La pittura che scrive. Antonio Bruno al Museo Emilio Greco

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L'antologica di questo docente dell'Accademia di Belle Arti di CAtania, città nella quale è tornato nel '97, raccoglie una cinquatina di pezzi. Giuseppe Frazzetto, filosofo dell'arte, ne ha curato il profilo critico nel catalogo.

La pittura che scrive. E’
l’originale cifra, e non solo stilistica, del sessantenne Antonio Bruno,
docente di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Catania dal 1997, anno in
cui decide, dopo i fecondi anni raminghi di formazione e di insegnamento fra il
Piemonte e la Sardegna, di ritornare nella sua isola. E (un purtroppo assai
fatiscente) Museo Emilio Greco lo accoglie nell’omonima kermesse antologica
– circa una cinquantina di opere - a cura di Giuseppe Frazzetto, filosofo
dell’arte. La stagione isolana di Bruno si esplica soprattutto nella
rivisitazione del mito, interpretato attraverso chiavi figurative assai
originali, anche rispetto ad altre stagioni del suo operare, e nel quale,
rispetto per esempio al ciclo dei volti (in cui i riferimenti alla Pop Art o
alla sua rielaborazione sono più immediati), vi appare un agire più netto, una
morbidezza inusitata: più chiara vi si esercita infatti la linea, più netti ne
spiccano i profili. “Provengo dall’arte concettuale dell’ambiente torinese
– precisa Bruno - che si muoveva attorno ai mostri sacri Paolini e Brunantoni,
anche se adesso giungo, rispetto a quella, ad esiti assai più attenuati. Mi
spiego: la pittura è la costante del mio pensiero, un suo segno: allora, penso,
l’arte è stata sempre concettuale…” Con la lunga serie dedicato alle
figure mitologiche Bruno innesca la memoria storica della Sicilia stessa, la
Sicilia della Magna Grecia e della sua cultura, forte di una identità che deve
essere perpetrata. E’ una memoria nella quale il vulcano, spesso presente, si
spoglia di ogni tragica connotazione per essere un giocoso e cromatico esplodere
di magma. Quanto alle lettere ed ai numeri che connotano l’operare di Bruno -
si veda qui accanto il vivacissimo “Autoritratto - il loro è certo un uso non
riempitivo ma sostanziale, chè anzi quelli e questi racchiudono e delimitano il
campo d’azione dello sguardo, ridefiniscono la consistenza dei volumi
strutturandosi in una sorta di poesia visiva, calligrammatica: non è un caso
che queste tele richiamino esplicitamente le vocali di Rimbaud, l’Arthur cui
sono dedicate due oli su cartone. Anche Bruno dunque narra 
- maieuticamente - delle loro “nascite latenti” con un linguaggio
visivo quasi “alla deriva” eppure classicamente controllato nel quale, se da
un lato concede spazio ad immagini simboliche, ad accostamenti anche alogici (si
veda ad esempio “Cassandra”) dall’altro ne mantiene le attinenze
attraverso alcune scelte tanto inaspettate quanto puntuali (come
nell’”Edipo”). “A suo modo Bruno – precisa Frazzetto nell’icastico
contributo critico del catalogo - si ribella all’idea stereotipata che
l’artista debba ormai rassegnarsi a muoversi in un’area metalinguistica.
Viceversa Bruno è interessato all’ambito linguistico (…) vuole usare la
pittura anche per discorrere di qualcosa, letteralmente”. Antonio Bruno, Museo
“Emilio Greco”, Piazza San Francesco d’Assisi 3. Fino al 30 marzo.

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