L'Aniante futurista in scena al Piccolo: "Carmen 1929".

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Il testo, con l'adattamento di Rita Verdirame è andato in scena con la regia di Gianni Salvo. Una "prima" davvero riuscita...

“Carnevalone dell’anima mia”.
Anton Giulio Bragaglia, uno degli uomini più intelligenti del teatro italiano,
battezzava così Antonio “Aniante” Rapisarda, la cui ritrovata “Carmen
1929” il Piccolo Teatro ripropone e rianima - grazie ad un certosino
adattamento di Rita Verdirame - a poco più di settant’anni dalla sua prima
(ed unica) messinscena sui legni del Teatro degli Indipendenti, praticamente il
primo “stabile” d’Italia. La Carmen sulla scena, nella pantomima
dell’incipit, è quella di Bizet, protetta dalla retorica; quella falsa e
artificiale della tradizione letterar-melomane; l’altra, quella che l’auctor
Charles Bonheur (dietro cui si cela l’Aniante, enfant histerique)
decide di reinventare, è invece quella sincera e reale: non di certo la
stallona dell’opera, piuttosto una servetta “con i foruncoli in faccia”,
ed anche un po’ sudiciona, via: ovvero il massimo dello stravolgimento.
Insomma quest’altra Carmen - a sentire poi il vecchio critico trombone che
irrompe ogni tanto - appare come una “depravazione di pessimo gusto”. In una
messa in scena allo specchio (teatro nel teatro), tra toreri miopi, simboliche
marionette, autocitazioni (il Petronillito ad evoca il Petrolini protagonista di
una messinscena aninatesca), equivoci sottintesi, intrusioni in platea, dialoghi
alogici e stravolgimenti clawneschi - contrappuntati dalle deliziose “arie”
che Pietro Cavalieri ha composto ed eseguito al pianoforte – “l’opera
lirica” di Aniante è immersa, fra teatro e metateatro, in una perenne e
buffonesca atmosfera circense, sprezzantemente antiborghese, aggomitolata in un
sapidissimo gusto per lo sberleffo e per la provocazione, permeata di estremismo
programmatico e di spirito paradossale. Per di più la celebre sigaraia di
Siviglia costituisce per lo scrittore di Viagrande quasi un’ossessione, una
sorta di figura “prototipo” (le cui geografie erano già stati esplorate ne
“Il fecondatore di Siviglia”). Nell’allestimento sopra le righe del
Piccolo (Teatro Sintetico o quello della Sorpresa?), surreale come una tela di
Breton (e le scene ed i costumi di Oriana Sessa ne sottolineano l’ascendenza)
il testo originale – cui dona leggerezza l’intervento sforbiciante di Rita
Verdirame – sfugge, s’improvvisa, deborda lungo movenze iconoclaste tipiche
dell’avanguardia con un occhio a Pirandello ed uno a Viviani. La regia di
Gianni Salvo firma poi questa “serata futurista” del Piccolo (nessuna rissa,
solo tantissimi applausi!) rammendando non solo le smagliature del copione ma
rendendolo dinamico e spigliato, allegro e grottesco come ogni operazione
d’avanguardia pretenderebbe. In questo gioco giocoso in cui la prova della
compagnia è perfetta (la bravura della co-protagonista Anna Passanisi vale per
tutti), riesce ad emergere anche il tema “serio”: quello della pirandelliana
opposizione vero/falso; che è poi la condizione stessa del Teatro. E della
vita.

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