A Genova c’è stata anche la Chiesa di padre Eugenio Clemenza

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Come è possibile dimenticare le giovani vite spezzate dall’AIDS, come è possibile rimanere tranquilli di fronte ai costi altissimi delle medicine di prima necessità fabbricate nei paesi ricchi? Chi può permettersi il lusso di comprare una scatola di antibiotici intera? La testimonianza di padre Eugenio.

Ringrazio prima di tutto tutti voi che mi date questa
grande opportunità di poter parlare dei tre giorni vissuti a Genova durante il
G8.

Per me, missionario francescano, e per chi da
anni lavora ed è impegnato su diversi fronti in Africa è stato un momento
importante e decisivo. Importante e decisivo perché, per la prima volta,
africani dei diversi paesi della fascia sub-Sahariana hanno potuto far udire la
propria voce, far conoscere situazioni drammatiche e sub-umane in cui vivono
milioni di persone tra miseria e povertà, tra aids e malaria, tra conflitti e
guerre sanguinose che si consumano sotto gli occhi indifferenti e indisturbati
dei paesi fornitori di armi micidiali. Finalmente, a Genova, noi stessi africani
abbiamo potuto manifestare pacificamente, senza che altri lo facessero al posto
nostro come era accaduto in altre riunioni del G8.
Per me aver partecipato al G8 è stato ed è il segno
che qualcosa di importante sta cambiando in un mondo che vuole azzerare non i
debiti, ma ogni identità, ogni cultura, ogni economia che non sia quella
globale.
Sono stato a Genova portandomi dentro le situazioni dolorose che ormai vivo, a
volte in silenzio, da dieci anni, storie diverse e indimenticabili, belle e
brutte, ma tutte piene di grande umanità. Sono stato a Genova con la coscienza
che i pochi giorni trascorsi sarebbero stati giorni che da tempo ognuno di noi
cercava. E a Genova è successo quello che ognuno si aspettava: una grande
manifestazione pacifica dove migliaia e migliaia di persone dei quattro punti
del mondo hanno vissuto, durante tre giorni, una grande esperienza di
solidarietà in favore di chi finora non ha mai avuto voce per gridare le
ingiustizie subite, l’annientamento di ogni diritto e la mancanza assoluta di
ogni rispetto per la persona.
Ma, purtroppo, a Genova durante tre giorni, sotto gli occhi del mondo intero,
per la violenza di pochi si è fatta piazza pulita della festa della
solidarietà, della fratellanza, della condivisione. La festa è stata spezzata,
è stata violentata, dimenticata dai mezzi di comunicazione che durante tre
interminabili giorni hanno fatto vedere solo una faccia del G8, quella degli
scontri, delle devastazioni in una città impreparata e inadatta. Ma per altre
migliaia e migliaia di persone, cristiani e non cristiani, credenti e non
credenti, Genova ha rappresentato il punto di partenza di una storia nuova, di
qualcosa che non si può più negare: sta per finire il tempo che solo poche
persone possono decidere sul futuro del mondo.
Dopo Genova non siamo più gli stessi, non possiamo essere più gli stessi!
Gli scontri, le violenze, i danni, la morte del
giovane Giuliani, il povero, inesperto e impaurito carabiniere, e la farsa buffa di un governo che non ha fatto nulla per evitare quanto
era più che prevedibile e che ora è alla ricerca di un capro espiatorio per
continuare a fare bella figura, non possono mettere a tacere ancora una volta il
vero volto di questo G8. A Genova c’è stata anche la Chiesa. E’ stata
presente in maniera chiara. Ho visto laici, frati, suore e preti impegnati
insieme, per la prima volta, in un progetto comune che riguarda la vita ed il
futuro dei paesi sottosviluppati. Ho visto preti e suore africani che hanno
manifestato insieme a chi come noi continua a sfruttarli
. Ho visto genovesi
che dai balconi ci hanno battuto le mani e ci hanno buttato acqua addosso per
rinfrescarci, ho visto balconi con scritte di benvenuto: per noi africani
tutto questo rappresenta qualcosa che va al di là di ogni possibile esegesi
sociologica o politica, va al di là di ogni possibile pia intenzione.

Durante i dieci anni vissuti in Africa troppe cose mi sono entrate nella pelle,
troppe immagini mi rimangono indelebili e bellissime, un cumulo di memorie che
mi fanno vivere e mi faranno vivere ancora oltre ogni possibile malattia; ma, se
ho superato i momenti drammatici della guerra, non posso dimenticare lo
strapotere dei paesi ricchi che continuano ad indebitare un continente già
spaventosamente indebitato. Come, ad esempio, la farsa dell’aiuto in vista di
uno sfruttamento senza controllo e depauperante oltre ogni possibile senso di
giustizia. Ho visto l’Agip e l’Elf che per piccoli doni ed aiuti hanno avuto
la facoltà di scavare altri pozzi di petrolio nel Congo, senza pensare che del
ricavato del petrolio i poveri abitanti del mio villaggio di Makoua non ne
avranno nulla e continueranno a bussare
per un pugno di sale, di riso o per due pillole di chinino per arrestare l’ennesimo
attacco malarico. Come è possibile dimenticare le giovani vite spezzate dall’AIDS,
come è possibile rimanere tranquilli di fronte ai costi altissimi delle
medicine di prima necessità fabbricate nei paesi ricchi? Chi può permettersi
il lusso di comprare una scatola di antibiotici intera? Come è possibile
credere che la politica ha ancora un valore, ha ancora una dignità o è ancora,
come la definiva Platone, la tecnica
regia” perché assegnava ad ogni cosa le rispettive finalità?
Da noi, nel Congo-Brazzaville, in pochi anni abbiamo assistito e vissuto tre
guerre sanguinose e violente solo a causa del controllo del mercato del
petrolio.
La partita del cuore per l’Africa non è quella che hanno giocato il 18 giugno
2001 un gruppetto di miliardari (piloti e cantanti per la cronaca) allo stadio
di Genova.
La vera partita del cuore ma, anche, della
responsabilità, della consapevolezza, della critica al mondo della
mercificazione di tutti e di tutto, per l’Africa, per il Sud del mondo, è
quella che si è giocata dal 20 al 22 luglio 2001 nella stessa Genova ma con ben
altri attori, con ben altri protagonisti ed arbitri.
E’ stato fin troppo chiaro il senso e il messaggio di quella partita durata
tre giorni !
E’ da folli volerne misconoscerne il senso e la portata. Le migliaia di
persone radunate a Genova avevano ben chiaro quello che bisognava dire e far
conoscere: far presente ai leaders politici e all’opinione pubblica che è
urgente e inderogabile mettere mano a quei meccanismi economici e politici che,
letteralmente, creano povertà ed esclusione, tra questi: il debito estero, le
regole del commercio internazionale, i progetti e i disegni della Banca Mondiale
e del FMI, i fondi per una ricerca libera e immediata per arrestare il flagello
dell’AIDS e della Malaria. Le migliaia di persone confluite a Genova sapevano
e sanno che non è con le vetrine andate in frantumi e i McDonalds mandati in
fumo, né con gli scontri con le forze dell’Ordine che si può portare avanti
questo progetto ma con una chiara capacità di analisi, di confronto, di
critica, di proposta e di dialogo.
Di fronte a tutto questo, come si può pensare che solo otto persone possono
continuare ad esprimere politiche parziali e di parte che hanno conseguenze
orrende sul pianeta e poi pretendere che nessuno glielo faccia rivelare? Come
possono pretendere di essere credibili quando parlano di lotta alla povertà se
privilegiano gli interessi delle multinazionali che li sponsorizzano, se
preferiscono il dialogo con governi o personaggi compiacenti che non lavorano
per il bene comune? Come possono accettare che qualche miliardo di persone non
abbia medicine per curarsi e i mezzi per vivere dignitosamente, e pensare che
questo non alimenti tensioni e conflitti? Allora ho deciso di andare a Genova e
di restarvi durante i tre giorni per ribadire tutto questo.
Vorrei solo darvi, per concludere, una nota di cronaca. Quando è stato assassinato Joseph Kabila, capo supremo e assoluto del Congo
Democratico, ex Zaire, in Cameroun in quegli stessi giorni c’era il summit
Pan-Africano. I capi di stato di 14 paesi francofoni, riuniti intorno a Chirac,
stavano discutendo di globalizzazione e politica ma, per non turbare il quieto
dialogo, la notizia della morte di Kabila è stata tenuta nascosta per una
intera giornata. Allo stesso modo è stato tenuto nascosto il massacro, in
quegli stessi giorni, di centinaia di persone nella zona di Bukavu, notizia,
questa, avuta dai nostri frati che vivono sul posto, senza che questo trapelasse
nei corridoi ovattati e insonorizzati della capitale camerounense.Potere dei
Mass-Media telecomandati! Il prossimo vertice possono farlo dove vogliono, sulle
impervie Montagne Rocciose, su un atollo del Pacifico, ma non possono più
eludere il grido dei poveri del mondo, non possono dimenticare la vita di due
giovani che sono stati il simbolo stesso del vertice di Genova: due giovani
inesperti, impauriti, ma certamente pieni di quelle stesse idee che migliaia di
persone hanno portato a Genova.

Frate Eugenio Clemenza,
ofm, missionario in Congo-Brazzaville.

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