L'indecenza

L'indecenzaCi hanno anestetizzati con un moralismo ipocrita e di facciata. Ci costringono a misurare l’indecenza con il righello del finto perbenismo: gridiamo allo scandalo per il decoro urbano, per una parola fuori posto, per la nudità di un corpo o per il colore della pelle di chi siede sui gradini di una piazza. È una cecità calcolata. Ci fanno guardare il dettaglio insignificante per impedirci di vedere l'orrore strutturale di un sistema che ha legalizzato l'abuso, spacciandolo per normalità. La vera oscenità non è un vestito strappato: è il collasso morale di questo Paese.

E’  infinitamente più indecente, in uno Stato che ha il coraggio di definirsi civile, il paradosso dei vitalizi dei politici e delle pensioni d'oro, l'enorme tasso di corruzione sistemica e tutti i privilegi che una casta autoreferenziale si è costruita ad hoc.

È l’indecenza dei forti, protetta da auto blu, scudi penali e immunità.

Più si sale verso i vertici del potere, più l'illegalità diventa un'opzione negoziabile. Al contrario, per i deboli si applica un moralismo feroce e una burocrazia punitiva: è indecente che per fare il bidello o il rider serva un test tossicologico o la tracciabilità del secondo, ma per fare il politico no. C'è un'asimmetria geometrica nel pretendere la perfezione etica da chi naviga nella sopravvivenza, mentre i grandi evasori beneficiano di condoni periodici e chi distrugge un’azienda pubblica esce di scena con buone uscite milionarie, lasciando dietro di sé macerie. A questa asimmetria si sposa l’indecenza della politica clientelare, un sistema in cui l'esercizio del voto perde ogni significato profondo perché i consensi si comprano a pacchetti, barattati attraverso meccanismi di ricatto e concessioni di benefici personali. È lo sguardo smarrito del padre di famiglia costretto a barattare il proprio voto per la promessa di un lavoro precario per il figlio. È la scientifica esclusione dei cittadini, di donne e uomini onesti, dalle scelte di governo e dagli indirizzi sulla gestione della cosa pubblica, sancita da barriere di inaccessibilità invalicabili. Il potere si trincera dietro finanziamenti creati su misura per generare forme illusorie di consenso sociale, mentre la democrazia partecipativa viene ridotta a un simulacro. Questa palude istituzionale tocca il suo apice nell'indecente connivenza tra potere politico e potere criminale e mafioso, un legame tossico strutturato appositamente per disorientare, sottomettere e ricattare la gente, svuotando le istituzioni dall'interno.

Per mantenere questo stato di sottomissione, si investe sull'arma più efficace: l'ignoranza.

È indecente la povertà culturale indotta, il definanziamento sistematico di proposte, scuole e iniziative che dovrebbero promuovere lo sviluppo creativo, la conoscenza e l’analisi critica. Vediamo gli occhi spenti di bambini a cui viene sottratto il tempo del gioco e della scoperta, cresciuti in quartieri senza spazi ricreativi, ne biblioteche ma pieni di sale slot.

Uno Stato che taglia sulla cultura è uno Stato che pianifica l'obbedienza dei propri sudditi. Senza strumenti culturali, anche la percezione della devastazione circostante viene anestetizzata. Così diventa normale l'indecenza di un territorio violentato e abbandonato, la non gestione dei rifiuti, l’assenza e la cattiva gestione del verde pubblico,  dove i ponti crollano, i fiumi straripano per incuria e ogni volta che piove si finisce per contare i morti. È l'indecenza di uno Stato che dimentica i volti scavati e stanchi dei quartieri di periferia,  vecchi e bambini che vivono privi di servizi in case fatiscenti privi di punti di aggregazione e ricreativi, mentre le risorse pubbliche evaporano nei rivoli della speculazione. È l'indecenza dei cimiteri industriali e ambientali dove il profitto pesa  più della vita umana: la Terra dei Fuochi, l'Ilva di Taranto, etc.

Pensiamo alle madri di Taranto che stringono foto di figli che non cresceranno mai, stroncati da un tumore, o ai volti anneriti degli operai morti bruciati vivi a Torino. Luoghi in cui i colossi industriali devastano l'ambiente trattando la salute dei cittadini come un costo collaterale sacrificabile. Ed è proprio sul valore dell'esistenza che si consuma lo schiaffo più violento. È indecente la retorica tossica del "merito", usata come clava ideologica per colpevolizzare chi cade, in un mercato che offre quattrocento euro di pensione a un anziano che ha lavorato una vita nei campi o nei cantieri e ottocento euro di stipendio a un uomo o a una donna che si spaccano la schiena in fabbrica per turni massacranti. Intere generazioni di giovani precari, ragazze e ragazzi con la laurea nel cassetto e gli occhi pieni di sogni frustrati, costretti a scegliere tra lo sfruttamento nel proprio paese e l'esilio economico all'estero, mentre le grandi città si trasformano in un lusso speculativo, dove i posti letto per gli studenti costano quanto uno stipendio e intere famiglie vengono sfrattate e scaricate in mezzo alla strada per fare spazio ai flussi turistici. Questo collasso strutturale si riflette in una giustizia ferita, dove l'impunità è dilagante, i giudici e le sentenze vengono pilotati, e i processi finiscono sistematicamente in prescrizione. Indecente è il traffico, il cinismo e il lucro sulla pelle dei migranti — madri che stringono neonati bagnati dal sale, uomini ammassati su barconi della speranza —, utilizzato come distrazione di massa mentre il welfare pubblico viene smantellato pezzo dopo pezzo. La sanità è diventata un sistema di classe: se hai i soldi paghi la clinica privata e ti curi domani; se sei povero, l'indecenza è lo sguardo terrorizzato di un malato costretto ad attendere sei mesi per una Tac salvavita, vedendo il proprio corpo spegnersi in una sala d'attesa. Tutto questo non si alimenta da solo. Ha bisogno di complici, custodi e anestesisti. Indecenti sono quelli che dovrebbero puntarvi il dito contro, scrivendo fiumi di parole per informare e denunciare, e invece si mostrano autentici zerbini, pronti a trasformare la politica in un reality show per deviare l'attenzione dai drammi reali. Quando la solidarietà sociale viene sostituita dalla beneficenza spettacolarizzata e l'informazione si fa serva, la democrazia ha fallito. E questo fallimento si manifesta, immobile e tragico, oggi, nel ventunesimo secolo: nell'indecenza assoluta di vedere un vecchio, un nonno con le mani tremanti e la schiena curva, costretto a rovistare nei cassonetti dell'immondizia sotto gli occhi indifferenti dei passanti, per cercare un avanzo di cibo, mendicando il diritto di non morire di fame nel Paese che ha edificato con i suoi sacrifici. Ma l'indecenza più profonda, quella più insopportabile e sistematica, è la negazione totale del diritto alla vita, del tempo e alla progettualità sul nostro futuro. Ci rubano la possibilità di vivere in armonia con il nostro territorio e di guardare al domani con dignità. Ci rubano, in ultima analisi, il diritto costituzionale e umano alla felicità. Eppure, è proprio guardando questi volti — gli occhi accesi dei giovani che non ci stanno, la fiera resistenza delle donne che difendono la propria terra, la memoria intatta dei vecchi e la pretesa di futuro dei bambini — che si genera la forza della rottura. L'indignazione non può rimanere un urlo sterile nel vuoto, né la rassegnazione può diventare il nostro destino. Riconoscere questa indecenza è il primo, fondamentale atto di disubbidienza civile. C'è un punto di non ritorno in cui la rabbia si fa coscienza, in cui i fili del ricatto clientelare e del silenzio complice si spezzano sotto il peso di una dignità ritrovata. Il riscatto sociale comincia quando gli uomini e le donne smettono di mendicare ciò che spetta loro di diritto, quando riprendiamo possesso delle piazze, delle scuole, delle scelte e del nostro tempo. Liberarsi da questo giogo significa riappropriarsi della bellezza, guardarsi negli occhi e ricostruire una comunità  che non lascia indietro nessun volto e nessuna vita.

Non è un'utopia: è la rivoluzione necessaria del quotidiano, l'aria pulita che si riprende lo spazio del fumo. Contro ogni indecenza, la nostra risposta più potente diventa il diritto di alzare la testa, di esistere, di lottare, di essere felici, di assaporare le gioie della vita.

Pasquale Musarra
19/05/2026

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