Il Corano condanna i combattenti suicidi

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Sergio Noja Noseda, docente di Lingua e letteratura araba, spiega: «Il concetto di kamikaze non rientra nell’etica e nella religione maomettane, è stato introdotto di recente, per convenienza strategica»

face=Arial color=#000000 size=2>ROMA «Il concetto fondamentale dell'Islam è
quello di portare gli infedeli a credere nell'unità di Dio. Bisogna combattere
per l'espansione dell'Islam, combattere nella via di Dio». Sergio Noja Noseda,
docente di Lingua e letteratura araba all'Università Cattolica di Milano,
chiarisce i punti fondamentali della religione musulmana. Precisa il significato
del martirio. E mette in guardia contro le derive politiche dell'islamismo più
radicale.
Quindi per comprendere gli avvenimenti di oggi bisogna risalire
indietro nella Storia?
«Il combattimento era necessario per convertire le
popolazioni arabe pre-islamiche che erano politeiste. Teoricamente si sarebbe
dovuto fermare con la conquista dell'Arabia. In realtà poi l'Islam si è diffuso,
di vittoria in vittoria, per ragioni politiche».
Come s’inquadrata in questo
contesto il fenomeno dei combattenti suicidi?
«È una pazzia, non è ammessa
dall'Islam. Intanto c'è un pasticcio linguistico: il termine usato è «sahid»,
testimone. Purtroppo, la traduzione è difficile. In greco martire significa
anche testimone. Ma quando pensiamo al martire intendiamo la vittima delle
persecuzioni romane. I primi cristiani, però, ”testimoniavano” anzitutto di
essere cristiani. Così il musulmano deve combattere per diffondere l'Islam a
quelli che non credono».
A qualsiasi costo?
«No di certo. Combattere non
significa suicidarsi. Chi lo fa è uno stragista. Evocare la figura del kamikaze
giapponese è sbagliato. Quando il Giappone ha attaccato Pearl Harbour si è
trattato di un atto di guerra contro un altro esercito. Poi, alla fine del
conflitto, quando volevano salvare l'impero, i piloti giapponesi pensarono di
ripetere il miracolo del Vento divino (kamikaze appunto) che distrusse nel 1200
le flotte di Kublay Khan suicidandosi contro obiettivi americani».
Dato che i
combattenti suicidi non hanno una giustificazione religiosa avranno una
legittimità politica...
«Sì. Ma la cosa incredibile è che le masse ritengono
che il sacrificio per l'Islam sia un atto di fede. È invece di una
mistificazione compiuta a fini politici. Questo atto non è prescritto nel
Corano. È frutto d’ignoranza. La maggior parte dei musulmani ignorano i testi
sacri».
C'è il rischio che l'attentato di New York si trasformi in un
conflitto generalizzato fra civiltà?
«No, non sono d'accordo con lo scrittore
inglese Samuel Huntington che nel suo ”Clash of civilizations” ha indicato
questo scenario. Per me esiste tuttora lo spazio per un confronto. La civiltà
russo-slava 10 anni fa era sull'orlo di un conflitto interno e oggi ha ripreso a
dialogare. Il duplice attentato a New York e Washington ha solo ragioni
politiche. I precedenti storici non mancano. Anche quando la Chiesa di Roma
indisse le Crociate lo fece perchè ”Dio lo vuole”. Ma i decreti pontifici in
realtà stabilivano che tutte le terre riconquistate in Spagna passassero alla
Chiesa. Anche allora l'emozione religiosa venne usata a fini politici».

Quali sono i Paesi islamici più pericolosi?
«Soprattutto il Pakistan. Si
sta comportando in modo terribile sostenendo i taleban solo perchè vuole
contrastare la supremazia dell'India. L'Irak invece è pericoloso per eventuali
attacchi batteriologici. Il mondo sta cambiando: si parla tanto di offensive
missilistiche. Ma se scoppiasse una bomba batteriologica in un tunnel della
metropolitana? Bisogna ormai ipotizzare scenari non comuni».

face=Arial color=#000000 size=2>Mariella Lestingi
Il Piccolo - Venerdì 14/09/01

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