Una generazione recisa come filo d'erba in un campo di grano

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GenerazioniLe generazioni sono come le onde del mare. Sono sempre fatte d’acqua ma non tutte sono uguali. Alcune onde le vedi nascere già dall’orizzonte, fin dove cade l’occhio, sono turbini maestose e indisturbate, galoppano come mandrie di cavalli scatenati, nessuno li può fermare, nessuno li può recintare, alla fine si spezzano come mille cristalli, negli anfratti selvaggi delle rive. Altre onde, invece, sono più mansuete, placide, misurate, sarà poi il vento della notte a tormentarle, a farle rinsavire e anche loro, presto, si solleveranno fin sopra la battigia.

Le generazioni danno il senso dell’appartenenza, della condivisione, dell’identità, fanno sentire gli uomini meno soli. E in ogni generazione, gli uomini possiedono le stesse aspirazioni, le immaginazioni, i ricordi, i pensieri, quasi lo stesso gusto della vita. E gli uomini raccolgono uniti il senso della vita. Arrivano insieme e insieme “si ne vanno”, per sempre. Ma ogni generazione è assai diversa. Come quella dei nostri padri, dei nati tra gli anni Venti e Trenta del Novecento.

Sin da piccoli hanno sentito i racconti e le sofferenze della Grande Guerra, sono cresciuti tra paure e privazioni, tra il desiderio di dimenticare gli orrori del conflitto, tra i ricordi della bella epoque, nel bel mezzo d’un mondo che cambiava per sempre, e la voglia di riscatto e della “vittoria mutilata”. E dalle divisioni e dalle contrapposizioni del dopoguerra, nacquero nuove divisioni e nuove contrapposizioni. Più serrate, più spietate, più feroci. Qualcuno “mise”, nelle loro mani, persino un impero, “tra i banchi delle elementari”. Ma loro erano troppo giovani, troppo stregati, troppo incantati per capire il dramma, per comprendere l’orlo, per vedere il precipizio a cui, a “passo d’oca”, si avvicinavano. E alla fine d’un ventennio d’annunci e di proclami, la generazione di mio padre venne chiamata alle armi, nel bel mezzo del più sanguinoso e crudele conflitto della storia mondiale. E partirono un bel mattino, con la bustina e il tascapane, senza sapere per cosa lottare, per chi, per dove, fino a quando. Certo, molti c’hanno creduto pure, vincitori e vinti, vittoriosi e sconfitti, “dalla parte giusta e dalla parte sbagliata”, e questo li salverà dal giudizio severo della storia.

Nelle battaglie d’Africa orientale, nella campagna di Russia, in Albania, come truppe d’occupazione in Francia, a Parigi, nella sacca di Stalingrado, sulle Alpi, e negli Appennini, nella battaglia di Primosole, nella controffensiva delle Ardenne, a difesa della città di Berlino. Un’intera generazione d’uomini “d’altri tempi”, chiamati dalla storia a sacrifici enormi, indicibili, a pagare un tributo di sangue immane, incalcolabile, a dare la vita per un’idea di altri. Inaccettabile. E poi la fine. Distrutti nel corpo e nell’anima, ma con una voglia matta di ritornare a casa, di ritornare a vivere. Ricominciarono dalle campagne e dalle fabbriche, che avevano abbandonato; risanarono le case, le città, le nazioni. Ricostruirono di sana pianta l’intera Europa, bruciata dalla guerra, ridotta in macerie e in miseria. Come i loro padri, quando loro erano ancora piccoli, dopo la Prima Guerra Mondiale. Si sbracciarono e lavorarono, giorno per giorno, anno dopo anno. Così furono gli anni Cinquanta, gli anni Sessanta, fino agli anni Settanta.

E poi venne la nostra generazione, dei nati negli anni Sessanta e Settanta. Come tutte le generazioni, abbiamo aspettato troppo o troppo poco per essere e per fare? Abbiamo dato il nostro contributo alla società? Abbiamo cercato di cambiare il mondo? O è stato il mondo che alla fine ha cambiato noi? Come succede in tutte le generazioni. Siamo stati all’altezza delle aspettative? Abbiamo avuto le nostre occasioni? O l’abbiamo sprecate? Forse siamo stati sempre o troppo giovani o troppo vecchi per fare qualcosa. Siamo arrivati sempre in anticipo o in ritardo. Un po’ prima o un po’ dopo. Anche nel privato, come nel pubblico. Anche nella gestione potere, nei posti di comando, siamo stati totalmente esclusi, siamo passati dai vecchi oligarchi del dopoguerra ai quarantenni rampanti. Ci hanno saltato del tutto, paro paro. Siamo stati “vecchi” per la rivoluzione digitale, surclassati dai giovani, dai nostri nipoti “nativi digitali”. Siamo stati “rottamati” prima ancora d’entrare in funzione. Una generazione incompiuta. A tratti deboli, fragili, conformisti, abituati ad avere tutto e subito. In realtà, c’è rimasto ben poco nelle mani. Non abbiamo partecipato a nessuna guerra, a nessuna contrapposizione; troppo piccoli per partecipare al “Sessantotto” e al “fumo delle barricate”, ai cortei nelle piazze e ai “concentramenti in piazza Roma”. Travolti dalle bombe e dalla “montagna di merda” della mafia, e storditi da “mani pulite” e dalla “Milano da bere”. Esaltati dalla caduta del muro di Berlino, e incantati dal papa venuto da un “paese lontano”. Ma qualcuno ci deve parole di comprensione e di indulgenza.

E comunque, alla fine, quella dei nostri padri, secondo me, è stata la migliore generazione della storia. La più giusta e combattiva, la più coraggiosa e determinata. E la più tormentata. Con mille domande inespresse, mille dubbi, mille rimpianti. E mi sembra quasi di rivedere mio padre, nato nel ‘21, mentre a passo svelto, tra viottoli di campagna, in un bel mattino di sole, corre verso il lavoro. Come tutti gli uomini della sua generazione, svelti e pronti al lavoro e a sognare una nuova vita. E adesso!? Quella generazione, che ha tanto dato al mondo, è finita, per amaro destino, nel silenzio d’una buia corsia d’ospedale. In solitudine. Sfigurata dalla sofferenza e dalla morte. Come filo d’erba recisa in un campo di grano. A combattere l’ultima battaglia contro quest’iniqua pandemia. Non è giusto.

Angelo Battiato

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