'Mediterranea' del catanese Paolo Lisi

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Un
libro di poesia è sempre il libro di un uomo coraggioso. Tra storia e memoria,
nostalgia e disincanto si muovono le liriche di questo giovane autore.

Nella collana “I piccoli fuochi” dell’editore Nicolodi
è uscita”Mediterranea” terza silloge del catanese Paolo Lisi trentanovenne
medico ospedaliero catanese.
Ha esordito nel ’90 con la raccolta “Denti sul
selciato” (Edizioni Iperbole), cui è seguita nel ’93 la raccolta
“L’arco” (Collana Le Foglie del Salice). Alcune delle poesie presenti
nelle precedenti edizioni sono confluite, in una nuova versione, in questo terzo
libro. Essendo la poesia
un oggetto linguistico nell’incertezza tra il “tutto implicito” e il
“tutto esplicito” è impossibile parlarne, anche in questo caso, se non in
termini di arbitrio assoluto. La poesia “perde” - per utilizzare le parole
di Sebastiano Addamo che l’autore adopera a mò di prefazione – perciò anche sul fronte della comprensione: a stento viene
“compatita” perchè invendibile, laddove invece è questa sua irriducibilità
(a merce) a renderla tale.
Nella poesia di Paolo Lisi si intravede l’esigenza di un dialogo, di
un altrove recettivo in cui la parola può finire di essere senso. Si
avverte allo stesso tempo una presenza discreta su cui riversare versi e momenti
che solo le parole riescono a condensare e a sopportare: “Posso darti tutto
quello che ho:/ delle volute d’inchiostro da decifrare./ Tutto quello che
ho.” (Riflessi III) In questa ricerca va sottolineato uno dei temi portanti
della raccolta: quello dello specchio e dell’altro. L’altro si definisce
essenzialmente in una sfuggente figura di donna che continua a consistere
comunque contro le beffe del tempo e delle mancate coincidenze: “Dentro le mie
palpebre/ cammini ancora a piedi nudi per la casa/ quando ignare folate di
vento/ cancellano le tue orme” (“Petra tou Romiou”). Eppure questo dialogo
è spesso solitario, è un “fraseggio muto”, tentativo di “imbarcarsi per
un altro viaggio” di trovare il varco montaliano, spesso continuamente
frustrato.Ma quella dei versi d Paolo Lisi è una tristezza serena dunque
ossimorica: quasi appagata – mai autocontemplativa - raggomitolata
‘dentro’ quando, invece, non si fa strumento assoluto di conoscenza perchè
per Paolo Lisi la poesia è soprattutto apertura sul mondo: “…io mi lascio
volare,/ oltre questa finestra/ che si apre sul mondo,/ pagina dopo pagina”; e se da un lato questa poesia implode nel delineare gli affetti e gli
affanni più intimi (“Al padre”) e una quotidianità spesso inerte e
soffocante (“Provincia”), dall’altra è anche grido, rovesciamento,
insurrezione contro la cecità dell’agire umano e dei suoi occulti
protagonisti: “Sarete semplici immagini virate seppia/ perché avremo a
disposizione/ quelle a colori, col sangue che sgorga/ in presa diretta dai
televisori,/ nel salotto delle nostre case, al riparo delle nostre menti chiuse/
e secoli di storia che non sono serviti a nulla” (“San Sebastiano”).
Così le tre sezioni della silloge – dell’Inquietudine, della
Memoria, dell’Assenza – diventano i momenti non solo topici del farsi
poetico, di un cammino stratificato di presenze (Pavese e Celan) ma della stessa
condizione della poesia moderna.: “La
poesia - scriveva Pasolini - non è merce perchè non è consumabile.[...]E un
lettore di poesia può leggere anche un milione di volte una poesia: non la
consumerà mai. Anzi, strano a dirsi, forse, la milionesima volta, la poesia gli
potrà sembrare più strana, nuova e scandalosa che la prima volta.”
“Mediterranea” è stato presentato a Catania negli spazi di “Acquasanta”
dell’Associazione Culturale Godot con le letture di Alessandro Quasimodo.

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