Silvana Grasso, Giancarlo Majorino e Lina Bolzoni: ecco la triade del Brancati

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Gran Gala per la consegna del XXXIII Premio Brancati-Zafferana. La serata conclude la due giorni di convegno incentrato su Stefano D'Arrigo, lo scrittore di Alì Terme autore del fluviale "Orcynus orca".

mso-fareast-font-family:"Times New Roman";mso-ansi-language:IT;mso-fareast-language:
IT;mso-bidi-language:AR-SA"> La foto
è indimenticabile, dura; quasi impietosa. C’è un uomo chino su centinaia di
fogli sparsi, minuziosamente vergati da una calligrafia minuta, insistente. Le
borse sotto gli occhi, che sono soltanto delle fessure, gonfie e rugose.
Quell’uomo, che la foto ha per sempre fissato in un bianco e nero un po’
sgranato, era Stefano D’Arrigo, poco tempo prima che consegnasse le bozze
definitive(?) del suo infinito romanzo “Orcynus orca”. E allo scrittore di
Alì, a dieci anni dalla sua scomparsa, sono state dedicate le tradizionali
giornate di studio, organizzate con l’attenta supervisione di Rita Verdirame,
dall’Università degli Studi di Catania che accompagnano l’assegnazione del
Premio Letterario Brancati-Zafferana, uno dei più antichi e prestigiosi della
penisola, giunto alla sua XXXIII edizione e che stasera, nell’Auditorium
dell’oratorio parrocchiale (ex Collegio S. Anna) vedrà susseguirsi sul palco
per le tre sezioni – narrativa, poesia e saggistica –
i premiati, rispettivamente: Silvana Grasso per “La pupa di zucchero”
(Rizzoli); Giancarlo Majorino per “Gli alleati viaggiatori” (Mondadori);
Lina Bolzoni per “La rete delle immagini” (Einaudi). Accanto al loro nome
quello del compianto poeta Salvo Basso per la cui “Ccamaffari” (silloge
edita dalla catanese Prova d’Autore) la giuria (Maurizio Cucchi, Antonio Di
Mauro, Giorgio Ficara, Salvo Garufi, Stefano Giovanardi, Piero Isgrò e
Salvatore Scalia) ha deciso una menzione speciale. Quest’anno “per liberare
il Brancati Zafferana - come ha
sottolineato il sindaco Giuseppe Leonardi –dalle contingenze del tempo, è
stata decisa la costituzione di una Fondazione intitolata a Brancati; non solo
per dare la possibilità – ha poi aggiunto - a quella fucina di ricerca che è
l’ateneo catanese di riversarvi i suoi contributi ma soprattutto in funzione
sociale, ovvero per la creazione di una coscienza civile e culturale”. E se
Gianvito Resta dell’Università di Messina ha ricordato non senza commozione
il lungo sodalizio giovanile che lo
ha legato a Stefano D’Arrigo, decifrando lentamente gli stralci di una
affettuosa e settimanale corrispondenza, è toccato ad Antonio Di Mauro
inaugurare gli interventi critici. Il poeta ha densamente ripercorso la lunga
parabola compositiva che lega “Codice siciliano”, prima raccolta di liriche,
al grande romanzo; “una corrispondenza - ha aggiunto – che è riconoscimento
di continuità.” Insomma, le liriche sono un incunabolo del romanzo a venire,
una preparazione del nostos omerico, la prova del lavoro sul linguaggio
che
"Times New Roman";mso-ansi-language:IT;mso-fareast-language:IT;mso-bidi-language:
AR-SA"> – come ha scritto Manacorda – è inusitato e quasi inesistente; una
preparazione
mso-fareast-font-family:"Times New Roman";mso-ansi-language:IT;mso-fareast-language:
IT;mso-bidi-language:AR-SA"> che lascia già intravedere i temi dell’Orcynus:
la partenza, l’esilio, la patria “difficile”, il mare come universo
finale. Fernando Gioviale invece nel
corso di un agilissimo ma assai stratificato intervento ha scandagliato la
dimensione temporale dell’Orcynus, la singolarità dell’esperienza narrativa
di D’Arrigo, scrittore inattuale; “c’è nella sua scrittura, nel suo
lavoro di revisione, qualcosa di profondamente classicistico, di antico”. In
ciò consiste per Gioviale quel “culto dell’antico” attraverso cui
D’Arrigo si consegna alla letteratura, quasi evitando di completare l’immane
opera del romanzo: egli si addormenta nel “somnium” della propria opera e
dimentica il tempo (così come il romanzo “dimentica” l’intreccio,
producendo effetti quasi metastatici della parola) risvegliandosi non più nel
mondo della parola ma in quello delle immagini: “Cima delle nobildonne”
secondo prova narrativa di D’Arrigo (di cui ha densamente discusso Aldo Morace,
dell’Università di Sassari), è testimonianza di questo passaggio. Nel corso
della stessa giornata gli interessanti contributi di Salvatore Trovato e di
Sebastiano Grasso e la lancinante parentesi recitativa di Stefania Giuliano,
l’attrice che ha letto alcune pagine del romanzo. Ieri pomeriggio le relazioni
della dottoranda presso l’ateneo parigino Laura Torre sulla corrispondenza
D’Arrigo-Zipelli.

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