In nome del padre. Gugliemo Ferro e i debiti con il grande Turi

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Il regista trentaseienne si confessa in una esclusiva intervista. La difficoltà di chiamersi Ferro. Il ricordo del padre e una attività frenetica.

Ci viene
incontro nell’ingombro fatiscente dei moli del porticciolo, le cui onde lente
si osservano dalle bocche sfondate degli oblò dei pescherecci in disarmo, nera
silouette, asciutta e vigorosa allo stesso tempo. Guglielmo Ferro, trentaseienne
regista figlio di Turi, ovvero del genius loci del teatro non solo
siciliano, ci accoglie cortese alla fine de “Il marinaio” di Pessoa di cui
ha curato regia e scene per “Gesti Contemporanei” la rassegna “fuori
porta” del Teatro Stabile. Un cognome “difficile” da portare il suo: “Un
patrimonio piuttosto – precisa lui – perché quel nome se da un lato mi
pesa, dall’altro mi onora; è una eredità meravigliosa, è come tenere un
ritratto di papà appeso dentro l’anima. Le cose che ho fatto, le cose che
faccio sono anche un omaggio alla sua memoria”. Poi con sereno rimpianto
aggiunge: “A mio padre devo tutto. Anche se siamo appartenuti a generazioni
diverse mi ha insegnato cos’è il teatro, mi ha inculcato l’idea del teatro
e soprattutto la concezione che la cosa più importante del teatro è lo
spettacolo in sé, l’evento: per lui il resto non contava nulla”. Poi
accennando al suo lavoro di regista aggiunge: “Il
compito di noi artisti è mostrare quanto siamo riusciti a progettare;
non basta affatto avere avuto la possibilità di fare lo spettacolo: bisogna
farlo bene, andare sempre in fondo”. Quando gli chiediamo un piccolo
censimento dell’attività teatrale nella nostra città, sa di parlare da una
finestra privilegiata; rimane un attimo in silenzio come se cercasse di
concentrare tutto in una idea: “Catania è un’isola felice ma bisogna
continuare a pensare il suo teatro come uno spazio libero. Credo
nell’individuo, nel ritorno della poesia, di ideali: e il teatro ne ha tanto
bisogno. Forse ci stiamo inaridendo: abbiamo bisogno di passione”. Richiama
alla memoria Lucio Ardenzi, Strelher, il padre Turi Ferro, tutti mostri sacri
scomparsi in odor di santità teatrale. “Noi ragazzi - riflette - invece
spesso ci impelaghiamo in strade false, piuttosto di mettere tutta la nostra
forza ideologica, mentale, muscolare anche per pochi spettatori; confrontare,
coinvolgere: il teatro non è la televisione; il teatro è una “scelta” che
comporta motivazioni diverse da quelle televisive: diventa impegno”. In
cantiere Guglielmo Ferro coltiva “Vertigo”, uno spettacolo con Laura
Morante, assai diverso dalla versione che ne diede Hitchcock, ambientato nella
Francia dell’occupazione nazista. Ci informa del suo passato prossimo con
autori e attori importanti: Kundera, Venturiello, Dapporto, Maria Amelia Monti,
Brachetti: “Insomma mi sento di rischiare”. Per lui che da cinque anni non
cura spettacoli a Catania forse ci sarà un momento per il ritorno: “Lavorare
allo Stabile per me, visto il cognome che porto, è difficile. Starne lontano è
stata una scelta riguardosa”. Poi torna sul suo marinaio “antiteatrale”,
del coraggio e della difficoltà di trasportare uno spettacolo al porto: “Io
ci ho messo la vita. Come sempre.” Gico

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