"Retablo" al Teatro Verga: fascinoso teatro di parola

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Convincente regia firmata da Daniela Ardini della riduzione (a cura di Ugo Ronfani) di "Retablo", romanzo di Vincenso Consolo.

La scena è la parola. E’ la parola che ne plasma i perimetri, ne detta geografie interiori, addita le tappe di un viaggio che è anche sogno, trasalimento, ma soprattutto discorso metaletterario, dialettica intertestualità. Ripercorrendo la polarità tra Lombardia e Sicilia che era stata di Vittorini e innestandovi le originali derivazioni concettuali, il “Retablo” che Ugo Ronfani ha ridotto, dall’omonimo romanzo di Vincenzo Consolo, per i legni del Verga, si costruisce proprio su tre riquadri: il centrale e pretestuoso “journal de voyage” di Fabrizio Clerici” e i due altri pannelli accessori, costituiti dai microracconti di Isidoro, ex fraticello di questua, ora “creato” del Clerici e di Rosalia. In una Catania allettata più dal circensem calcistico che dall’ultimo spettacolo del cartellone tra le mura dello Stabile, “Retablo” sorprende la platea del Verga di parecchi vuoti affacciati su una scena asciutta, di una luminosa densità metafisica, tesa a decifrare “per allusione, per metafora” il viaggio di Clerici, (artista esponente del Surrealismo degli anni Cinquanta) catapultato nel Settecento, consumato in forma di fuga d’amore dalla Milano “chiara e progressiva” verso la barbarie splendente – Segesta, Selinunte, Mozia - dell’isola a tre punte. Con alle spalle alcuni illustri operazioni - dal Retablo con regia di Maurizio Scaparro a quello di Massimo Foschi, fino a “L’isola incandescente” di Mariella Lo Sardo e Claudio Collovà – questo affidato alla regia di Daniela Ardini disvela sul palco il gioco delle storie e della Storia, l’”infinita derivanza” metanarrativa: la metafora del palinsesto insomma, raccontata da voci diverse ed opposte lungo enumerazioni linguistiche in stile barocco: quella del frate affatturato da Rosalia – declinata in un compulsivo monologo iniziale - l’altra affascinante della “ratio” illuministica del Clerici manierista, cultore di “antiquità” In una continua alternanza di illusioni e di vaneggiamenti, di itinerari reali e di avventure, viaggio e compagni, modulati sugli exempla di Cervantes (valga il celebre entremés de “El retablo de las maravillas”), in realtà muovono dallo “scontento del tempo che viviamo” e procedono come un sogno tra briganti pirati e contadini perchè “sognare è lo scrivere memorando del passato come sospensione del presente”. L’ovvia natura teatrale del testo di Consolo, gli incroci di scritti e di memorie, così come la pagina, aprono anche la scena: e la parola la trasforma in baroccio, in cassero di nave, in calesse, in magione, in piazza, in privato studiolo: e se Fulvio D’Angelo ritaglia un aderentissimo Isidoro, altrettanto riescono a fare Pino Micol e Mariella Lo Giudice, nei panni l’uno di Clerici l’altra di Rosalia. Merito della riduzione di Ronfani è certo un aderenza al testo consoliano quasi ossessiva (sottolineata anche dai costumi della Avrahami ispirati ai disegni di Clerici del romanzo) che se da un lato impregna lo spettacolo di un gioco intellettuale di altissimo (e anche poco decifrabile) livello ne costituisce però dall’altro il limite stesso, evidenziato dalla modulata severità scenica che la regia finissima della Ardini volutamente accentua, citando la parola che affabula nella gestualità marionettistica. Ma non siamo tutti “pupi”, forse? Non è forse ascritta a questa condizione la “castrazione” evocata nel finale di chiunque – musico, poeta o pintore - vuole rappresentare il mondo? Non è tutto qui il senso del “cunto” della ulcerante “veritas” che smaschera la realtà presente ?

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