Il filosofo e il romanziere.

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Nel piatto delle serate letterarie organizzate da Prova d'Autore e Centro Voltaire il filosofo Sgalambro che esce dall'antro questa volta con un libro-intervista, e la penna irriverente e ironica di Giuseppe Mazzone con il suo "Via dei destini sparsi". Con un nugolo di intervenuti: Salvatore Scalia, Renato Pennisi, Piero Castronovo, Giuseppe Frazzetto, Fernando Gioviale, Vincenzo Muscolino e Francesco Nicolosi. L'ombra di Mario Grasso ovviamente dietro tutti.

Una
piccola ma attenta casa editrice e l’associazione culturale che per decenni ha
contribuito alla crescita culturale della città: Prova d’Autore e il Centro
Voltaire.

L’una e l’altro hanno organizzato, dislocate tra i saloni di via Bicocca e
la sede dell’Accademia di Belle Arti di Catania, tre serate letterarie,
culminate ieri con l’incontro tutto al femminile: un tentativo
certo più coinvolgente di creare
confronto e d’imprimere una svolta mentale
grazie ad un verdeggiante sottobosco (?) di intellettuali all’assalto degli
alti fusti della Cultura Ufficiale catanese su cui si appollaiano ancora i suoi
eruditi maitre a pensèe. Inizio
succulento con la presentazione de “Nell’antro del filosofo. Dialogo con
Manlio Sgalambro” edito da Prova d’Autore, piacevole conversazione/scontro
– hanno precisato i giovani autori Mariacatena De Leo e Luigi Ingaliso – con
il “filosofo cosista”, questa volta non in veste di
auctor
ma di intervistato. Se Salvatore
Scalia ha sottolineato la funzione inquietante degli scritti di Sgalambro
(compresi quelli che non si digerivano volentieri sulle pagine del quotidiano
della città) è apparso critico sugli autori, incapaci a suo dire di incalzare
il nostro a dovere. Renato Pennisi ha definito il volume “un libro
prezioso”, agile passeggiata nel pensiero sgalambresco e ha evocato il ricordo
di Sebastiano Addamo, lo “scrittore d’insuccesso” che il filosofo catanese
preferiva ad ogni altro. Giuseppe Frazzetto ha invece spazzato il campo dei
facili contrassegni con cui spesso il pensiero di Sgalambro è stato
etichettato: è la forma luminosa e del suo stile – singolare mistura di un
discorrere privo di valore e di un linguaggio classicistico - ad individuarne la
cifra filosofica in quell’ottimismo che ne cancella immediatamente la pretesa
ascendenza irrazionalistica. Tocca infine allo stesso Sgalambro circoscrivere il
ruolo del filosofo: quello di formare coscienze pari alla sua “con maniere
perverse e doppie, demoniache e santificanti, subendo la maledizione della
propria individualità”. Nell’attraversamento della quotidiana opacità

come siamo miseramente uomini, sembra ammonire tra le righe di una crepitante
serata Sgalambro: lui che continua a spingere fino in fondo la sua
verve
di straordinario immoralista. Altre atmosfere, certo più metropolitane, quelle evocate dal secondo
incontro, incentrato sul romanzo d’esordio di Giuseppe Mazzone “Via dei
destini sparsi”. Se lo scrittore Francesco Nicolosi ne ha apprezzato la
struttura elicoidale, una sorta di allegro

rondò
, Vincenzo Muscolino ne ha
percepito l’accelerazione verso la tragicità e le atmosfere beckettiane
mentre l’acuta riflessione di Giuseppe Frazzetto si è soffermata sulle assai
eloquenti “assenze” che il romanzo, privo di chincaglierie narrative
presenta. Più tecnico ma fortunatamente assai lontano dalla necroscopia
accademica il contributo di Fernando Gioviale il quale ha colto all’interno di
“una scrittura fittissima e ampia” l’ironia di fondo di “Via dei destini
sparsi” il cui linguaggio
in
fieri
si colloca al di là di ogni presunta “sicilianitudine” narrativa.

GiCo

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