Acquedotto romano di Catania

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acquedotto romanoL'acquedotto romano di Catania è, sicuramente, la più imponente opera di conduttura idrica realizzata dai romani in Sicilia. Il suo tracciato, lungo circa 24 chilometri, attraversava il territorio degli attuali Comuni di S. Maria di Licodia, Paternò, Belpasso e Misterbianco, lambiva il territorio di Motta ed arrivava sino a Catania, dove si diramava in tre direzioni, corrispondenti ad altrettanti quartieri cittadini.
L’impianto idrico iniziava dalla suggestiva collina panoramica, detta “Botte dell'acqua”, alimentata da quattro sorgive, a 400 metri di altitudine, nell'attuale territorio di S. Maria di Licodia e, attraverso un percorso sinuoso, a tratti interrato o appena affiorante sul piano di campagna o svettante su solide arcate potanti ma sempre costantemente in simmetrica pendenza, toccava le contrade Civita, Scalilli, Valcorrente, arrivava a Misterbianco, dietro ‘u Pedi ‘a Cruci, ‘na strada do maggiu e Sieli, e, infine, raggiungeva il Monastero dei Benedettini di Catania.

L’importante monumento, frutto della tecnica architettonica del tempo, era una colossale opera di conduttura idrica, con una portata di circa 325 litri al secondo, e secondo altre stime, condotte negli anni ’30, dall’ing. Luciano Nicolosi, poteva arrivare sino a 30.000 cubi d’acqua al giorno.
La presenza della grande struttura è documentata solo dall'età dell’imperatore Ottaviano Augusto in poi, in quanto è stata rinvenuta, presso la parte iniziale, una lapide incisa con i nomi dei curatores aquarum e databile al I secolo d. C., ritrovata a S. Maria di Licodia e oggi custodita al Museo civico catanese del Castello Ursino. Secondo le fonti, Catina (il nome latino dell'antica Katane) , nell’età augustea, viene elevata al rango di colonia ed è probabile che questo cambio di status abbia anche permesso uno sviluppo della città etnea e la relativa necessità di approvvigionamento idrico e da qui l'esigenza di un tale monumento.

Si calcola che la conduttura misurava oltre mezzo metro in larghezza e un metro e mezzo in altezza ed era coperta con una volta semicircolare impermeabilizzata all'interno con un fine intonaco costituito da malta, pozzolana e frammenti di terracotta, l’opera era costruita, principalmente, in pietra lavica quadrata, la copertura era di un composto di malta e pozzolana per fissare i blocchi e isolare il flusso idrico, i mattoni in terracotta per gli archi ed, infine, per il riempimento erano usati dei cocci ben squadrati.

L’acquedotto romano, nel corso delle varie epoche, è stato oggetto di studio e di ricerca da parte di molti storici e ricercatori, Pietro Carrera, Vito Amico, Ignazio Paternò Castello, mentre, le sue forme originarie ci sono state riprodotta da Jean Houel, il famoso pittore e incisore francese, che durante un suo viaggio in Sicilia, nel settecento, visitò i resti dell'acquedotto immortalandoli in delle bellissime e famose tavole, conservate al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo (di recente riprodotte in stampa su interessamento del concittadino Mimmo Santonocito).

Dell'edificio originario, purtroppo, rimangono poche tracce, tuttavia sulla base dei ruderi rimasti e delle descrizioni di antichi documenti, possiamo avere un quadro generale del monumento. Mancando analisi congiunte su tutto il tracciato che possano gettare un po' di luce sulla sua storia passata, non siamo ad oggi in grado di delinearne l'uso nei secoli, si può solo ipotizzare che già in epoca islamica la struttura fosse dimenticata, se all'attento Idrisi, famoso geografo arabo, ne sfugge la menzione. Bisogna attendere il XVI secolo per averne qualche notizia. Nel 1556 il viceré, Juan de Vega, ordinò lo smantellamento di un lungo tratto dell'ancora esistente ponte – acquedotto sito nei pressi della città, al fine di ricavarne materiale da costruzione da impiegare nella realizzazione delle mura di Catania, dimezzandone la quantità di archi (da 65 che se ne contavano ad appena 32); nel 1621, il del Duca di Carpignano, soprintendente generale alle fortificazioni, nell’ambito di un generale restauro dell’assetto difensivo della città, fece “spogliare” il monumento, per la realizzazione di una strada pavimentata "con ordinate lastre", cosa straordinaria per quei tempi, che divenne anche luogo di passeggio e svago, dotato di panchine e alberi, in cui i catanesi amavano darsi convegno nel tardo pomeriggio.

L'eruzione dell'Etna del 1669 contribuì, infine, a interrare le uniche arcate superstiti presso Catania, lasciandone appena qualche porzione svettante tra le lave, in quelle che, agli inizi del Novecento, erano le proprietà Borzì – Sulmona (oggi presso via Grassi). Ulteriori danni fece il terribile terremoto del 1693, che devastò, tra l’altro, l’intera Val di Noto. Infine, l'incuria e lo scempio degli uomini, nonché il prevedibile disuso dell’opera e la cementificazione selvaggia lungo il corso del tempo, completarono l’opera di distruzione delle antiche mura portanti. Durante la seconda guerra mondiale, alcuni tratti furono, persino, sfruttati dalla popolazione locale per sfuggire ai bombardamenti alleati.

Ricordo che anch’io, da ragazzo, come molti amici do Chianu Duca, indossando i panni d’un piccolo archeologo o d’un moderno Schliemann, mi intrufolavo, spesso, appena dietro ‘u Pedi ‘a Cruci, a Misterbianco, dentro i ruderi dell’acquedotto romano, ripieni, ahimè, (allora, come adesso), solo di detriti e spazzatura. Chissà quali misteri, quali “tesori di Priamo” volevo scoprire! Il percorso che facevo, nelle calde mattine d’estate, seguiva l’antico tracciato che da Contrada Erbe Bianche, dove c’erano i resti, ipotizzati, del cosiddetto, castello dell'acqua, a Contrada Tiritì e via delle Terme, con altri resti dell'acquedotto, con la diramazione che alimentava le Terme romane di piazza della Resistenza, fino a Corso Carlo Marx, al di sotto dell'attuale magazzino di Scaringi, dove c’era, seminterrato, un’altra parte dell'acquedotto, in direzione Monte Po.

Esisteva anche l’abbeveratoio di S. Giovanni, un ramo dell’acquedotto romano, al confine tra Motta S. Anastasia e Misterbianco, che, sino alla fine del 1800, forniva acqua potabile ai misterbianchesi. Il barone Sisto, un nobile di origine catanese, dentro le cui proprietà correvano le vecchie condutture, decise, improvvisamente, di sopprimere agli abitanti del paese quella fonte di approvvigionamento idrico, scatenando la rabbia della comunità di Misterbianco e coinvolgendo in un lungo contenzioso giudiziario i sindaci e le autorità preposte del tempo.

Solo dagli anni ’90 è in atto, da parte degli enti competenti, un attento lavoro di studio e ricerca della struttura, la cui finalità è la catalogazione, il restauro e la preservazione di quello che rimane della più imponente opera idraulica dell’impero romano in Sicilia.

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