Meltin'Folk a Scenario Pubblico: dal giappone gli Acoustic Dub Messengers

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Il quintetto ha inaugurato il Primo Festival di Musiche Folk/acustiche, organizzato da Scenario Pubblico, Mercati Generali, Darshan in collaborazione con l'assessorato al Turismo e alle Politiche Giovanili di Catania.

Un
sound estremamente visivo e fluido che, certamente lontano dalla tradizione
musicale orientale, ha declinato invece, attraverso un impasto cromatico
raffinato, il suo evidente interesse per quella occidentale, pur soffuso di
derivazioni bossanoviane e di palesi influenze jazzistiche.
Gli Acustic Dub
Messengers - il quintetto che in qualità di “special guest” ha inaugurato
(con un’ora di ritardo) Meltin’Folk, ovvero il “Primo Festival di Musiche
Folk/acustiche” sui legni di Scenario Pubblico - hanno offerto una musica di
mutevole derivazione, nella quale confluisce la loro personalissima visione di
Tokio, la metropoli da cui provengono, e delle sue suggestive contaminazioni
culturali. Sul parquet di via Teatro Massimo la loro musica ha evocato anche il
celebre West Coast Jazz, lo stile particolare della California degli anni
cinquanta.
Quello dei ADB è infatti un jazz moderno, forse anche un po’
troppo cool, gradevole e melodico che privilegia armonizzazioni e miscugli
timbrici insoliti, anche di sapore cameristico e vicini per esempio alla
brillantezza dei fraseggi di Claude Bolling, evidenti non solo attraverso il
violoncello di Takuyuki Moriya o il violino di Yasuko Saito quanto soprattutto
per mezzo dell’ottimo flauto di Keiko Saito, il cui suono non a caso ha
ricordato il Bud Shank di “Flute song” o del celebre “Bossa Nova Years”.
 Insomma il quintetto, senza strafare (non si può dire la che loro session sia
stata lunga) ci ha fatto assaporare quel gusto per le sonorità raffinate, per
le melodie orecchiabili e le pulsazioni soffici che fanno giustamente breccia
nelle orecchie di tanti.
La riscrittura emozionata della città giapponese dei ADM ci ha
restituito dunque sonorità per nulla caotiche, come ci si potrebbe aspettare,
ma uno stile musicale ovattato come se fuoriuscisse da una campana di vetro
nostalgica e suadente. Così dalla saudade declinata ora dal violino ora dal
flauto, anche col sostegno dissonante della chitarra, e fino ad una fusion di
densissima concentrazione, questi giovani musicisti hanno dato vita ad una sorta
di atipico tropicalismo (ci si passi il termine) velato di pathos tutto
postcontemporaneo specie nella conclusiva parte del concerto quando più forte
si è fatto il richiamo malinconico alle musiche da film: e non abbiamo stentato
a riconoscere, tra un accenno di samba, pure le note sempre verdi di Amapola.

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