J’accuse

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Si intitola così l'adattamento di Alessandro Ferrari dal libello "Mea culpa" dell'autore di "Viaggio al termine della notte".

In una laida
atmosfera da sanatorio, da tenebroso e grigio gabinetto terapeutico, una
dissonante lentezza funebre annuncia l’arrivo per nulla rassicurante
dell’ossimorico dottor Destouches, “Dio e Satana”, intento con tutta
l’irriverenza possibile a smascherare, lungo una densa e parossistica
pantomima, l’Uomo-flagello.
“J’accuse” la
piece prodotta dall’associazione culturale “Antro dell’orco” che
Alessandro Ferrari ha liberamente tratto da “Mea culpa”, un acido libello di
Celine (nome de plume di Louis Ferdinand Destouches), è andata in scena
in occasione di Ring 2003 sui legni affollati del Teatro Club, più in forma di
sfida, di macellazione ideologica e teatrale che di “regolare”
rappresentazione. In una lodevole generalizzazione della Follia della Storia e
dei suoi mentori, Ferrari fa a meno delle sottigliezze hobbesiane, scagliandosi
con le pose autoritarie di tutti i folli e attraverso la vera rivoluzione - la
confessione – non solo contro l’esistenza ragliante della nuova religione
comunista (lo scritto di Celine che irrideva la Grande Madre Russia degli anni
Trenta segnò la frattura con gli
intellettuali della sinistra francese e internazionale
) quanto contro
quella di tutte le altre ideologie, denudandone i “motivi facoltativi” che
l’humana conditio s’ è inventata per il reciproco scannamento.
“Tutto è
permesso tranne che dubitare dell’uomo” annuncia Destouches avviando la sua
lombrosiana giaculatoria filosofica contro il genere umano tiranno di se stesso,
smascherando fino alla scarnificazione l’”homo homini lupus”. Il
linguaggio contaminato, irritante ed implacabile che è stato quello di Celine
è riversato in maniera assai icastica sulla scena, costantemente in bilico tra
il calembour, la battuta salace - “non si può fare di tutta l’erba che non
si fuma un fascio littorio” - e la distruzione della sintassi; un linguaggio
in cui è possibile ritrovare Totò e Feuerbach, Dante e Mao, perfino quel Marx
miseramente riverso su di un lettino e destinato non ad una seduta psicanalitica
quanto ad una vera e propria necroscopia.
Il dottor “subtilis” Destouches -
cui Ferrari dona un sinistro ghigno mefistofelico ed una sardonica facies
sghignazzante - è demone antimessianico e antiprogressivo, definitivamente
anarchico, subdolamente accondiscendente solo nei confronti dei siparietti dei
“socialquotidiani”, operaio e borghesi epuloni (sulla scena Massimiliano
Grassia e Marco Manna) modelli della scimmia umana. “J’accuse” diventa così
un vero e proprio manuale di decomposizione universale – come non pensare a
Cioran? – con il quale lo stesso protagonista piuttosto che disprezzare la
putrefazione ideologica, sceglie di farne volontariamente parte, sancendo sulle
note della Marsigliese che incombe con stridente e beffarda pompa la terra
devastata del nostro sempre.

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