Il martire ragazzino e la cassetta in garage

Versione stampabileVersione stampabile

Giuseppe TorreNon c’è poi così tanta polvere su un box di cartone dimenticato in un garage per vent’anni. C’è muffa, invece, e l’ingombro di decine di videocassette che allora dovevano sembrarmi irrinunciabili.

Se sono tornata in garage a recuperare una vecchia VHS è tutta colpa di Pino Finocchiaro e del suo “La mafia grigia” (Editori Riuniti), un bel saggio che porta un sottotitolo fondamentale: “La cupola dei colletti bianchi”. Vent’anni fa, a Catania, si contavano i morti ogni giorno o quasi. Ne scrivevamo, tra città e provincia, di almeno un centinaio all’anno. Ma nel 1992 un diciottenne sparì in un quartiere vicino al mio ed eravamo quasi coetanei.

Lo conoscevo bene. Si chiamava Giuseppe Torre. Sapevamo tutti che suo padre era stato un boss mafioso ucciso dieci anni prima a Milano e che la madre lo lasciò al suo destino. Però Giuseppe era un bravo ragazzo, cresciuto dalla zia e la nonna da quando era in fasce in un contesto sanissimo. Era sempre allegro, legato ai suoi cugini-fratelli, ed era un gran lavoratore. Una sera venne rapito da una finta volante della polizia, in piazza, nel cuore del centro storico di Misterbianco, davanti a decine di amici che vennero persino identificati dagli “agenti”. L’anno dopo filmai una sorta di mini inchiesta che venne proiettata in paese, nel corso di una fiaccolata contro la mafia (erano le prime, le più vere allora) e non passava settimana che non aggiornassi il “Giornale di Sicilia” sugli sviluppi del caso. Non sapevamo ancora che Giuseppe era stato bruciato vivo la sera stessa del rapimento su una pila di copertoni d’auto. Venne torturato affinché confessasse verità che non poteva conoscere. La storia fu raccontata da un pentito pochi anni dopo e tutti i TG riferirono di quel ragazzino martire ucciso per sbaglio che aveva solo la colpa di portare un cognome scomodo.

Eppure c’eravamo convinti che potesse essere ancora vivo, “rapito dalla madre, che se l’è ripreso con sé e i suoi brutti giri”, dicevano in tanti. Tutte favole, purtroppo.

Bene, la videocassetta oggi è ancora lì e il volto di Giuseppe scorre nei frame di quegli incredibili anni ’90. Pino Finocchiaro racconta i retroscena di quel delitto e, soprattutto, della mafia di quegli anni, per poi arrivare ai meccanismi d’accesso della criminalità nella capitale, all’agenda rossa di Borsellino sparita nel nulla, e ai giorni d’oggi, con il Caso Catania, i nuovi affari della criminalità organizzata, la mafia moderna. Non esiste coscienza senza memoria, e non esiste memoria senza gli occhi di chi ha visto e poi raccontato. Se vi suona come una frase d’effetto vi sbagliate di grosso. È solo la verità.
segnalato da Angelo Battiato, fonte: www.rosamariadinatale.it

Rosa Maria Di Natale

tags: