"Due mesi d'inferno, ora finisce un lungo incubo, e devo tutto ai miei fratelli": La vicenda della misterbianchese Giusy Orofino

Versione stampabileVersione stampabile

Giusy OrofinoStimatissima nella sua amata Misterbianco, Giusy Orofino, 51 anni e laurea in riabilitazione psichiatrica, dal 2013 lavora con entusiasmo da educatrice presso una Rsa (residenza sanitaria assistenziale) per anziani a Brescia, sul lago d’Iseo. Ha vissuto lo “tsunami” del coronavirus nell’epicentro “infernale” della Lombardia, impegnata in prima linea sul drammatico “fronte”, vedendo morire una trentina dei 73 anziani presenti nella struttura dedicata. Il racconto senza reticenze della sua esperienza nel contesto della decantata “avanguardia sanitaria” lombarda ci sembra decisamente significativo.

«Era venuta giù tutta Brescia - ci racconta - con una mazzata psicologica pazzesca, si è sospesa la vita sociale, con 8 pagine di necrologi giornalieri, ma a marzo non tutte le aziende avevano chiuso». «Io faccio un lavoro dove l’aspetto emozionale e l’empatia sono importanti. Conosco quegli anziani e ciascuno dei loro figli e nipoti, a loro ho insegnato “Vitti na crozza” e a giocare a “tivitti”, loro mi hanno insegnato le usanze e il cibo di Brescia. Essere educatrice non è fare feste o la tombola, ma mantenere viva la loro attenzione, i ricordi e l’allegria, nella condivisione. Poi li ho visti cadere uno ad uno come i soldati di Ungaretti».

Giusy ha contratto e sta superando il covid-19, e ora è in quarantena fino a completa guarigione. Non solo non si era sottratta al lavoro “a rischio”, ma addirittura ha taciuto tutto ai lontani familiari a Misterbianco, dove da novembre scorso era rientrata una delle sue gemelle di 19 anni, Ludovica; solo i fratelli Santo e Paolo ne erano messi segretamente a conoscenza. E Santo a Misterbianco aveva subito “costretto” a casa tutti i familiari, provvedendo personalmente ad ogni esigenza all’esterno. «Già a febbraio - dice Giusy - da noi si era cominciato a capire qualcosa, ma il tutto veniva sottovalutato. Non usandosi all’inizio dispositivi di sicurezza né “tamponi” rinofaringei, ho indossato di mia iniziativa le mascherine ffp3 inviatemi da Misterbianco da Santo, anche se si diceva che “non servivano”. A marzo tra l’altro si ammalavano anche alcune mie colleghe assistenti, ma senza essere sottoposte al tampone e avendo in dotazione all’inizio solo mascherine assolutamente inadeguate, perché altro non si trovava. Già ai primi di marzo, a casa mi ero messa in autoisolamento in camera da letto, separandomi fisicamente da mia figlia Vittoria - la persona che in tutto questo ha sofferto di più - e dal mio compagno Patrizio, mangiando e dormendo da sola e disinfettando continuamente abitazione e automobile. Per due mesi, non un bacio o abbraccio o una carezza, solo il buongiorno e la buonanotte a distanza. Il 26 marzo, mi sottopongo al tampone, con esito ufficialmente “negativo”; e continuo a lavorare, ma domenica 29 ho mal di gola e tosse, l’indomani altri sintomi e mi metto in malattia; il 3 aprile, il mio compleanno, perdo i sapori e prolungo la malattia. Da casa, per 13 giorni chiamavo il numero verde, chiedendo di essere curata, ma non rientravo nel loro “protocollo” perché non avevo la febbre né difficoltà respiratorie, e non dovevo recarmi in ospedale».

«Il 13 aprile - continua Giusy - mi reco in autonomia in una clinica con pronto soccorso, sono sottoposta al tampone e l’indomani vengo a sapere di essere positiva; e mi dicono che il primo tampone era probabilmente un “falso negativo”. E sento di avere dentro di me non un micro-organismo, ma una bruttissima “bestia”. Da quel momento, per l’Ats (l’Azienda sanitaria) divento un “numero” da tenere in considerazione, con telefonate sul sostegno medico e psicologico; la malattia diventa “infortunio sul lavoro” e mi viene assegnato l’indennizzo assicurativo. Vengo segnalata, assieme a mia figlia, per far partire la quarantena. Ma il 15 sto ancora male, per me nessuna terapia ma solo la tachipirina per i dolori muscolari, che secondo i protocolli era “sufficiente”. Nel frattempo, oltre al sindaco della città mi telefonavano i miei fratelli che consultavano i loro medici; e mio fratello Paolo da Varese di notte - sfidando tutti i controlli - mi ha portato antibiotici, eparina e farmaco contro la polmonite, altrimenti fin dopo il 23 aprile non avrei ancora avuto terapie di sorta. Coi miei meravigliosi fratelli, mi sono sentita rassicurata, protetta e mai sola. Ora mi sento meglio e sono in quarantena fino a guarigione, ed è fortunatamente negativo l’ultimo tampone di questi giorni. Dopo due mesi, ho potuto finalmente riabbracciare mia figlia. Mi rimane un’esperienza fortissima di vita, in cui ho sentito i miei cari vicini come non mai. Non dimentico certamente la perdita straziante di quegli anziani costretti a morire soli (perché noi non siamo la loro famiglia), senza avere accanto i propri cari, con i quali avevo tra i primi instaurato i colloqui con videochiamate acquistando anche dei tablet (e finendo per questo sul “Corriere della sera” di Brescia). Chiusa tra quattro mura, leggo e faccio corsi (anche di danza) in streaming; ma non vedo l’ora di tornare al mio lavoro con gli anziani, un lavoro che amo; e mentre raccomando caldamente a tutti i miei concittadini il pieno rispetto delle regole di prevenzione e sicurezza, sento di aver già “vinto” per le risposte umane che ho avuto, imparando l’importanza degli affetti e della qualità delle relazioni che costruisci».

Roberto Fatuzzo
La Sicilia
07/05/2020

tags: