La nazionale italiana, il calcio e padre Cannone

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Italia 1982Ricordo che fu un’estate rovente, come quest’anno, quella del 1982. Ma di quell’estate, più di tutto, mi sovviene il campionato del mondo di calcio, disputato in Spagna, con la storica e invincibile nazionale italiana, con la formazione che, come un rosario, non ho mai dimenticato: Zoff, Gentile, Cabrini, Marini, Collovati, Scirea, Causio, Tardelli, Rossi, Altobelli, Graziani.

E poi quelle interminabili sfide al cardiopalma, con la Polonia, con l’Argentina, con il Brasile, e poi la finale, vinta 3 a 1 contro la Germania, con le mani alzate in cielo di Sandro Pertini, che segnarono il trionfo dell’Italia. Per la verità, in quel fatidico 1982, successero anche altre cose molto importanti: la guerra delle Falkland, tra l’Argentina e la Gran Bretagna; il massacro di Sabra e Shatila, a Beirut; il mostro di Firenze uccideva ancora; e a Palermo veniva ucciso dalla mafia, prima l’on. Pio La Torre, e poi a settembre, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Ma il mio ricordo è rimasto fermo all’urlo di Tardelli, in quella magica notte della finale di Madrid, che, sono convinto, come a me, ha saputo dare alla mia generazione una grinta incredibile, una forza, una carica di ottimismo, come un colpo di frusta, ci ha “dato” il coraggio di osare, di andare oltre, di sfidare, di fare della nostra vita un “piccolo capolavoro”. Fu da quella vittoria calcistica, dopo quell’estate e quella ingiustizia, che iniziò, con il dovere e la necessità di esserci, la mia “lunga marcia” per la “vittoria finale”.

Ma siamo al mattino di lunedì 12 luglio 1982. Mia mamma, come di consueto, era andata alla quindicina, alla chiesa del Carmine, di Misterbianco, per l’imminente festa della Madonna del Carmelo. Ma il prete, stranamente, quella mattina tardava ad arrivare. Ad un certo punto, tra lo stupore di tutti, entrò velocemente in chiesa e disse, con il suo largo sorriso da fanciullo e la voce francescana: “Scusatemi, ieri sera l’Italia ha battuto la Germania, e stamani il sonno ha battuto me!”. Era l’indimenticabile padre Vincenzo Cannone, parroco della parrocchia di San Nicolò e “Don Bosco misterbianchese”.

Il calcio non è solo sport, è molto di più. Il gioco del calcio è come la vita, da solo non vai da nessuna parte, se ti chiudi in difesa perdi tutto, se fai catenaccio, prima o poi, ti fanno contropiede; bisogna fare “gioco di squadra”, bisogna aprirsi ai compagni, saper chiedere, aspettare, aiutare, soffrire, gioire e vincere insieme. Ma bisogna anche saper perdere. “Bisogna saper perdere, bisogna saper lottare con speranza e fiducia”. Il calcio educa, ti fa crescere, maturare, capire, ti fa conoscere e riconoscere gli altri, ti dà autostima, consapevolezza, voglia di esserci e di lottare con gli altri, ti dà il senso di appartenenza, di condivisione, di pluralità. Ti fa capire il “noi”, anziché restare nell’io. Ti fa essere leale, coraggioso, generoso, altruista. Il calcio può aiutare a cercare il senso della tua vita. Soprattutto, aiuta a capire chi siamo e cosa vogliamo. Il calcio è vita. E adesso, con l’Italia campione d’Europa, con la vittoria, l’altro notte, della nazionale al campionato europeo 2020, auguro ai giovani d’oggi, tanta grinta per realizzare i loro sogni e fare della loro vita un nuovo capolavoro. Coraggio sempre!

Angelo Battiato

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