TORNA “L’EREDITÀ” DEL GRANDE TURI FERRO

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StabileTorna “l’eredità” del grande Turi Ferro. Un ritorno atteso, in senso proprio e metaforico. Il Teatro Stabile di Catania, che ha avuto nell’impareggiabile mattatore la figura più rappresentativa, ripropone infatti - a distanza di un quarto secolo - L’eredità dello zio canonico di Antonino Russo Giusti, proprio nella versione che Ferro interpretò apportandovi il proprio personale contributo e approdando ad un'originale rivisitazione. Venticinque anni dopo, l'operazione promossa dallo Stabile etneo consente così di recuperare il prezioso patrimonio di arte e sapienza teatrale, che è il lascito più importante di un attore tra i più grandi della storia teatrale del Novecento.

La programmazione è stata fissata al Musco, dal 16 al 30 aprile, per la gioia del pubblico che potrà ritrovare le emozioni di uno spettacolo ormai leggendario, andato in scena nel 1984 e oggi riallestito dal figlio di Turi, il regista Guglielmo Ferro, per elezione più vocato alla contemporaneità, alla sperimentazione, senza per questo ignorare la valenza artistica, estetica e finanche antropologica del teatro di tradizione. Eccolo perciò pronto a raccogliere il testimone di un'eredità tanto importante quanto prestigiosa, e a tramandarla con il necessario spirito innovativo.
Conferenza stampa di presentazione

Mercoledì 15 aprile 2009, ore 10,45 - Catania, Teatro Verga.

La rinnovata mise en scene può contare su un team di prim'ordine. Giuseppe Andolfo firma scene e costumi, Pippo Russo le musiche, Franco Buzzanca le luci. Sul palcoscenico un cast di qualità che annovera Mimmo Mignemi, Alessandra Costanzo, Angelo Tosto insieme a Margherita Mignemi, Riccardo Maria Tarci, Maria Rita Sgarlato, Turi Giordano, Fiorenzo Fiorito, Domenico Gennaro, Aldo Toscano, Plinio Milazzo e i giovani Alessandro Idonea e Valeria Panepinto. Rivive così un allestimento tramandato nel tempo, immutato e sempre nuovo, entrato nella storia del TSC insieme ad altre produzioni in dialetto, molte elaborate ancora da Turi Ferro, quali ad esempio i capolavori martogliani L’aria del continente o L’altalena.

Osserva il direttore Giuseppe Dipasquale: «La messinscena di un testo come L’eredità dello zio canonico e delle altre commedie in vernacolo investe la necessità di un passaggio generazionale di testimone anche negli interpreti, una “Compagnia di giovani”, così l’abbiamo chiamata, composta di talenti autenticamente versati in questo repertorio, ma anche in quello in lingua, chiamati perciò a ricalcare le orme di maestri come Turi Ferro, Umberto Spadaro, Rosina Anselmi».

Ed è in quest’ottica che, all’interno del filone “Del comico o del popolare”, il cartellone dello Stabile richiama l’attenzione su un drammaturgo come Antonino Russo Giusti (Catania, 23 febbraio 1876 – 28 settembre 1957), contemporaneo di Luigi Pirandello e autore in tutto di 27 opere teatrali. Dopo aver trascorso l’infanzia a Belpasso, compie gli studi classici nel capoluogo etneo, dove si laureò in giurisprudenza, dedicandosi successivamente all'attività forense. Direttore artistico del Teatro comunale "Coppola" di Catania, vi rappresentò appunto L'eredità dello zio canonico, sua prima opera in vernacolo, scritta intorno al 1920.

Tipica commedia degli equivoci che in alcuni momenti assume toni quasi farseschi, con una vena grottesca insolita per l’epoca, la pièce appartiene - come quasi tutti i lavori di Antonino Russo Giusti - al filone del cosiddetto “naturalismo comico”. Le vicende, tratte dalla vita quotidiana dei ceti popolari, vengono ingigantite negli aspetti più grotteschi e paradossali, mentre i personaggi spesso evidenziano i lati “negativi” dell’animo umano, avarizia, avidità, servilismo. Come in questo plot, in cui due rami di una famiglia sono in conflitto per l’eredità di uno zio prete (da qui il titolo alternativo L’eredità dello zio buonanima), ma il legittimo erede scopre che il patrimonio ha diversi vincoli e oltretutto la banca dove era custodito il capitale fallisce.

Ad acquisirne i diritti d’autore sarà Angelo Musco, nel 1934 protagonista della versione cinematografica (appunto L’eredità dello zio buonanima), così come nel 1937 porterà sul grande schermo Gatta ci cova, altro celebre intreccio firmato dal conterraneo, capace di descrivere come pochi l'identità e la tradizione della propria terra. Come Musco, i maggiori interpreti del teatro dialettale hanno esaltato per tutto il Novecento un autore la cui vis comica torna ora a brillare sul palcoscenico dello Stabile etneo.

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