Marco Paolini: un "Sergente" contro la guerra

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Lo spettacolo-monologo, tratto dal romanzo "Il sergente nella neve" di Mario Rigoni Stern, è andato in scena per il cartellone di "Gesti", la rassegna teatrale di Guglielmo Ferro e Marco Vinci.

Il teatro
civile e civico del “Il sergente” di e con Marco Paolini, secondo
appuntamento di “Gesti”, la rassegna teatrale firmata da Guglielmo Ferro e
Marco Vinci raccoglie il "tutto esaurito" sulle poltrone
dell'Anfiteatro coperto de Le Ciminiere. L’incipit dello spettacolo è un
accenno breve di note, quasi un vecchio adagio di uomini d'armi sul crepuscolo
di un bivacco, prima che la voce ed il corpo di Marco Paolini prendano per mano
la storia che l’attore ha distillato - lungo più di due ore di avvolgente
monologare - dallo splendido romanzo di Mario Rigoni Stern. Nel
racconto-affabulazione di Paolini il ritorno a casa dell’armata alpina
italiana dalla Russia, durante la Seconda Guerra Mondiale, visto con gli occhio
di un soldato, ha il respiro epico e la drammaticità della marcia dei
“diecimila” che Senofonte aveva condensato nell”Anabasi” ma il sapore
senza tempo della ferale inutilità della guerra. Tra l’ironico e il beffardo
quando affonda con brevi ma profonde staffilate nella realtà d’oggi, Paolini
- una giberna a tracolla e un pastrano sdrucito - racconta il mondo alla
rovescia della guerra del ‘sergente nella neve’, i tre mesi di ripiegamento
dell’ARMIR attraverso la steppa culminato nella battaglia di Nikolajewka nel
gennaio del 1943.E la voce-straziante è quella dell’uomo che assiste ad una
disfatta annunciata; che ripercorre le tappe di una “educazione”
involontaria alla morte per i tanti compagni - più di quarantamila - che dal
fronte del Don non sarebbero mai più tornati. Sul palco nudo solo una macchina
per scrivere: allusivo oggetto di scena della pratica della scrittura, della
necessità della trasposizione della memoria sulla pagina - il libro di Rigoni
Stern è infatti un diario autobiografico - ma anche strumento musicale, ritmico
diapason di un treno che scappa nella notte gelata, cadenza dura di marcia,
raffica sinistra di mitragliatrice. Tra fumosa polenta di segale, tra
appostamenti ed imboscate, le storie dei compagni d’arme - il tenente Cenci,
il caporalmaggiore Moreschi, l’alpino Tourn, il silenzioso Lombardi, il lucido
Pintossi - ad intrecciarsi, il richiamo alla casa lontana tra le montagne è
lancinante; tra il sibilo delle pallottole e i fiotti del sangue, tra episodi
umanissimi e violenze inaudite, Paolini condensa tutto il freddo della ritirata
e della guerra, la memoria collettiva dei soldati che mai raggiunsero
l’Italia, di un sacrificio vano ed inutile. Sopra i discorsi e le risa, sopra
la vita condivisa e pochi momenti sereni, sopra il coraggio e la nostalgia è
tutta neve, è tutta morte, i vestiti come lamiera, l’aria vetrata sulla
faccia: un incalzante, potente e tragico raccontarsi e raccontare di quel
“gregge fuori stagione” fino alla salvezza che è solo individuale e forse
proprio per questo mutila e straziata. Nel finale connotato dalla poltiglia di
preghiere, di bestemmie e di liturgie; nell’attesa di un mondo che non ha
confini da difendere perché non ha oltraggi da arrecare, la performance di
Paolini diventa allora grido contro tutte le guerre, medicina del cuore e della
mente contro la barbarie che incombe.

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