Tra il reale ed il fumettistico: "La giara" riletta da Gianni Salvo

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La celebre novella di Pirandello nell'allestimento del Piccolo Teatro di Catania nella versione dialettale. Uno spettacolo convincente della Compagnia Stabile Pirandelliana di Agrigento...

L’appartenenza e l’identità,
l’ addensarsi di reminiscenze e di magiche presenze ctonie: distilla tutto
l’humus ancestrale che Luigi Pirandello ha ricavato dalla sua Sicilia “La
Giara”, l’atto unico tratto dall’omonima novella, che la Compagnia Stabile
Pirandelliana ha presentato, in versione dialettale, sui legni del Piccolo
Teatro con la regia di Gianni Salvo. Ad azzerare le distanza con la platea - non
più “teatro” ma mondo - è Poponè (una ispirata Lia Rocco), sorta di
visionaria e terrigena divinità che nell’incipit trascina dall’universale
immaginifico dell’isola, ricco di storie, di fantasmi, di leggende e di
suggestioni, al particolare della “massaria” dove si consuma l’azione.
L’essenzialità della scena pensata da Andrea Carisi, vivificata dalle luci di
Riccardo Liotta e dalle musiche originali di Andrea Montana, è tutta funzionale
alla centralità, quasi da protagonista, che in essa assume la lingua
dialettale: è il caso di ricordare che “Suono e sviluppi del suono nel
dialetto di Girgenti” era stata proprio la tesi di laurea di Pirandello. E in
questa “giarra” è appunto il dialetto a dare ulteriore colore e spessore
alla vicenda: una lingua che grida e connota gli spazi sociali, che è portavoce
di una arcaicità oscura e nascosta; una lingua in grado di innescare il comico
ed il grottesco, il demoniaco ed il folle dei protagonisti. E questa “giara”
fluisce come una fiaba - le scenografie di Andrea Carisi ne sottolineano le
attinenze, i costumi di Maria Giovanna Cassaro e di Teresa Lo Nobile le affinità
- con Don Lollò Zirafa, (un Pippo Montalbano che scandisce perfettamente
l’ideologia rabbiosa e “burgisa” della roba) quasi nei panni di un
sanguigno Mangiafuoco, sagomato da un appariscente doppiopetto rosso; con U
compari d’i muli (uno scoppiettante Totò Mancatore) ad alternarsi tra
preoccupazioni e ilarità; con le giovani fanciulle (le civettuole Marcella
Cumbo, Lorena Di liberto, Daniela Guaragna e Daniela La Scala) un po’
contadine, un po’ fate; coi contadini stessi Tararà e Fillicò (Alfio Russo e
Gero Ferlisi) e i “garzuni” (Biagio Chiappara) modellati dalle imbottiture
(che nascondono più di quanto loro stessi non dicano) ad evocare tanta pittura
figurativa isolana, con l’avvocato Scimè (Paolo Di Noto) in tenuta da
anchorman; lo stesso “conzalemmi” Zì Dima Licasi (il misuratissimo Paolo
Colajanni) in odore di grillo parlante, di puffo diabolico, di saggio. Un
allestimento dunque surreale ma non certo algido, fiabesco ma non immaginario,
vicino al fumetto (tutti i personaggi parevano richiamare le illustrazioni di
Emanuele Luzzati) eppure terribilmente reale. E’ stato infatti il tocco
registico di Gianni Salvo ad addensarvi i molti elementi pirandelliani: la luna
ed il suo fascino ambiguo (questa volta senza ammaliature mannare), il conflitto
d’identità, il potere ottuso opposto alla poesia liberatoria: tutto il
piacere di una trasposizione insomma che non è mera riproposizione ma
edificante e simbolica interpretazione.

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