Di là mutato camino verso occidente, e devastate molte case di campagna abbatté sulle ore sei di quella notte il quartiere della Guardia. Riprese ai 12 di Marzo novamente il corso per mezzogiorno, ed arrivato a Belpasso, ingombrò quella ricca terra popolata di otto mila persone. Tutta questa strage fu fatta nel giro di venti ore, altro di essa non restò in piedi, che il Convento dei PP. Riformati, e poche case.
Nè lasciò in quel giorno di scaricarsi sopra alcune casine di campagna, che stavano intorno di quella Terra. Mentre così spaziavasi quell’ampio fiume ardente, essendo già vicino il tramontar del Sole, e quasi alle ore ventiquattro, dacché si era aperta l’ultima voragine, fra i continuati rimbombi e tremuoti comparvero altre sette buche intorno ad essa. Buttavano fuoco, siccome la bocca maggiore, con tanto impeto, e strepito, che le pietre infuocate, e l’arene erano mandate dalla veemenza della furia per sino alla seconda Regione dell’aire, da dove poi dette pietre tornavano, ed aggiungevano strepito al terribilissimo, e gagliardissimo rimbombare, che faceva il fuoco cacciato fuori dalla potenza delle furie de’ venti focosi, che solamente lo ponno sapere quelli, che ne furono testimonii di veduta. Ma dopo tre giorni rottisi il loro recinti vennero tutte a terminare nella bocca maggiore, che divenne allora una vasca ed orribile voragine.
Quindi conchiude il Sig. Macrì nella sua Memoria. La sua bocca sarà di dui tumila di terra in circonferenza (vale a dire intorno a mille passi). La lunghezza del cannone sarà quanto è il grosso della terra, et il massiccio, che non sarà meno di dieci miglia per insino dove sta il fuoco. Dimanierachè si può conietturara quanto sia terribile il rimbombare di un tanto cannone, che continuamente scarica un diluvio di pietre, che per la veemenza arrivano alla seconda Regione dell’aire, e cosi continuò dagli 11 Marzo per iasino a 15. di Luglio dello stesso anno 1669, che corse il fuoco. Questo giudizio quantunque sembrasse troppo bassa e materiale, pure fu fatto a dettame delle Filosofia naturale, senza veruno spirito di partito, e da un uomo, che vide da vicino, ed ebbe agio di ben contemplare quanto poi scrisse. Infatti ci assicura il Tedeschi, che da 40 miglia intorno si udivano le cannonate, ed i rimbombi, che facevansi in quella voragine: cannonate senza intermissioni, e che per il corso di quattro mesi accompagnarono il formidabile incendio. E furono tali, che piccole sembianze direste di quegli i più strepitosi fracassi, e rimbombi, che ponno mai fare molte bombarde e colombrine scaricate assieme.

Fratanto venuta la sera un braccio della divisata fiumana andò rapido ad urtare nella base settentrionale di Mompilieri ed inviscetatosi in esso, venne a perforarlo da banda a banda, ed a sboccare dalla parte meridionale di detto monte. Fu senza meno questa una meraviglia troppo strana veder pullulare un torrente focoso dal seno di vecchio un vecchio onte tutto verdeggiate per gli arberi e, vigneti, che lo ricuoprivano. Ma pochissimo tempo durò questo spettacolo; poiché scompaginato il monte dalla veenienza, e rapidità di quel torrente, si squarciò da pertutto con fenditure anche di un palmo, e rinsaccandosi tutta quella gran massa, si aprì un grandissimo strepito quasi nel centro, si sbassò per metà della parte, che gauarda l’oriente, otturò l’interno canale procacciatosi già da quel torrente, il quale fu obbligato poscia con corso traversale circondare il desto monte dalla parte di oriente, per poi ardere, e seppellire la vicina Terra di Mompilieri, come successe la stessa notte (Borelli).
Restato intanto isolato l’antico vulcano di Mompilieri in mezzo alla divisata fumana, proseguiva essa a 13. di Marzo il suo corso nella stessa direzione verso mezzogiorno, e scorrendo colla superba sua fronte di. Due miglia devastava campagne molto fertili ed amane e ricopriva di nere e scabre lave quando le si parava d’avanti, finche giunse nel territorio di Mascalcia e si impadronì del Quartiere detto dei Lombardi, ove s’accatastò sino all’altezza di trenta palmi. Nell’istesso giorno l’ampia voragine mandò fuori un’immensa copia di arene, ceneri, e pietre ma in tanta prodigiosa quantità, che nel corso di quattro mesi (Macrì Relax.) "non solamente fecero detto nuovo monte, ma seppellirono il vecchio monte di Salazzar che restò sepolto sotto il mezzo monte nuovo verso l’occidente, il quale era carico di belle e fruttuose vigne et alberi, e si ingumbraro, e seppellirono le vigne, chiese, case, e sciara di detti Nicolosi, per due miglia verfo l’oriente, e due verfo l’occidente di detto monte, colla rovina delle case, e della Chiesa maggiore. Il detto novo monte non ha meno di due miglia di circuito nel suo piede". (Tedeschi Ragguaglio istor.) Ma l’altezza relativa si calcola dal Borelli per cento cinquanta passi, e l’altezza dell’arena sopra quelle campagne si è trovata dove sei, e dove quattro piedi, talchè appena restarono libere le cime degli alberi, come sin’oggi si osserva.

A 14. di Marzo comparve divisa la gran fiumana in tre torrenti; il primo scorreva verso la Terra di S. Pietro, della quale brugiò il quartiere di S. Antonio con molte vigne, e giardini; il secondo assalì la Terra di Camporotondo, la quale fu danneggiata in poche case, ma soffrì molto danno nelle campagne; il terzo torrente però che era largo circa mezzo miglio, scorso lungo la Terra di Mascalcia, andò ad assaire quella di S. Giovanni di Galermo, alla quale tolse una gran parte delle sue campagne.
A 15 Marzo tornò la lava a minacciare la Mascalucia, mostrando doverla assalire nel Quartiere de’Cantuni, come pure si avanzò novamente sopra la Terra di S.Giovanni di Galermo, ove seppellì alcune case, e si appressò vicino la Chiesa maggiore. A 16 dell’istesso comparve diviso il mostruso fiume in molti rami, i quali scorrendo tutti secondo la stessa direzione verso mezzogiorno, mostravano doversi scaricare sopra Catania.

Il giorno poi 17 si fermarono tutti, e parvero con comune giubilo de’circostanti popoli quasi affatto estinti. Ma fu per vero troppo effimera tale letizia, poiché nell’ istesso giorno (Mancini) rianimatosi nuovamente il gran fiume s’ indirizzò la seconda volta contro Belpasso, Camporotondo, e S. Pietro, ruzzolandosi sopra le precedenti lave. In Belpasso ricuoprì il residuo delle campagne, le case, e Convento dei Zoccolanti. In Camporotondo devastò la maggior parte di quella Terra e delle sue campagne, e il S.Pietro fece pure una strage molto considerabile di case e di terreni. Fu tutto ciò eseguito nel corso di due giorni, e nel dì 19 inondò sifattamente la gran fiumana, che cresciuta quattro miglia (Tedeschi), si spaziava, sopra le già fatte lave con ricuoprire quegli angoli di terreni restati liberi fra gli scolvi dei precedenti corsi, ingombrando anche le fertili campagne del Quartiere detto Torre del grifo; é divisa in due gran torrenti uno s’indirizzò per la parte occidentale verso Valcorrente, con devastare molte spaziose ed amene campagne, e l’altro per levante tornò a visitare i rimasulli dei territori di S.Pietro, e Camporotondo. Era già arrivato il giorno 25 Marzo, e come avverte il Sig. Borelli nel cratere dell’Etna non si era fatto incendio alcuno, ma solo vedevasi interrottamente qualche piccolo getto di esile fumo, come suol succedere nei tempi più tranquilli della Montagna; tale era lo stato del Cratere molto tempo prima di cominciare la presente eruzione. Non secus ac si antrum supremi Crateris omnio segregatum fuisset ab antris novae voraginis. Quand’ ecco alle ore 16 di detto giorno commoversi con grande violenza tutto il perimetro della Montagna, saltare in aria dal Cratere una prodigiosa colonna di nero fumo, e rovente materia, e profondarsi finalmente la sua cima con orridi rumoreggiamenti nel suo baratro. Cadde in primo luogo quella vetta che guardava verso Bronte, di poi l’altra rimpetto l’oriente, ed ultimamente si rovesciò quella posta al mezzogiorno. (Tedeschi) Il giorno seguente salirono quattro periti montanari sopra di essa, e trovarono l’ultima superficie intorno del Cratere un poco depressa, e tutte le altre vette del Monte inabissate; ed il cratere che prima di tale accidente non oltrepassava nella sua circonferenza le tre miglia, ma di una immensa ed imperscrutabile profondità: benché poi l’anno seguente fu trovato quasi ripieno di arene alla maniera di un cono inverso (Benelli).

A 29 Marzo dopo di avere in gran parte saccheggiate le ricordate Terre di S. Pietro, e Camporotondo con loro territorii, proseguì il suo corso verso mezzogiorno, distruggendo fertilissime campagne fino alla Terra di Misterbianco: ed ingroffantosi per gli afflussi di nuova materia si divise in altre due braccia, uno dei quali cinse la suddetta Terra per ponente, e l’altro assedialla da levante. Quindi il di 30 Marzo la sera il braccio di ponente si introdusse nella medesima , ed in poche ore arse, e seppellì il Quartiere detto della Carità, e quello di levante investì a dirittura la Terra tutta, e quasi tutta l’ingombrò di lava a riserba della Chiesa maggiore, e di altre poche case (Mancini).
Ingrossatosi poi viemmaggiormente l’infocata fiumana scorse per mezzo di sopra il feudo Pocaria, con tale grado di ardore, che3 faceva pure avvampare le verdi biade. Frattanto l’altro torrente introdottosi dalla parte occidentale nella ridetta Terra di Misterbianco proseguiva a voltarsi sopra le sue rovine ricoprendo di lava tutti i rimasugli di case, e palagi colla Chiesa maggiore, e rimase immune una Chiesa, che oggi chiamasi di S. Antonio lo Raito. Dicono, che sette volte questa Terra fu visitata dal torrente focoso(Tedeschi); ovechè la Terra di Belpasso in due sole volte fu tutta quanta seppellita.
Erano i terreni sottoposti alla Terra di Misterbianco molto scoscesi; e però riusciva facile al gran torrente di scolare sopra di essi, e di avvicinarsi presto a Catania. Infatti avendo inondato l’ultima notte di Marzo le nostre campagne, comparve il primo di Aprile in faccia a questa Città, distante due scarse miglia nella Contrada degli Albarelli. Quivi campeggio furioso fino a 4 Aprile, coprendo tutto di neri macigni, ed incontratosi un monte di argilla seminato di frumento, lo schiantò dalla base; e trasportato a galla per lungo tratto di via, finalmente lo depositò nella vigna di D. Franceso Ansatone, ove dopo molti giorni da nuova sopraggiunta piena restò seppellito. Lo stesso fenomeno si vide nella vigna dei Gesuiti, nella quale essendosi profondata parte del torrente come in una pozzanghera, fece leva ad un gran pezzo di vigna, lo schiantò, e lo portò galleggiante per buon tratto di via con tutte le viti fresche e germoglianti, finchè venne a ricuoprirla nuova materia (Borrelli e Mancini). Diviso poscia il focoso fiume in due braccia, proseguì uno l’intrapreso corso verso mezzogiorno, incendiando altre vigne, e giardini, finchè sceso alla valle sottoposta all’antico Monastero di Novaluce, pose capo in faccia del mare alla distanza di un miglio, a 28 dell’istello mese.

Ma l’altro braccio, che era il maggiore, essendosi indirizzato verso levante si dilatò per tutta la contrada dalla Guarna di Nicito che girava circa sei miglia, benché nella lettera del sig. Conte Winchelsen leggesi, che girava questo lago quattro miglia, e profondo quattro canne, Assalì il Romitorio detto di Morsello o siam della Mecca, ed il delizioso giardino fatto di Monsignor Branciforte (Rom. Agat); e si getto finalmente nella gran valle detta di Nicito, perché in essa ragunavasi le acque piovane scolanti nelle circostanti colline, e formavano un lago spazioso che dava occasione ai nostri padri di godersi una deliziosa caccia d’uccellame. Presero allora un poco di respiro i poveri catanesi, i quali si persuadevano dover prima terminare l’incendio, che riempirsi di lava tutta quella gran vallata, od almeno dover trascorrere quindici, e forse venti giorni per poterla interamente colmare. Ma la cosa fu tutta al rovescio; nel brevissimo corso di sei ore si vide ragguagliata da capo a fondo tutta quella gran vallata. Diramatosi poscia un braccio del torrente, s’incammino verso le mura della città, e si fermò alla distanza di un tiro di mano dal Bastione degl’infetti (tedeschi).
Proseguì frattanto la gran piena e scaricarli entro la Gurna di Nicito, ove la raccolta prodigiosa quantità di materia andava sempre più gonfiandosi, ma poi a 12. Aprile si profuse da detta Gurna un'ampia fiumana larga più di un miglio, ed alta cinquanta, e più palmi, che correa furiosa verso la Città, minacciando il suo totale esterminio. Appena però scorso aveva mezzo miglio, che enne ad urtare in un altro braccio di materia pure ardente, che calando dal Romitorio di Morsello attraversava il corso di detta fiumara. Per tale collisione tutta quella gran piena mutò direzione da levante a mezzogiorno, e corse ad investire gli archi degli antichi acquidotti, che portavano qui le acque di Licodia.( Rom. Agat. ).
Dal giorno 14. Aprile prosegui' sempre il suo camino verso mezzogiorno, devastando giardini, e vigne, casine, e tutt'altro, che incontrava per tutta quell'estesa latitudine di quasi due miglia, fiancheggiando sempre le mura Città in diftanza di un tiro di pietra; indi sceso nella spiaggia rimpetto al Castello Ursino, e dilatandosi verso tramontana riempi' di lava tutto il terreno, che fremezzavasi tra le mura della Città, e la spiaggia del vicino Mare ( Ivi e Tedesc.).

Finalmente a 23. Aprile circa le ore due della notte cominciò il gran fiume ardente ad introdursi nel Mare. Ed oh quanto fu superba non men che spaventevole questa scena! Il solo sig. Mancini fra tutti gli Scrittori di quel tempo ebbe premura di descriverla secondo fu da esso veduta, e perciò mi sia lecito riferire qui tal'avvenimento colle medesime sue parole. " Questo fuoco, che altro non è che fecciosa materia, e metallica nel cammino, che fa perché scende da parte alta, e crescesi, che adora si vede d'altezza di palmi 50.e ad ora più, è densa e soda la materia, e però nell'entrar che fece in Mare per la profondità di quello, dalla parte più alta del fuoco raffreddato dall' ambiente frigido convertito in nere pietre, precipitando lo sino alla superficie delle acque, sopra delle quali guidava il resto del fuoco acceso, che per essere superiore, cioè in luogo più alto della superficie del Mare, non veniva offeso dall'acqua, e di questa maniera si vedeno l'acqua, e il fuoco che sono contrarii nel stesso soggetto…ed intanto progressò più giorni nel Mare facendo di camino più di 700. passi…. Oltre la profondità del Mare che empiva, che talora arrivava a 7. ed 8. passi, portava l'altezza per sopra le acque più di 5. in 6. passi, che sono da 40 palmi. La larghezza di detta fiumana di fuoco, che entrò nel Mare, occupava lo spazio di due miglia….Era superbissima veduta il vedere combattere l’acqua, e il fuoco, perché con quelle pietre infocate che cadevano nel Mare si formavano densissimi fiumi, ma di bianco colore, facendo nell’aere" densa nube, acquosa pero’, che coprendo il Sole pioveggiava" salso umore per lungo tratto di strada." Sin qui’ il Mancini, il quale sebbene divisi quanto vide operarsi dalla lava introducendosi nel nostro Mare, non osservo’ tuttavia colla dovuta esattezza tutti i fenomeni prodotti in tale occasione, come apresso vedremo. Soggiunge il Sig.Tedeschi, che entrando la rovente lava nel Mare, stridevano grandemente le acque, saltando in aria fra i molti vapori, spruzzi pur di acque, picciolissime briciole di materie petrificata." Puo’ essa chiamarsi molto bene "inondazione di fuoco, di cenere, e pietre ardenti, che si avanza" nel Mare mille, ed ottocento piedi con un miglio di larghezza. " Quello, che piu’ mi sorprese si fu il vedere nel Mare questa "maffa come rocche tagliate a piombo, che ardono nella profondita’ di quattro braccia. Questa materia è stata parte liquida, e si gettava senza violenza. Le pietre, che come una grossa crosta si staccava dalla materia interiore, contenendo un’ immenso calore, nel cadere entro del Mare occasionavano un terribile strepito, ed un fumo denso, i pezzi si acchiappavano l’ uno sopra dell’altro, e facevano a poco a poco entro del Mare un fondamento ben solido....Questa materia ci introdusse nel Mare in molti lunghi come per molte lingue fino a 60 piedi di distanza, ma poi per nuovi aflussi si venne a formare una riviera tutta continua che ha un bordo a piombo" fin qui’ il sig. Conte Winchelsen. Per tutti i giorni 24 e 25 Aprile tanta fu’ la quantita’ de’ nuovi afflussi, che venne a dilatarsi vieppiù la gran fiumana sopra i terreni verso mezzogiorno, ed a Stringersi di mano in mano con le mure della città, cominciando dal Bastione del Tindaro per ponente sino alle mura del Castello per mezzogiorno. Inoltre quel gran Canale di materia focosa, che si era arrestato in faccia al Bastione degl’Infetti, per nova copia di materia, che scorrea sopra di esso, atterrò una gran mole detta la Torre di Gullo, inondò i terreni restanti avanti delle mura occidentali della città, e si stese fino al Bastione del Tindaro; resistettero infatti le mura al fuoco e al peso del torrente, ma un tale ostacolo non servì che a gonfiarlo, fintantoché prevalendo col suo peso alla forza resistente die esse mura, venne finalmente il giorno 30 Aprile a rovesciare venticinque canne di muro, e sulle ore sedici cominciò ad introdursi nella città per quelle braccia (Rom. Agat.). Così la povera città di Catania si vide in quel giorno fatale minaccia nel mezzogiorno dalla grande fiumana che metteva capo nel Mare, ed invasa nella parte occidentale dall’altro gran torrente impadronitosi già delle mura. Gli abitanti di Catania restarono allora stupefatti da uno spettacolo si funestò. La terribile vista di quel torrente che sboccava dalla parte più alta che tutta interamente. Ma poi ripreso coraggio ricorsero alla religione implorando con umili e fervide preghiere la protezione della nostra invittissima cittadina S. Agata. Frattanto l’ingordo torrente si divorava molte case nel Quartiere del Corso, diramandosi per molti versi; impiegò alcuni giorni a saccheggiar con lentezza l’angolo più alto della città. Allora fu il caso di adoperare alcuni mezzi per arrestarne il corso. Il Dott. D. Saverio Musmeci, ed il Sig. Giacinto Platania insigne pittore, entrambi di Aci Reale, e molto lodati dal Sig. Borelli, immaginarono che fabbricandosi un gran muro di pietre nude a traverso della corrente infocata, avrebbe dovuto arrestare il di lei corso: pensavano ancora che se con grossi uncini di ferro si addentasse quella materia, e si strascinasse in senso contrario dell’intrapreso corso, la seguente dovea per necessità divertirsi, e mutar cammino. Fecero da principio tai progetti poca impressione in animi di già costernati, e che non si attendevano il fuoco sì dappresso; ma poi venuti alle strette si costruirono alcune muraglie per tentar l’arresto del torrente, o fargli cambiare cammino. Ma superò tutti di gran lunga e nel coraggio e nella generosità Fra D. Diego Pappalardo della Pedara; escogitò egli una nuova maniera, benchè difficilissima, per divertire il corso di quella fiumana. Reclutati dunque a 6 di Maggio 100. Uomini scelti per valore e per destrezza, s’incamminò verso la nuova voragine, ove quella materia si avea fatto un ben solido canale forse più d'un miglio. Quivi ordinò D. Diego alla sua truppa di assalir quel canale e con poderosi martelli, e pali di ferro tentare di romperlo. Difficile per vero ed azzardoso tentativo: ma poiché era impossibile poter gli operaii reggere gli ardori, che tramandava la infocata lava furono obbligati tentar l’impresa a vicenda, alternandosi con gran celerità, giacchè non potevano essi dare più d’uno, o due colpi, che poi venivano obbligati a ritirarsi. Finalmente dopo il grave stento si venne a capo di rompersi un gran pezzo di quel canale, e subito per quella nuova apertura cominciò a traboccare buona parte di quella materia, la quale prese corso verso occidente sopra i terreni spettanti alla città di Paternò, per lo che venne a minorarsi la quantità della materia, che contro Catania correva (Borelli).-

Corse su questo fare per quell’apertura un giorno intiero, e poche altre ore del seguente; ma essendosi poi minorato il materiale, che cacciava la gran voragine, non poté più traboccare da quell’apertura, che fu fatta vicino al margine. In vista di ciò si aggiunse il lodato Sig. Pappalardo ad un’altra impresa. Ordinò alla sua gente, che grosse pietre, acciocchè formatosi un’argine compete, s’impedisse il corso alla materia, ed obbligata folle a versarsi sopra le precedenti lave. In effetto riuscì l’impresa, e si sarebbe portata ad un fine molto più vantaggioso, se le genti di Paternò non si fossero con risentite querele, e con armi alle mani a tutta forza opposte; e se fosse stato garantito il Pappalardo dalla mano forte del Vicario Generale D. Stefano Reggio venuto allora in Catania. Frattanto però agli otto di Maggio si estinse affatto il torrente, che si era introdotto nella Città dopo di avere bruciate trecento case, pochi palagi, alcune Chiese, ed il giardino dei Benedettini, ed avendo pure investito le mura del Monastero, e della Chiesa. Si minorò pur la mostruosa piena, che allagava intorno le mura meridionali di Catania per il corso quasi di cinque settimane, scorrendone piccolissimi rivi entro del Mare. Ciò non ostante a 13. di Maggio un piccolo torrente sboccato sopra la muraglia di mezzogiorno s’introdusse in Città verso la Chiesa della Palma; e in breve s’estinse per il riparo un grosso muro di pietra a secco, che ivi si fese. A 16.dell’istesso mese costeggiando un altro torrente più a basso sopra la Porta del Sale, ruppe un pezzo di quel muro e s’introdusse nel fossato del Castello Ursino per la parte australe, con averlo tutto riempito di scabra lava sino alla sommità dell’istesso muro, e di là fecesi strada fino al Bastione detto S. Giorgio, ove si mantenne per lo spazio si soli due giorni; ma nel dì 18. Maggio comparve totalmente estinto tutto il gran fiume che circondava Catania. Si resero pertanto grazie all’Altissimo con pubbliche rimostranze di religiosa pietà, e cominciò a sgombrarsi dei tristi timori l’animo degli afflitti Cittadini.

Appena però giunto il giorno 8. Di Giugno comparve un ramo di materia ardente in faccia alla muraglia che circonda da ponente il Castello, ed ammonsicchiatasi sopra sestessa si balzò dentro del fosso che ricolmò di lava fino al primo piano. Fece lo stesso un’alto ramo che alzandosi fin sopra le mura di levante empì l’altra parte di quel fossato, e scorrendo di là verso oriente andò ad investire il Bastione di S.Croce. Si costruì allora un gran muro a secco alto 16. Palmi sulla fiducia di impedir con tal’argine il traboccamento della materia infocata entro della Città. Ma il riparo riuscì vanissimo; poiché agli 11 di Giugno sulle ore quattro della notte sbalzatosi il fuoco dalla muraglia scorreva per il piano avanti il Convento dei Padri di Monte Santo, ove si oppose un altro muro fatto con molta prontezza di pietre nude, per impedirne il corso, che avrebbe proseguendo rovinato la parte più nobile della Città. " Nel giorno 26. di Giugno al tramontar del Sole si vidde una orribilissima lava di fuoco di tanta eccessiva grandezza, quanto dacchè cominciò detto fuoco sino a detto giorno non se ne vidde mai simile, né tanto veloce, né così accesa. Uscì questo fuoco dalla vigna di D. Giulio Tedeschi, e da altri luoghi contigui, e si fe strada per la volta di Mare, con tanto impeto e rumore che molto lontano s’udiva lo strepito. Lo splendore che mandava era così grande che con essere distante da questa Città da miglia due, pareva che si bruciasse Catania: perlocchè gli abitanti di essa corsero su li muri intimoriti per vedere una fiamma tanto grande ed insolita. Diede in Mare, e per quattro ore continue corse colla medesima velocità grandezza vivezza e splendore, e dopo cominciò minorarsi, seguendo sempre minore per alcuni giorni a Mare per la volta dell’oriente, e poi si estinse " : Così termina il Mancini la sua relazione (1).

Relativamente alle arene cacciate da questo vulcano, ed altri fenomeni allora accaduti ne dà conto il Sac. D. Francesco Monaco (Catechismus AEtnaeus Venetiis anno 1669, ) Arena ista arida prius, et atra fuit, subaspera tritae pumicis istar; micas aliquas in super subrufas nitidas veluti stibii fragmina intermistas habebat etc. Nella lettera del Sig. Conte Winchelfen leggesi intorno alla arena. " La notte che dimorai in Catania, le ceneri piovettero sopra tutta la Città, e sopra Mare, a dieci leghe di distanza; esse mi facevano male agli occhi. "
Sappiamo dal sig. Macrì essersi perfettamente estinto questo incendio a 15.Luglio.I nostri Scrittori però ci assicurano aver terminato a 11.Luglio.Ma non crediamo, che entrambi dicessero il vero, perocchè sino agli undici proseguì a scorrere nel mare l'ultimo divisato sbocco, né si vide in appresso ne' contorni di questa città verun' altro torrente focoso, ma nella sua fornace si sarà mantenuto per altri giorni, o con gettare sole scorie de arene, oppure con vomitare qualche altra porzione di materia, che servì per imbrattare i canali per dove erano trascorsi i torrenti prima, conforme abbiamo osservato nelle erruzioni dei nostri tempi.

Questa è la dolorosa Iliade, e la tragedia troppo funesta dell' erruzione avvenuta nel 1669; eruzione memoranda per questa città, che fu in procinto di restarvi interamente seppellita ed oppressa; eruzione troppo fatale per li gravissimi danni recati a tante famiglie da essa barbaramente impoverite, per la desolazione totale di grosse terre, e per l' esterminio crudele di molti Villaggi, con avere recato l'interesse di più milioni.E qui cade in acconcio di considerare con il sign. Conte Winchelsen, che questo incendio distrusse le abitazioni di ventisette mila persone; che di venti mila persone di abitanti in Catania appena erano restate tre mila, essendosene allontanato tutto il resto con tutto il suo mobile; che questo torrente depositò sopra un terreno lungo quindici miglia, e largo, eove meno quattro, una lava alta dove cento piedi, dove meno. Questa eruzione molto celebre e singolare, è stata il soggetto delle dotte considerazioni del sign. Borrelli; ed ha somministrato a noi alcuni lumi, che ci additano la strada, per la quale possiamo un poco avvicinarsi alle fornaci che gettano fuoco. Io non pretendo qui incaricarmi di certi piatti errori, né quali inciamparono alcuni scrittori, e tutto ciò che non si trova nel mio dettaglio, è stato da me a bella posta trascurato, per essere o assolutamente falso e contrario della verità del fatto, oppure poco, o nulla interessante. Io farò osservare alcune circostanze, le quali abbiamo veduto verificarsi costantemente in tutte l ' eruzioni dé nostri tempi. E per formarsi una idea della prodigiosa quantità della materia vomitata in questa che ci occupa, è giusto che si riferisca qui il calcolo fatto dal sign. Borrelli, il quale la determina per 93. Milioni, 838. Mila, 750. Passi cubici. Eppure vi ha luogo di credere, che sia tal computo più della terza parte minore alla quantità reale, perché il sign. Borrelli accorciò molto le misure, avendo determinato per dodici miglia la longitudine della lava, quando le sue tortuosità fanno un’ estensione maggiore di quattordici miglia. Dice egli che la maggior larghezza non sia che due miglia, quando per l’intero corso di sei miglia è larga quasi quattro, e per le altre nove si slarga dove uno, dove due, dove tre miglia; la fronte medesima della lava posta nel Mare è certamente larga due miglia; ed il Sig.Borrelli volle considerarla minore di mezzo miglio, perché forse riguardò la sola punta, detta oggi il Colombo. Nella sua altezza vi è pur divario, determinando la maggiore di trenta palmi,e l’ordinaria dieci in quindici palmi: oveché la lava per la sua maggior parte è alta più di cinquanta palmi; e rarissimi sono i piccoli rami, che sono alti quindici, e venti palmi. E regola poi costante, che le lave nella loro sorgiva non portano una grande altezza; ma si alzano molto nella fronte. Quindi si vede, che il calcolo del Sig.Borrelli và piuttosto a scemare, e non ad ingrandire la quantità di quella lava.

Ci assicurano concordemente i lodati Scrittori avere cominciato a scuotersi terra quattro giorni prima dell’eruzione; che da principio furono molto leggere le scosse, poi di mano in mano rinforzaronsi; che vicino al luogo dove si aprì il vulcano, le scosse erano molto gagliarde; ma che tal veemenza andava minorando né luoghi più lontani, talché vi era un’esatta proporzione tralla forza del terremoto, e la distanza dei luoghi. Così, per esempio, i terremoti si provavano gaiardissimi nella Terra dei Nicolosi, meno sensibili in quella di Belpasso, forti alla Mascalcia, meno forti in Misterbianco, e meno assai in Catania. Dobbiamo in secondo luogo considerare le voragini spalancatesi prima di cominciare l’incendio. Io ho voluto visitarle con attenzione, giacché dopo il corso di un secolo restano ancora aperte e patenti. Nel fianco occidentale d’un antico vulcano, detto Monte Nucitta, si trovano sei boragini di figura rotonda, poste tutte esattamente nella stessa direzione da tramontana a mezzogiorno, le quali però sono ripiene d ' arena. Duecento passi più sotto se ne vedono altre quattro, poste tutte nella stessa direzione, benchè fossero un poco divergenti verso levante; due di esse ben conservate, ed anno la forma di cono inverso, molto larghe nella superficie, e che vanno entro restringendosi. Per quanto ho potuto congetturare, mi sembra che una sia profonda circa 40. E l’altra 50.passi, colla distanza di quasi 250.passi al fianco occidentale di un altro antico vulcano detto il monte della Fusara. Se ne rinvengono altre tre poste tutte sulla stessa direzione come le precedenti, benchè fossero più inclinate a levante. Le prime due sono di figura rotonda molto piccole e ripiene di arena, la terza però è lunga sessantaquattro passi, larga quindici, ed è pure ripiena. Intorno di questa voragine si vede un piccolo spruzzo di lava con molta rena; rifiuti cacciati fuori dalla medesima. Calandosi poi avanti il detto M. Fusara alla distanza forse di 300.passi dalle ricordate voragini, se ne incontrano altre due poste nella stessa direzione. La prima di esse è piccola, e ripiene zeppe di arene: l' altra è molto grande e vuota, che fu da me compitamente visitata. Da questa voragine sino al vulcano intercede la distanza 300.passi, ma il vulcano declina più di 50.passi a levante. Quindi rilevarsi due circostanze degni della nostra considerazione: la prima, che nel tratto quasi d' un miglio cominciando dal M. Nucilla, gli spalancarono 16.voragini, compresa quella del vulcano; la seconda, che sebbene ogni coppia di dette voragini fosse nella stessa direzione, tuttavia ogniuna di esse declina per molti passi verso levante; dalchè formandosi una linea sopra di esse, verrebbe aq descriversi una curva, che va da mezzogiorno declinando verso levante. Quindi ne siegue, che i canali della materia non erano formate per linea retta, secondo si immaginò il Sign. Borrelli. Passiamo ora a considerare le testè citata ultima voragine, che ci appresterà molti importantissimi lumi. Vedersi intanto una gran pozzanghera di figura tendente all' ovale, che di circuito è 620.piedi parigini. La sua profondità non è più 45.piedi: le pareti di essa non sono tagliate a piombo, ma piuttosto a vela, emulando quella concavità la figura di un cono inverso. Tutta questa pozzanghera è incontrastata di prodotti vulcanici di varia sorte, cioè di materia spugnosa di colori diversi, rossigno, gialliccio, nero, venato, di materia solida: segno ben chiaro di non essere stata incrostata tutta in un tempo, ma che a varie riprese fu come da tanti spruzzi diversi coperta. Intorno il suo orlo vi è un bordo di arena rossigna con della materia spugnosa fragile, che si sgretola colle dita in minuta arena, e non vedesi traccia veruna di lava scappata fuori per questa voragine. IL suo fondo è di figura ovale bislunga. Il maggior diametro è da tramontana a mezzogiorno passi 16 il minore per li venti opposti e passi 6 un poco scarsetti. Nell’angolo meridionale di questo fondo avvi una buca di figura rotonda formata in una massa ben solida di lava, la quale ha larghezza 8 piedi. Si scende per essa fino alla profondità di 40 piedi in una grotta ben ampia, la cui altezza, benché ineguale, passa senza meno in piedi 60, nella larghezza è piedi 28 ed in lunghezza 120 passi; e poiché nel fondo è molto decliva, ho giudicato, che dal capo di questa grotta sino al fondo si vada a scendere più di 50 piedi. Tutte le pareti, e la volta di essa altro non sono, che una solida unita, e ben forte di lava: , e dalle pareti stilla un acqua purissima e cristallina.
Nel fondo di questa grotta vi è un’altra buca di figura piramidale, come se fosse il vano occupato dalla fiamma larga nella base sei piedi, che ve di mano in mano stringendosi in alto.

Sotto di questa buca si vede una pozzanghera tagliata a piombo, e molto stretta da tramontana a mezzogiorno, ma larga da ponente a levante, la cui profondità e di 28 piedi. Vi gettai pezzi di torce accese, e vidi nel di lei orridi crepacci e pozzanghere; gettandovi delle pietre entro di essi per lo scroscio che si udiva, giudicai esservi altro canale, profondo forse 30 piedi (3). Inoltre usciva di là sotto un vento fresco più o meno debole, come se si comunicasse entro quel canale così profondo l’aria esterna, la quale introducendosi forse nella voragine del vulcano, verrà ad uscire da questa bocca. Ne io punto dubito della comunicazione di questa voragine con quella di detto vulcano per le chiarissime prove, che le osservazioni fatte né posteriori incendii ci somministrano.Dal fin qui detto i rilievasi in primo luogo, che la profondità perpendicolare di tutte le descritte i concamerazioni è 210. Piedi; secondo, si riconosce la forza prodigiosa dell’ aere rarefatto, o sia del fluido elastico, e delle sostanze vaporose, forza tale che in un baleno squarciò nel divisato modo quel suolo: cacciò via, e consunse tutta la massa contenuta. Ma in questa forza dobbiamo considerarci una proporzione esattissima colla resistenza del terreno sovrapposto; cosi' veggiamo, che alla profondità di piedi 180.la forza di quell'agente fece un vano, che non sarà più di tre piedi quadrati.

Alla profondità poi di piedi 152.fece una breccia incomparabilmente prodigiosa, il di cui vano sarà poco meno 175. piedi quadrati. Alla profondità di 60. piedi acquistò quell'agente una forza cosi' incredibile, che formò una spaventosa folla di 318. piedi quadrati incirca. Ci assicura la storia, che tutto questo lavoro di grotte, e pozzanghere si fece in un momento da una sola denotazione del fuoco sotteraneo: celerità è questa, che ci fa meglio conoscere la forza sorprendente di tale agente, e delle sostanze elastiche, che in immensa quantità si svolgono. Passiamo ora a ragionare di un altro prodigioso fenomeno accorso in quella eruzione. Vedemmo già, che un torrente focoso andò con gran furia a rompere nel monte di Mompilieri, lo bucò nella base con aver pullulato dalla parte opposta, ed avendolo in breve tempo sconquassato, lo squarciò tutto in mille parti con essersi aperte fenditure larghe tre, e quattro piedi, e finalmente essendosi abbassata quasi la metà di detto monte, cessò quel torrente di fluire sotto di esso, e lo circondò dalla parte orientale. Questo fenomeno può spiegarsi con supporre qualche grotta verisimilmente formata dal fuoco che sortì da questo vulcano. La materia che vi introdusse, essendo al sommo cadente, fuse tutti quei materiali sciolti ed in gran parte scarificati, di cui son composti i monticelli vulcanici per niente solidi, ma frolli e sdrucciolanti. Il furioso torrente dunque invisceratosi nel monte nell’atto che fondea sforzava pure e cacciava via quei materiali isolati, che si opponevano al suo passaggio, fino a sboccare dalla parte opposta. Fu poi necessaria conseguenza lo abbassarsi la metà di detto monte, nelle basi interne scompaginata, e consunta da quella intromessa ardente materia. Ma nell’abbassarsi con grandissima violenza, come ben lo dimostra il grande strepito uditosi allora, fu pur naturale, che si avesse anche chiusa la fatta breccia.

Della prodigiosa forza colla quale preme, e fa impeto questa materia ardente ai corpi, che si oppongono al suo corso, ne abbiamo due luminosi esempii nella storia di questo medesimo incendio. Vedemmo già come nel giorno 30 di Aprile rovesciò il torrente focoso venticinque canne di muro della nostra Città, or questo appoggiatosi in seguito al muro di tramontana della chiesa ed a quello del corridore anche di tramontana, dei Benedettini, fe contro di essi tale e tanta forza, che si intorcigliarono in forma di arco due ben grosse catene di ferro poste al muro della chiesa, e si aprì da alto in basso il muro del corridore, con aver fatto saltare i mattoni, ed avendo pure curvato le grosse grate della cantina. E’ molto facile a capirsi come quel torrente che urtò nella collina argillacea tutta seminata, e nel pezzo di vigna, potè schiantarli interamente. Assicura il mancini che prima si profondò parte del torrente sotto il vigneto, e poi si vide galleggiare sopra quella gran piena. Io credo esservi stata sotto quella collina qualche cieca voragine, nella quale introdottasi la massa ardente avesse calcinato tutta la base della medesima; e la scoverta fatta dai nostri scavatori di pozzolana mi ha fatto accertare, che anticamente in detta contrada vi erano molte fosse profondissime da conservarvi frumento, ed ultimamente ne furono scoverte tre di esse vicino agli antichi acquidotti. Quindi è molto verisimile, che allato di quel vigneto vi sia stata qualche gran fossa di tal sorta, nella quale introdottasi la materia infocata operò quello stupendo spettacolo. Conobbero i nostri Cittadini (benchè troppo tardi) quanto profittevoli state sarebbono le diligenze proposte da D. Diego Pappalardo, dal Dottor Musumeci, e dal Sig. Platania: e se li avessero eseguito con giudiziosa diligenza, avrebbono almeno impedito il fatale ingresso della materia ardente entro la Città. Quante volte si oopone alla corrente del fuoco un muro di pietre nude proporzionato alla forza, ed all’altezza della lava, in guisa che potrebbe ritardare il suo corso, è facile il farle mutar direzione; essendoverissimo che l’aria che gioca per li vani di tal muro sulla materia ardente, la spoglia in gran parte del fuoco, che la tiene disciolta, e si rappiglia, e pietrifica presto, talchè la liquida materia per questo ostacolo prende altra direzione. Ma per conseguirsi un tal’ effetto bisogna che il muro sia posto a linea diagonale, e non di fronte alla lava. Finalmente non dobbiamo trascurare i fenomeni prodotti dalla materia focosa, immergendosi nel Mare. Da quanto su tal articolo troviamo registrato nelle relazioni di questa eruzione, rilevasi che il torrente introducendosi nel Mare si rompea in pezzi, dei quali riempendosi il letto del Mare a livello della spiaggia, avanzava camino. Questa è l’ordinaria maniera con cui le lave proseguono il loro corso non già entro del Mare solamente, ma in tutti gli altri dirupati cammini.
Noi veggiamo presentemente la maggior parte della lava tutta solida occupar egualmente il fondo del Mare, senza esser sotto di essa i rottami ricordati dal Mancini. Che poi il torrente vi si stenda, come si stende sopra il terreno, tutto solido a modo di un alto lastrone senza rompersi in pezzi, lo dimostrano molti tratti di vecchie lave che osserviamo inoltrate per molti passi sotto le acque del nostro Mare. E’ facile poi concepire che le acque del Mare non possono arrestare il loro corso, poiché essendo l’acqua una materia mobile e cedevole, non può impedire, o ritardare in modo alcuno il camino delle lave, come potrebbe fare un muro a secco. Né tampoco potrà essa smorzare tal fuoco, ma soltanto addensarne la superfice, e perciò reca a prima vista non poca meraviglia il sentire, che un Mare non sia sufficiente a smorzare il fuoco d’ un Vulcano.

Ma pure egli è così. Non ci avvisano i nostri scrittori, se le acque del nostro Mare bollivano in tal congiuntura a molta distanza; ma gli antichi Storici, e in particolare quei che scrissero il nascimento della nuova Isola l’anno 1707 vicino la Santarene, affermano che il mare bolliva fortemente per molte miglia intorno, e che perciò erano morti tutti i pesci di quei contorni; effetto senza meno provenente dal gran calore che vi somministrava il fuoco sotterraneo.
Facile si è il concepire la cagione del grande stridore che faceva l’acqua in contatto della materia rovente. Dilatatasi ella con molta prontezza dal gran calore, per cui tacevasi bellicosa; l’aria nel dilatarsi rompea le bolle dell’acqua, e perciò producevasi quel suono, o piuttosto rumoreggiante stridore. Insinuavansi a vicenda le gocce dell’acqua nella superficie della lava estremamente poroso, e dove trovatasi ancora rovente, veniva ogni goccia subito a rarefarsi, rompeva quelle briciole di materia da essa già penetrate, e le cacciava in aria secondo racconta il Sig. Tedeschi. Dice il Sig. Mancini essere stata tanta la copia dei vapori sollevati in aria per opera di quell’ardente materia, che formatasi dense nubi, le quali battute poi dai venti scioglievasi in acqua salsa; ed ecco qui ben contestate l’esperienze del Sig Gautier (Memor. Di Trevoux Nov. 1717) per le quali si è veduto che la forza del fuoco lungi di sprigionare l’acqua dei sali volatili, assottiglia pure i sali fissi, e fa montarli in alto. Alla nuova fabbrica di tutta questa Città che fu interamente rovinata dal tremuoto del 1693 ha somministrato i materiali la lava di quest’incendio. Ed è cosa da non credersi il vedere, che tutta la quantità di pietra, della quale sonosi costrutte quelle fabbriche, occupanti un’area forse di quattro miglia di circuito, siasi astratta da pochissimi angoli tagliati da capo a fondo nelle vicine sponde, talchè essa non sembra punto scemata dal suo stato naturale. Ma cessa affatto un tal sorprendimento considerandosi l’immensa massa di quella lava, la cui altezza passa d’ordinario i palmi 80 e 100 ancora.

Successero in questo secolo altre tre eruzioni, ma di piccola estensione in rapporto alla già descritta, delle quali abbiamo la testimonianza del P. Massa allora dimorante in quella Città. Accadde il primo nel settembre dell’anno 1682 . " Dopèo strepitoso tonare, spaccassi il Monte in un fianco non guari distante dalla sua altissima vetta, ed uscinne un largo fiume di fuoco bituminoso. ( Che prese corso sopra la guancia orientale verso la Roccia di Musarra.). . . Ella è questa un’eminente rupe di altezza scoscesa, e diroccata, e nel salirvi s’incontra una selvaccia sì folta, e densa, che fu di mestieri abbandonati i cavalli già per altro allentati, viaggiare per cinque miglia a piedi, e metterci anche talvolta carpone; così bassi, ed intralciati erano li rami degli alberi, che impedivano la via. " E dove ora sono più codeste boscaglie così dense? Altro non si trova, che una campagne barbaramente rasa, tanta e tale è stata l’indolenza dei curatori dei Boschi di Catania, che in meno di mezzo secolo han lasciato spiantare boschi, e selve cotanto folte, secondo ce lo avvisa il P. Massa. " . . . . Scuotevasi intanto con orrendi dibattimenti le fondamenta del Monte, e mille echi ripetevano il fioco rimbombo de’ tuoni sotterranei: non perciò noi atterriti, lasciammo di proseguire il viaggio : ma infine eravamo già risoluti di tornare indietro, stimando cadute a voto le fatiche tutte di sì disagioso camino, mentre non ci era ancora riuscito di ritrovare quel fuoco, di cui andavamo in traccia, e pure non più che una tratta d’arco eravamo lontani da quello non conosciuto da noi, perché l’esteriore sua superficie esposta all’aria, vestiva subito la ruvida corteccia di sasso annerito; quando uno dei compagni : oh Dio ! sclamò, che vedo ? le pietre qui da se stesse camminano ? A tali voci rivoltati gli occhi, vidimo il fuoco, che per quella vasta pianura con lento passo quasi di testuggine si moveva : nell’esterna apparenza altro di se non mostrava, se non la scorza di negro sasso, ma prima di perfettamente indurirsi, sì molle e tenera, che facilmente da noi forata collapunta di un legno, vedevamo a somiglianza di vetro strutto in accesa fornace le vive fiamme muoversi nascoste sotto quel giscio ferrigno ed insassito. Sboccate queste, come dicemmo, per una nuova apertura presso la cima del Monte, calavano precipitosamente per una pendice, strascinando sassi, anche maggiori delle stesse botti, con strepito non dissimile a quello dei fiumi, quando scarsi d’acqua corrono tra stirpame e sassi. Ma arrivate nella pianura mentovata di sopra, cessata ogni celerità di moto, caminavano nel modo gia riferito. Furono gli incendi questa volta innocenti, mentre il loro camino si ristrinse solamente tra rupi alpestri, e vallate diserte, né trapassarono i limiti della cennata rupe di Musarra." Sinquì il P. Massa, (Sicil. In Prosp. Cap. XVIII T. I pag. 83 e 84), che si è valuto di una filosofia troppo volgare nel descrivere quest’incendio.

" Seguì altro incendio (prosiegue il testè lodato P. Massa) l’anno 1688. Le fiamme però questa volta non sboccarono per nuovo crepaccio del Monte, ma uscirono dalla vasta sua bocca per la banda orientale verso la valle del Bue, che restò riempita dal fuoco impietrito per lo spazio di quasi tre miglia senzachè cagionassero danno veruno . . . . Ne’ duelli reciprochi di questi due contrarii , fuoco e neve , si videro varii scherzi della natura ingegnera , specialmente una vastissima cupola di bianchissima neve lavorata dal fuoco , che metteva invidia nella vastità della mole alle cupole delle maggiori basiliche , e nella candidezza della materia ai marmi di Pario, e di Carrara. " Quella gran cupola di neve, che allora si vide, sarà stata effetto di qualche valida orientazione fatta dal fuoco sotterraneo alla superficie del Monte per un moto verticale, dal quale rialzatisi gli strati superiori in forma di arco, sollevassi pure la neve sovrapposta, e venne a formarsi una protuberanza rappresentante la divisata cupola. Ma sentiamo dal P. Massa l’ultimo incendio avvenuto in questo secolo .

" Non era scorso ancora un’anno, quando sull’hore 18 del giorno 14 Marzo dell’anno 1689 il Monte aprì una voragine due miglia sotto la sua antica bocca nell’istessa contrada del Bue; e le fiamme da quella uscite tirarono verso Mascali per lo spazio di circa dieci miglia, disertando tenute, vigne con parte dei Boschi di Catania, e di Mascali : e maggiori sarebbero stati li danni, se non che arrivate in quella Contrada del Bosco di Mascali, che dicono la Macchia, un gnan vallone fè argine al torrente infocato. Lacrimevole fu la disgrazia in questa occasione accaduta ad alcuni curiosi della terra di Trecastagni : era il fuoco già arrivato nel contorno del Monte di Caliato, tra i confini dei Boschi di Catania, e della Cernita (o piuttosto Linguaglossa) nel giorno 19 del suddetto Mese, e quegl’infelici dietro un ponticello stavano osservando, come di punto in punto crescesse, e si aumentasse il torrente infocato, quando o apertasi di botto la terra, o come altri riferiscono, istantaneamente sbalzato un braccio di fuoco, miseramente perirono inceneriti Biagio Pappalardo, Giuseppe lo Coco; ed altri cinque percossi dalle pietre, ed abbrustoliti dalle faville restarono malconci in modo, che due di essi indi a non molto cessarono di vivere." Il Signor Bottone, che fioriva pure in quel tempo fa memoria quasi di trascorso di quest’incendio, parlando solamente della grandissima copia di arena cacciata fuori dal Cratere in tale occasione, la quale giunse con molto danneggiamento delle campagne sino a Reggio . Trovo questa eruzione registrata da mano antica sopra il testè addotto manoscritto del Sac. Vincenzo Macrì nel tempo medesimo, che ancor perdurava.

" A 14 Marzo lunedì ad ore 18 dell’istesso giorno, 12 indizione, 1689 si aprì Mongibello nella valle della Rocca Musarra, avendo cominciato dalli 9 del suddetto mese i terribilissimi venti settentrionali; e corre il fuoco per la Macchia. " Ed infatti andò a metter capo nella gran valle di Mascali detta fin oggi il fondo della Macchia, da dove potea con più franchezza scorrere più oltre, se occupando l’alveo d’un gran vallone, che si para avanti quella valle, cessata non fosse la materia alla eruzione; e si ingannò per conseguenza il P. Massa nell’aver creduto essere stato arrestato il corso della lava dal citato vallone. Alla distanza di un miglio sopra la Roccia di Musarra si vede un vulcano di fresca età chiamato oggi il Monte di Sciara pizzuta : e mi par molto probabile, che siasi esso formato in tal eruzione; giacchè dietro di esso nella valle soprastante del Bue non si vede orma alcuna di lava o di nuovo vulcano. Siamo anche certi, che la folta ed intralciata selva, di cui era ricoverta la campagna circostante alla Roccia di Musarra, e che obbligò il P. Massa nel suo viaggio a camminar carponi, fu in gran parte devastata da detta lava.
Chiuse questo secolo il famoso tremuoto del 1693 in quale occasione mandò fuori dalle sue gole molte fiamme il nostro Etna , secondo ci avvisa l’Abb. Amico , ed il celebre nostro Monsignor Burgos nella sua elegia scritta in lingua toscana, e stampata in Palermo l’anno medesimo 1693 . -

N O T E :
(1) Fra gli altri errori che sonosi pubblicati dagli Autori stranieri in riguardo all’Etna, sulle sue eruzioni e prodotti, due ne farò osservare nell’ Enciclopedia, parola Lave relativamente a questa eruzione. Essa rende conto di tal incendio, il quale si vuole che abbia distrutta interamente la Città di Catania, ma che il torrente infocato andò sì avanti entro il Mare, che vi formò un molo assai grande capace di servire di ricovero ad un gran numero di vascelli. Queste false indicazioni veggonsi smentite dalle relazioni di molti testimoni oculari, i quali scrissero di essersi soltanto distrutte in questo funesto avvenimento 300 case, e poche Chiese in un angolo poco interessante della nostra Città, e che dell’immaginato molo nemmeno se ne vede un qualche principio. Queste sviste non sono le sole che notansi in essa; ma gli Autori che composero un articolo di 50. linee sull’Etna alla parola Gibel , altro non fecero che accozzare errori sopra errori.

(2) il calcolo del Sig. Borelli per più riguardi necessariamente deve essere erroneo; ed io son di parere e che il suo risultato sarà forse minore di metà. Si sa che il matematico non può mai eseguire i suoi calcoli quando non ha fissate la date certe. Ora è come possibile che possansi avere punti determinati io un torrente di lava, che fa molte ramificazioni, e tortuose incurminenze; e che la sua stessa superficie ora si eleva in alti promontorj, ed ora si abbassa di tempo in tempo in vallate più o meno ampie, talchè la massa deve cambiare di passo in passo. In effetto i travagli degli uomini, che in più luoghi han posto allo scoperto questa lava in tutta la sua altezza, e hanno trovato all’esame in alcuni tratti maggiore di 100 piedi, ed in altri minore di 20. La sua larghezza da Mascalcia, a tirar lungo al di là di Camporotondo, si computò ad un presso di cinque miglia, ed è assai maggiore della direzione trasversale da Gravina sino a quell’angolo che sporga sotto Valcorrente.

(3) Io ho fatto osservare nella prima nota dell’ attuale volume cio’ che di presenta vide nel fondo di questa pozzanghera il diligente Gemmellaro. L’Autore che si condusse in questi cuoi sotterranei sfornito di scale non potè discendervi per esser tagliata a piombo, ond’è che fu obbligato ricorrere alle congetture relativamente alla profondità, la quale da Gemmellaro con tutti i tentativi, che ne fece si riconobbe imperscrutabile.

Vito Fichera

tags: