L'Etna come palestra, ora la sfida all'Everest

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Spedizione di tre
settimane per accarezzare la «Madre dea della Terra»
Orazio la Mascotte
Gli alpinisti catanesi durante la fase di preparazione sull’Etna. Il più giovane
che parteciperà alla spedizione è Orazio Aiello, 17 anni appena

I tibetani chiamano
l’Everest Chomolugma, «Madre dea della Terra». Una grande madre esigente,
temibile che ha insegnato, anche a caro prezzo, ciò che si può o non si può
fare.
L'Everest è «il traguardo» per gli alpinisti catanesi giunti al termine di una
preparazione sul vulcano durata tre mesi. Anche l'Etna è «madre», splendida,
umorale, a volte perfida. E’ madre e sorella ed amante per il trainer Nuccio
Faro; da bambino per farlo dormire erano costretti a cullarlo con fiabe dove non
c'erano principesse e castelli ma lave, grotte e crateri ed un’unica
protagonista: la montagna, la sua regina.
E’ ancora buio quando saliamo sull'Unimog, la corriera dell'Etna. Ma mentre
albeggia, il cielo avverte che sul vulcano sarà ancora un giorno «di sole e
d’azzurro » nello straordinario caldo di ottobre. Fatto l’appello, ai sei
trekkers della spedizione «Etna forEverest», per quest'ultimo allenamento, si
aggrega Mehme, una graziosa anglogiapponese che è stata nove mesi tra India e
Perù, non risparmiandosi una capatina a cavallo sulle Ande; un'autentica
globetrotter. Marcerà con loro, dal versante nord a quello sud, un anello di 44
chilometri che racchiude tutti i «quadri» veristi del paesaggio Etna. Una
tavolozza carica di colori che tratteggiano diverse fisionomie: sciare desolate
mai monotone, radure imbastite di floridi cespugli ingialliti dal sole
insistente, una fitta distesa dai toni ocra di faggi, la più alta d'Europa.
Il percorso è lungo ed articolato e la colonnina di mercurio segna 32 gradi
all’ombra, stavolta solo una decina di km. al passo con loro e poi proseguirò
sulla jeep del SaGdF, con gli aitanti finanzieri del Soccorso alpino di Nicolosi,
i disponibili Nicola Leo, Maurizio Adamo e Domenico Borrello, che dispensano
sorrisi e premure a tutti gli escursionisti.
Tra questi il signor Gennaro, un settantacinquenne solitario che, sentendo
dell'Everest, sciorina l'irrisolto caso Mallory, la misteriosa vicenda della
prima spedizione sulla cima più alta del mondo.
Intanto il «Panzer» Nuccio Faro, Angelo Rapisarda, Fabrizio Meli e gli «eletti»:
Mimmo Caruso, Antonio Privitera e Orazio Aiello, macinano a tempo di record i
loro bravi tracciati. Sentiero dopo sentiero, tra la frescura di un verdeggiante
tunnel di pini e l'inflessibile sole di lave nude. Alla fine di un tornante per
poco non vengono investiti da quattro scavezzacollo in mountain bike che la
Finanza cercherà di rintracciare, ma purtroppo le ormai diffuse due ruote da
montagna consentono un facile accesso a questi siti pure ai «soliti idioti».
Ogni rifugio che incontriamo conserva una storia e ne racconta mille e nomi
evocativi: Grotta dei Lamponi, Spagnolo, Saletti, Poggio La Caccia. Ci fermeremo
al Rifugio Monte Scavo, la stazione più impervia e remota e quindi patrimonio
quasi esclusivo dei fedelissimi dell'Etna. Appoggiati su Monte Nunziata, pioppi
inceneriti e tenui vapori, visibili nelle giornate più umide, rammentano
tenacemente l’eruzione del '99, mentre la vista spazia su Monte de’ Fiore ed
Egitto con la «dagala» strappata alle colate «pahoehoe», termine hawaiano -
spiega Faro - che indica lave lisce e quindi calpestabili a piedi nudi,
contrariamente alle «a.a.», corrugate e puntute.
Non ventila nemmeno in quota; il custode dell'ombra, il pino laricio lievemente
abbacchiato è il miglior testimonial di quest'arido mese ma anche le piccole
mandrie che girovagano all'alpeggio, pigre e tranquille, dilatano l’estate; con
somma delusione di qualche fungaio da ore inutilmente fra boschi avari.
Il cielo su di noi è sgombro, di un azzurro limpido, rassicurante; regala l'idea
che sia uguale nel mondo. Nello stesso cielo, invece, infuria la battaglia. Si
prendono in giro, gli uomini della spedizione, debordano entusiasmo, cancellano
la fatica. Ma la tensione sui volti è evidente. Programma, itinerario, tempi e
modi. Era tutto pianificato, a parte la guerra. Il Pakistan, ad esempio, cosa
riserverà? La tumultuosa Karachi è la tappa obbligata prima del volo per
Kathmandù, la capitale del Nepal, dove girando l'angolo di strade bazaar ci si
ritrova faccia a faccia con ascetici incantatori di serpenti e sulle alture si
scorgono le file lente delle carovane degli yak e guidate da forti sherpa. Da
questa terra ruvida e misteriosa avrà inizio l'avventura Everest, tessuta tra
venti glaciali ed incertezze globalizzate.
La consapevolezza è l'elemento chiave di tutte le imprese d'alpinismo. E’ un
ordinamento. Reinhold Messner, l'uomo degli «Ottomila » precetta: «Ho imparato
ad assumermi la responsabilità dei grandi ostacoli e ad essere coerente in
qualsiasi situazione ». In fondo è anche la lezione della vita.

Ornella Ponzio
La Sicilia, venerdì 19 ottobre 2001

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