La Sicilia arcaica e violenta delle novelle di Capuana

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L'ultimo appuntamento di "Ring 2002" la multirassegna dello storico Teatro Club di piazza S. Placido si consuma con "Le Paesane" otto novelle di Luigi Capuana elaborate sulla scena da Nando Greco.

“C’era na vota ‘nre; bafè, viscottu e minè”… E’ la nenia infinita del “raccontare”, la cornice nella quale, dirompente e vivace, si svolge la narrazione scenica de “Le Paesane” che, con la regia di Nando Greco, il Teatro Club ha presentato e prodotto nell’ultimo appuntamento di “Ring 2002” la multirassegna diretta da Paola Greco. L’essenzialità della scena (curata Daniela Lo Presti), spoglia e nuda, si esalta - nel corso degli otto brevi quadri condensati nella lettura scenica di altrettante novelle del menenino Luigi Capuana – sia nelle musiche di sottofondo (scelte da Alfio Antico) sia nel calore/colore della resa sullo spazio scenico, grazie ad una impostazione registica “boccaccesca” e anticlericale, irridente ed amara, capace di esprimere al massimo grado l’atmosfera eccessiva di un paese e di una comunità – quella della Mineo di Capuana - per molti versi ancora feudale, costituita da contadini miserabili ed ignoranti, da donne superstiziose e sottomesse ai mariti, da gretti massari col pallino della roba: tutti i “tipi” insomma che l’autore de “Il marchese di Roccaverdina” tratteggiò nella raccolta di racconti ispirati alla vita della Sicilia contadina. Un mondo arretrato e immobile, duro e violento che la mano di Nando Greco con una regia aspra e sanguigna, eccessiva e drammatica, trasporta e ridipinge nel breve volgere di illuminate quanto intense folgorazioni drammaturgiche, affidate ad un notevolissimo amalgama recitativo, affidato ad un drappello di attori del teatro amatoriale catanese davvero sorprendente. Nella crudele riproposizione di una realtà senza fronzoli, culturalmente ed economicamente arretrata “Le Paesane” lasciano emergere il cosmo rurale della “chiana”: il sangue ed il riso; il sesso e la beffa; il lutto e la roba; le paure ancestrali e i rapporti di forza; la pazzia. Un mondo arcaico, “originario” come il dialetto che sulla scena si parla e spesso si urla. Nella girandola interpretativa degli otto quadri emerge la maschera straordinaria di Turi Killer che in “Don Saverio” e ne “Il mago” coniuga diavoleria giufanesca e ottusità rustica; Ernesto Calcagno l’insana gelosia con la rabbia di “Comparatico”. L’intensa espressività di Agata Pluvione si cala anche nei panni tragici di Agrippina Caruso de “Alle Assise”; mentre la complessa compostezza di Franco D’Arrigo riesce a delineare la singolare minchioneria credulona de “La Conversione di Don Ilario”. Le prove convincenti di Amleto Monteforte, di Enrica Mallo, di Pietro Guarnera, di Ernesto Calcagno, di Annalisa Celi, di Concetto Sanfilippo e di Antonio Marletta, completano una messa in scena accattivante ed “elementare”. Si replica fino a stasera (alle 21.15).

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