Catania giudica il suo Novecento

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Catania nel Novecento: un contributo pluridisciplinare per raccontare e definire la città dell'elefante tra progetti, utopie e realtà.

CATANIA. Alla trappola dei consuntivi di fine millennio non sfugge neanche la
nostra città. Ma “Per un bilancio di fine secolo, Catania nel Novecento”,
il IV Convegno nazionale di studi che la Società di Storia Patria per la
Sicilia Orientale ha organizzato, con il contributo della Regione Siciliana,
nell’Aula magna dell’ex Monastero dei Benedettini si tratta certo di un
rendiconto conclusivo, testimonianza di un passaggio epocale, “ad interpretare
il passato per costruire il futuro”. Tre giorni di incontri e contributi che
abbracciano la città e le sue attività sociali, economiche, culturali e
scientifiche attraverso il contributo di accademici eminenti, di scienziati, di
studiosi, di storici.Accanto agli interventi del procuratore generale della
Repubblica Giacomo Scalzo sulla gestione della giustizia e di Angelo Majorana
sull’inizio del postmoderno nelle scienze biomediche, è stato Giuseppe
Giarrizzo ad abbozzare in una corposa relazione le vicende di una città
“metropolitana” davanti al cui quadro generale “eccessivamente fluido”
il giudizio della storia ha bisogno di una lunga sedimentazione. Ciò non ha
impedito all’ex preside della Facoltà di Lettere e Filosofia di tracciare per
grandi linee una valutazione complessiva dell’ultimo quarto di secolo della
città dell’elefante. A partire dal travaglio politico successivo al
dopoguerra che avrebbe scatenato tra il 1959 ed il ‘61 il “temporale
milazziano”. Su quel fronte si giocava infatti la guerra tra la vecchia
generazione della politica, interessata al settore agricolo e il drappello dei
“giovani” che avrebbero fatto dello sviluppo industriale il loro obiettivo
immediato. E’ proprio quel centro-sinistra – aggiunge Giarrizzo – a
guidare gli anni Sessanta cavalcando l’onda dell’ottimismo e delle riforme e
la cui struttura di potere sarebbe oscillata tra diverse sollecitazioni:
l’offerta continua di risorse dall’alto e una vigorosa pressione sociale
esercitata dal basso, un ceto dirigenziale che riponeva le sue fragili illusioni
di gloria sul sogno consolatore dei “monopoli naturali” (il metano e gli
agrumi). La svolta degli anni ’70 è quella compiuta dai Cavalieri del lavoro
che si assumono la tutela della classe politica: è la stagione “del declino e
del degrado”, della corruzione e della blandizie” delle alleanze con la
nuova mafia. Insomma, il processo di modernizzazione – precisa Giarrizzo –
sarebbe stato nelle mani di speculatori e procacciatori d’affari. A modificare
Catania - una città, come aveva appena sottolineato il Procuratore Generale
della Repubblica Giacomo Scalzo, che non è più il far west e nella
quale si concentra l’eccellente lavoro della Procura distrettuale - saranno
gli anni ’90 del nuovo “protagonismo municipale“ di Enzo Bianco che, pur
“incerto nella sua idea di città”, chiuderà la parabola dei Cavalieri
puntando sul terziario avanzato e sul mito dell’Etna valley. Eppure – ha
concluso Giarrizzo – la “catanesizzazione di Catania” è già avviata:
nella sua sostanziale rinuncia ad essere metropoli; attraverso il segno
distintivo della “chiusura e l’asfissia”; nella sopravvivenza di una
metropoli (?) cresciuta come centrale di servizi per un hinterland vasto e già
attrezzato; nelle vergogne culturali che hanno segnato la sua storia recente e
attuale: dallo Stabile, ai rapporti con le Soprintendenze, alle celebrazioni
Belliniane.

GiCo

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