L'arte del ritratto: il Modigliani più raro in mostra a Milano

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35 opere del celebre artista livornese
realizzate tra il 1906 ed il 1920 e provenienti da collezioni private. Tratti
dai rari taccuini rimasti ci sono anche due piccoli disegni che Modigliani
faceva di notte nei bistrot, ritraendo vari personaggi per un bicchiere di
Pernod. Non sono firmati ma recano la scritta dessin à boire. La maggior
parte di questi disegni venivano poi distrutti non appena l’effigiato
lasciava il locale. “L’arte del
disegno non deve perire, la sua fine significherebbe la fine dell’arte
stessa”
. Così scriveva Modigliani

FARSETTIARTE,
Milano

26 settembre – 12 ottobre 2002

Si
aprirà alla Farsettiarte di Milano, il prossimo 26 settembre la mostra di
disegni “AMEDEO MODIGLIANI, DISEGNI E
ACQUERELLI”
, che vedrà esposte 35 opere del celebre artista livornese
realizzate tra il 1906 ed il 1920 e provenienti da collezioni private. Tratti
dai rari taccuini rimasti ci sono anche due piccoli disegni che Modigliani
faceva di notte nei bistrot, ritraendo vari personaggi per un bicchiere di
Pernod. Non sono firmati ma recano la scritta dessin à boire. La maggior
parte di questi disegni venivano poi distrutti non appena l’effigiato
lasciava il locale. “L’arte del
disegno non deve perire, la sua fine significherebbe la fine dell’arte
stessa”
. Così scriveva Modigliani nel 1902, una frase che racchiude
l’importanza del disegno per l’artista stesso e con questa frase Osvaldo
Patani, curatore del catalogo e della rassegna, apre il suo saggio
”Modigliani e l’arte dell’anima”:
“Modigliani
chiude la sua drammatica vita a trentasei anni; le sue opere frementi di un
segno che diventa luce sono l’orgoglio dell’arte del ritratto e pongono la
nostra epoca accanto a quelle di maggior prestigio, dal Fayyum al gotico
internazionale, dai fiamminghi a Raffaello. Picasso muore dopo aver divorato i
suoi giorni, senza staccare mai da un lavoro che con la vita si confondeva
tanto da non potersi distinguere negli umori e nelle impennate inventive; fino
all’ultimo i suoi occhi, le sue mani trovarono nel disegno il supremo
disordine di una forma che con lui si identificava. La chiave dell’arte di
Picasso sta proprio in quel suo disegnare, in quel suo scavare con il segno
per far affiorare la forma. Anche Matisse che amava il colore dei fiori e il
disegno a filo continuo, lussuoso e calmo, ha lavorato finché l’età da
febbre alta glielo ha consentito, lasciando del suo ineguagliabile intelletto
che prendeva energie da Oriente e da Occidente, una traccia ininterrotta,
dando fiori e frutti come in una eterna primavera. Modigliani, Picasso,
Matisse. Campioni dell’arte del secolo che appena abbiamo lasciato e ancora
alita sulle nostre preferenze, non è facile staccarsi da un sogno. Ci hanno
aperto la mente con modi nuovi di intendere l’arte del disegno. Da Mario
Sironi, un altro grande del Novecento, udii queste parole: «La cosa più
bella per un artista è disegnare». I disegni non hanno età. Un bel disegno
è come una buona poesia per gli occhi. Modigliani aveva occhi bene aperti sul
soggetto, guardava e insieme penetrava le sue ansie, i desideri, la
malinconia, consentiva ordine grafico alle strutture interiori, apriva
magnifiche stanze umane, dava intensità allo stupore. Quando dispiegava il
disegno le sue mani erano l’occhio stesso del suo essere creativo, la
traccia della matita, della penna, era una sorta di musica, di filo melodico
che si manifestava con linee filanti e minutamente sensibili. Un suo disegno
ha dentro vene che pulsano e nervi, è un segnale amoroso o amichevole, è
rarefatto di solitudine o pervaso di simboli, un campo di immagini rare, di
ineffabili sensazioni. Il disegno di Modigliani ha uno svolgimento sintetico
con una sua sintassi e un lessico asciutto, pieno di forza rattenuta. Questa
sintassi scandita nel segno costituisce la spina dorsale di una pittura
essenziale insieme e ricca. Ogni segno in lui è geniale, persino quando
traccia un nome o firma un foglio si percepisce un senso di bellezza
decorativa, la semplicità diventa il fiore dei sensi. Quanto mai legittimo
per Modigliani parlare di arte del disegno, il disegno per lui è un’arte a
sé stante, non un mero preliminare alla pittura. Si può parlare per il
grande livornese di disegno come arte
dell’anima
, qualcosa che valica il sensibile e penetra
nell’indefinito, la materia perde gravità, l’ovale galleggia
nell’infinito. Nel foglio disegnato la figura umana abita come nel primo
giorno della creazione, è sul punto di sciogliersi in luce. Qualcosa che è
ritratto e che va oltre il ritratto: gli amici che vivono nelle sue carte,
sulle sue tele hanno una sorta di immortalità; popolano la nostra fantasia
affacciati da un mondo ideale, restano immutati come arabeschi celesti. Eppure
sono stati personaggi veri, hanno fatto parte di quel mondo magico che era la
città di Parigi, la corte miracolosa delle arti. Per Albert Camus i disegni
di Modigliani «sono l’espressione più alta e libera dell’artista».
Anche Federico Zeri a proposito del «pittore dei colli lunghi», come
chiamava Modigliani, mi disse di «preferire le sculture e in modo particolare
i disegni per la loro spontaneità, la forte intensità espressiva,
l’eleganza del segno profumato di secoli andati, pur nella loro modernità».
In taluni fogli ispirati alle cariatidi Modigliani trattava il disegno come
Stravinskij trattava un tema musicale, variandolo, modellandolo, ripetendolo
con segni precisi e veloci secondo un libero concetto estetico,
un’immaginazione purissima; come Stravinsij Modigliani non ha mai amato il
sole, ma non ha mai conosciuto l’ombra: viveva di notte nei bistrots
dove disegnava gli avventori in cambio di un Pernod; fogli che hanno formato il gusto di un’epoca.
Modigliani considerava l’orecchio, l’occhio, la bocca e il naso le parti
più difficili del ritratto. Li ha semplificati, disegnando pinne nasali, la
bocca di Iside con il labbro superiore sinuoso, l’arco degli occhi obliqui
risolto con due virgole unite in orizzontale, orbite vuote e a volte
quadrettate che attraggono la luce del foglio e in qualche caso nel raggio
della proiezione sembrano dare il luminello con espressione malinconica. In
una rara giornata parigina con aria croccante e luminosa, come in riviera –
era la fine di febbraio del 1964 – in compagnia di Alberto Giacometti e del
pittore Clemente, passeggiavo per rue
de Seine
; nella vetrina di una galleria d’arte era esposto un
ritratto di Soutine disegnato da Modigliani cinquant’anni prima. Giacometti
si fermò a lungo osservando il disegno e ci disse che secondo lui «Modigliani
era stato un artista del tutto autonomo, insuperabile nella matita e tra i più
grandi ritrattisti di tutti i tempi. L’ultimo grande eroe prometeico. Doveva
avere un’intelligenza e una libertà ammirabili. Oltre a creare un ritratto
dava vita a un disegno e questo è ciò che io cerco di fare da sempre:
disegnare, disegnare, questo è il segreto». Tra le caratteristiche del
disegno di Modigliani una ve ne è sempre sfuggita anche ai più attenti
falsari; l’ho svelato nel testo del catalogo generale dei disegni:
Modigliani, disegnava la maggior parte delle opere partendo dal basso verso
l’alto, facendo crescere la forma come le piante in natura, dalle radici su
su al cielo. Me ne sono accorto quasi per caso dopo anni di studi e
riflessioni sui lavori originali, me lo hanno confermato i suoi amici André
Salmon e Balise Cendrars, da lui più volte ritratti e che lo videro disegnare
nei bistrots. A Milly-la-Fôret
l'11 ottobre 1963, a settantaquattro anni, moriva il poeta Jean Cocteau, il dandy
più fantasioso, brillante e sofisticato dell’avanguardia parigina tra le
due guerre. Disse di sé: «Quando una mia opera sembra in anticipo sul tempo
è vero che il tempo è in ritardo rispetto alla mia opera». Ricordo che ero
andato a trovarlo in una giornata afosa di agosto a Villefranche-sur-Mer per
sapere del suo sodalizio con Amedeo Modigliani. Fu subito disponibile. Lo
ascoltavo ammirato per le informazioni e la considerazione artistica del
livornese. Sento ancora le sue parole intessute di poesia che mi furono di
grande aiuto per i miei libri su Modigliani. Cocteau sosteneva che «Picasso,
de Chirico e Modigliani erano i più grandi artisti del secolo, in particolare
Modigliani che creò un genere del tutto originale, partecipando la psicologia
dei personaggi ritratti, dando alla cultura il profumo di un’avventura
esistenziale». Si potrebbe dire che l’arte di Modigliani imperniata
sull’essere umano è una sorta di autobiografia. Le sue opere sono
un’antologia degli amici poeti, scrittori, pittori, mercanti d’arte,
modelle, attori che gravitavano tra Montmarte e Montparnasse, in quel crogiolo
creativo dove inferno e paradiso si incontravano dando un’idea di ebbrezza
alla vita, ancora sul ritmo di Baudelaire e Rimbaud. Modigliani disegnava con
la leggerezza di un volo”.




Orari:
tutti i giorni 10 – 19; lunedì 15 – 19; domenica chiuso. Ingresso libero
Catalogo edito da Farsettiarte, in mostra 20 euro. Per informazioni tel.
02.794274 Sito Internet:
www.farsettiarte.it

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