''Il marinaio'' di Pessoa canta la tristezza del ricordo. Al porto di Catania

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Il secondo appunamento di Gesti Contemporanei, la rassegna del Teatro Stabile al molo pescherecci. Con un affascinante dramma "statico" dello scrittore portoghese, per la regia di Guglielmo Ferro

C’è l’aria rafferma dei moli e
degli abbandoni, le luminescenze inquiete sulle onde esauste che li lambiscono,
lo sciabordio greve che dall’acqua s’insinua anche dentro le travi sventrate
dalla salsedine come da una malinconia. Qualche peschereccio scivola silenzioso,
trafitto per un attimo dalla lama del faro Biscari. E’ lo scenario che la
regia di Guglielmo Ferro ha pensato e delineato per “Il marinaio” di
Fernando Pessoa, il secondo appuntamento di “Gesti Contemporanei”,
l’atipica rassegna estiva del Teatro Stabile catanese, in trasferta sullo
scalo lance del porticciolo pescherecci della città dell’elefante. Così la
stanza circolare dell’antico castello del testo diventa immobile zattera: reti
abbandonate e gomene rugginose l’unico vezzo di una scena nuda, algida. La
mano leggera e discreta di Ferro bandisce le geometrie dello spazio chiuso e
dilata l’aura esoterica che pervade questa scrittura, composta di getto in una
notte del 1913. Accanto ed insieme alle voci delle protagoniste monologanti (Ida
Carrara, Maria Paiato ed Elisa Chiuzzelin) le note strazianti (di Massimiliano
Pace) del violoncello di Giovanna Famulari intersecano i gesti della moira
(Francesca Ferro) che intreccia il filo dei destini delle tre donne costrette
dalle loro stesse ossessioni a raccontare, in una lingua “imparlabile”, il
passato ed il sogno. Nell’unica sequenza “Il marinaio” declina la
dicibilità metafisica dell’assenza dalla vita che è uno dei temi cardine
dello scrittore portoghese. Il dramma “in un quadro” è pericoloso e
intenso, suadente e perduto come un canto di sirena, articolandosi in guisa di
cantilena, di cadenza orale, di nenia apotropaica, di scontro di finzioni: le
donne vegliano i loro ricordi che nella distanza dell’evocazione e nel
presente della parola diventano le uniche realtà, più tangibili forse delle
stesse protagoniste-gestanti che, nonostante, li portano dentro pur senza
sfiorare la vita “nemmeno con l’orlo dei vestiti”, compreso il sogno
nel sogno
che è il marinaio. Dialogico e monologante al contempo, pur con
impercettibili movimenti di scena – “statico” lo aveva definito lo stesso
Pessoa - “Il marinaio” ci regala una suggestione testuale, interpretativa e
registica di straordinaria intensità, tutta giocata sul tema verdate-fingimento;
e l’intuizione del meccanismo di sciarada evidenziato da Tabucchi si fa
palpabile alla fine, quando l’attesa del giorno colma il silenzio delle
vegliatrici che sfumano, come i sogni, nel mattino, lasciandosi alle spalle una
costellazione di storie ad incastro nella notte mediterranea.Gico

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