Tra Cuore e Destino trionfa Amore. "Molto rumore per nulla" di Shakespeare

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Successo per l'edizione dello Stabile della commedia del Bardo, firmata dalla regia di Guglielmo Ferro. Un allestimento di grande impatto.

Del teatro, degli
uomini e delle loro appassionate inquietudini. O meglio: Shakespeare. E
dell’Amore soprattutto, quello che si distilla da “Molto rumore per nulla”
la produzione che il Teatro Stabile di Catania ha presentato, con il solito
sfoggio elegante ed impellicciato della ”prima”, sui legni affollatissimi
del Verga. Una commedia per cui il Bardo attinse sia ad una novella di Matteo
Bandello – dalla quale ricavò la morte presunta della sposa promessa - sia
dallo stesso Ariosto, se è vero che nell’Orlando Furioso Ariodante e Ginevra,
sono costretti a superare le stesse prove di Ero e Claudio. Un testo dunque che
sottolinea la centralità di Amore, perno della vicenda, tema anzi da cui ne
rampollano tutti gli altri, per gemmazione o per contrasto: l’ira e
l’infelicità, l’ardimento e la cortesia, la passione e la gelosia; non
fossero altro queste e quelle che sentimenti ed emozioni, atteggiamenti e
reazioni, suscitate dalla possibilità stessa di perdere, di desiderare, di
ottenere e di manifestare amore. Questa “insania universale” di cui tutti
cadono vittime, s’accompagna però all’altra grande protagonista: il caso, o
meglio la Fortuna, parola rinascimentale per eccellenza, che se prima impedisce
poi si offre, deus ex machina nei panni del fool, a sciogliere la vicenda e a
far ri-vivere tutti felici e contenti. In mezzo a tutti questi “uffici
d’amore” gioca un ruolo decisivo la mano registica di Guglielmo Ferro che
riesce a sbalzare a tutto tondo la vicenda lasciando quasi che il testo “si
rappresenti da solo”, e riuscendo per
(dichiarata) sottrazione, a valorizzarlo attraverso un equilibrato intervento
drammaturgico: classico nella strutturazione dell’unica scena
“elisabettiana” (ora arena per affrontare le pene d’amore; ora tribunale
per svelare e giudicare le trame malvagie; ora piazza e corte, infine fortezza
d’amore); aulico nei movimenti coreografici, nello splendore dei costumi;
solenne e contrappuntistico nell’ordito musicale (affidato al quartetto dei
Nakaira: Mario Gulisano, Angelo Liotta, Antonio Curiale e Piera Arena) che
annuncia la tensione scenica e ne detta le pause in una connessione tra gesto,
parola e suono tipico della “question and answer” del teatro anglosassone.
Insomma la commedia scespiriana trova puntuali allestimento, regia ed interpreti
e così “questa cosa chiamata amore” che intreccia e scioglie, che lega e
disserra la vita di tutti, tra giochi e sberleffi, tra inganni e maldicenze, tra
strali e turbamenti si offre compiuta nelle figure più svariate: in Benedetto
“toro selvaggio”, il cui temperamento Sebastiano Tringali rende con assoluta
aderenza e vigore; nella regale compostezza tratteggiata da Federico Grassi nei
panni di Don Pedro; nella freschezza che Tiziana Lodato (Ero) e Mirco Pedrini
(Claudio) imprimono ai loro giovanili ruoli; nell’assennata potenza che Giulio
Brogi segna in Leonato; nell’acida tetraggine che Fulvio D’Angelo esaspera
in Don Juan “l’architetto d’infamie”; nella multiforme femminilità di
Mariella Lo Giudice, una “Madonna sdegno” Beatrice di magistrale spessore
interpretativo; sugli scudi anche la prova di Cosimo Coltraro, (il capoguardia
Sorba), perfetta e spalla maldestra del commissario pasticcione Carruba, un
Enrico Guarneri bardato con due piume a mò d’orecchie d’asino, quasi un
Tatarella camilleriano ante-litteram nel suo esagitato linguaggio contaminato.
Non eravamo al Globe di Londra ma se ne respirava certo l’atmosfera.

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