"Questa terra diventerà bellissima" di Felice Cavallaro al Musco

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Una piece nel nome di ciò che deve essere ricordato. Un viaggio lungo dieci anni tra mafia e antimafia. Con la regia di Giovanni Anfuso

Teatro della
memoria. Teatro per la memoria. Civile, ma d’una civiltà austera ed
impegnata, lontana da ogni puro esercizio celebrativo.
Così, anche la retorica
(inevitabile) di quella memoria - sgrovigliata lungo il decennio mafioso di
“Questa terra diventerà bellissima” di Felice Cavallaro - non è
insudiciata come quella vuota ed istituzionale dei “messaggi di cordoglio”
cui il Palazzo ci ha ormai abituato.
La novità assoluta del giornalista
siciliano - prodotta dallo Stabile etneo ed in scena in questi giorni sui legni
del Teatro Musco - non è dunque “spettacolo”. Qui anzi il sipario è già
aperto. Nessuna finzione: stasera non si recita, si testimonia. Si rammemora.
Come i frammenti di un discorso, tra contaminazioni sonore e visive - immagini,
stralci di lettere che si proiettano sul fondo nero della scena, deflagrazioni
che squarciano il silenzio - una pioggia di nomi, di storia dolorosa e di storie
archiviate, raggrumate dalla voce narrante della Mater Memoria (Carla Cassola);
una archetipica “grande madre” che, contro gli oblii, nutre il ricordo delle
voci di tutte le altre donne, sullo sfondo di un tempio dorico in uno sgranato
bianco e nero, ad evocare il teatro della storia e la storia come teatro: come
“tragedia” classica, edificante e catartica che ci fa comunità e che ci
rende, nonostante, ancora “polis”. Perciò le altre donne, le vedove di
mafia - mogli, compagne, madri – più come scarmigliate e scalze eumenidi che
come erinni - si agitano e si raccontano in una dimensione corale di drammatica
intensità e al cui centro si agita l’alaston penthos: il “lutto che
non si può dimenticare”.
Nell’attaccamento “religioso” a ciò che deve
essere ricordato “Questa terra diventerà bellissima” se non sfugge ad una
certa verbosità, alle tentazioni manieristiche (compresa una vena
anticlericale) che affiorano nella prima parte, è certo indubbiamente
autentica: ogni tentativo di svilirne la forza di civile impegno non farebbe che
fraintenderla e minimizzarla, ascrivendola alla categoria reazionaria del
“tanto tutto è inutile”. La regia di Giovanni Anfuso imprime poi una
incalzante tensione drammaturgica, sottolineandone la dimensione corale eppure
mai ingombrante attraverso le folgoranti stratificazioni della scena: strati ora
di consapevolezza, ora di violenza, ora di menzogna di quel “cimitero chiamato
Sicilia”. Nella seconda parte quella retorica si stempera, gli incastri si
chiudono perfettamente e la piece acquisisce una dinamica assi più fluida,
specie quando si fa nuda cronaca giornalistica: nomi e date, persone, depistaggi
e insabbiature, gestione dei pentiti e ruolo della magistratura e dei colletti
bianchi, della stampa stessa: e Cavallaro non è certo indulgente nei confronti
della categoria cui appartiene. Non c’è dunque nessuna voglia di trasformare
i morti ammazzati in martiri luminosi, di fare l’apoteosi dell’antimafia (e
Sciascia ci aveva avvisati in tempo): “Questa terra diventerà bellissima”
allora non è solo il ricordo feroce di ciò che ancora siamo ma il seme di
quello che potremmo tentare di essere.

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