GABRIELE LAVIA RACCONTA MACBETH, LA TRAGEDIA DEL TEMPO UMANO

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StabileFedele ad un appuntamento non scritto il catanese Gabriele Lavia torna stagione dopo stagione, con la propria compagnia, ospite dello Stabile etneo, che programma in cartellone l’ultima produzione del grande attore regista, impegnato in Macbeth, originale messinscena che si avvale della scenografia di Alessandro Camera, dei costumi di Andrea Viotti, delle musiche di Giordano Còrapi e delle luci di Pietro Sperduti. Accanto a Lavia agisce Giovanna Di Rauso, insieme ad un nutrito e qualificato cast che annovera ancora Maurizio Lombardi, Biagio Forestieri, Patrizio Cigliano, Mario Pietramala, Alessandro Parise, Michele Demaria, Daniel Dwerryhouse, Fabrizio Vona, Andrea Macaluso, Mauro Celaia, Giorgia Sinicorni, Chiara Degani, Giulia Galiani.

Lo spettacolo – una produzione Compagnia Lavia Anagni – sarà programmata dall’1 all’8 febbraio al Teatro Massimo Bellini, per le dimensioni del sontuoso allestimento. La prima rappresentazione cadrà dunque di domenica e avrà inizio alle ore 19.

Dramma tra i più foschi dell’intero teatro elisabettiano, Macbeth è anche tra i più amati e rappresentati capolavori di Shakespeare, certamente il più conciso, stringente. Finanche “maledetto”. Ad affascinare è la natura travagliata e tortuosa del protagonista, ora titubante e timoroso, ora crudele e avido di potere, infine dilaniato dai rimorsi. Nella Scozia dell’anno Mille il sanguinario usurpatore ha preso il posto del sovrano legittimo dopo averlo assassinato. II suo è un trono di sangue. Deve uccidere i testimoni del delitto e poi figli e amici di quanti ha ucciso prima, fino a quando viene ucciso egli stesso.

Specchio di una coscienza ancora più oscura e primitiva è la moglie, la sensuale e torbida Lady, ispiratrice e complice di misfatti orrendi. Perciò, fin dall’incontro con le tre streghe che gli profetizzano ascesa e caduta, Macbeth non è padrone del suo destino, ma inizia a delirare in un incubo parossistico.

«Macbeth - sottolinea Gabriele Lavia - è la tragedia del tempo umano, il tempo lineare di un’esistenza fatta di “Domani… domani…”, un tempo fatto di paura. È la tragedia del tempo di un Uomo Nuovo condannato al “fare” per “potersi fare”. Re o altro ha poca importanza. Un uomo condannato alla paura di perdere ciò che ha raggiunto col suo “fare” e che vive nell’ambigua incertezza di essere qualcosa e non essere mai nulla con certezza. Questo Uomo Nuovo non è portatore di un nuovo modello di realtà, ma il dubbioso interprete di una soggettività in pezzi, pieno di nostalgia per una ontologia smarrita per sempre. “C’è stato un tempo in cui...” dice in scena Macbeth: una Scena che non è più il Senso dentro cui agire e che non ha più Senso. Il palcoscenico della storia è andato in pezzi e l’Uomo-Attore sulla scena del mondo recita la sua vita come “la favola scritta da un’idiota. Non significa nulla". Se tutti i riferimenti e i fondamenti sono caduti, tutti i significati e i sensi si vanificano nelle parole vuote di un delirio di pazzi».

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