Il sapore nostalgico delle liti tra parroco e sindaco

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Allo stabile di Catania - trsferito sui legni di Scenario Pubblico - Vito e Ivan Marescotti sono i protagonisti di "Don Camillo e Peppone", spettacolo tratto dalla popolarissima saga di Guareschi e che ha aperto la minirassegna "Nuovoteatro"

Se l’appellativo
“Nuovoteatro”, la neonata rassegna con la quale lo Stabile ha aperto il
ciclo di rappresentazioni “extra moenia” dovesse riferirsi a “Don Camillo
e il Signor sindaco Peppone” - lo spettacolo d’incipit che la “Nuova Scena
Arena del Sole” e Teatro Stabile di Bologna hanno presentato sul moderno e
poco affollato parquet di Scenario Pubblico (suggestivo spazio che un tempo
accoglieva proprio il laboratorio di scenografia dello Stabile) – non potremmo
che mostrarci dubbiosi: il romanzo di Guareschi da cui Francesco Frejrie ha
rielaborato la sua trasposizione, firmata dall’accattivante regia di Lorenzo
Salvati, è ormai puro sedimento nell’immaginario collettivo italiota e grazie
soprattutto alla celebre trascrizione cinematografica di Julien Duvivier
(l’idea non sfuggì né a Gassman, né, in tempi più recenti, allo stesso
Terence Hill…). L’integralismo bonario anni ’50, il prototipo letterario
del compromesso storico in salsa agricolo-emiliana, la stessa contrapposizione
tra Don Camillo, il combattivo ed irrequieto parroco e Giuseppe Bottazzo detto
Peppone, sindaco comunista visceralmente anticlericale, lo stesso finale
pericolosamente riconciliante, non solo risultano nostalgicamente datati ma
definitivamente spazzati e spiazzati dalla deriva globalizzante: il loro era
appunto un “piccolo mondo”, per dirla con lo stesso Guareschi, condito
inoltre da un vocabolario “ideologico” – porco fascista, prete
reazionario, bolscevico, etcetera – difficile da aggiornare. Eppure la
trasposizione piacevolmente filologica dell’Arena del Sole ci restituisce
un’ora di piacevolissimo teatro, tutto costruito sui nitidi mutamenti
dell’unico quadro scenico - tre gradini ricoperti di paglia e il cielo padano
ad incombere sullo sfondo - su cui risuonano le note verdiane (Guareschi viveva
a Roncole, patria del musicista) e si muovono i protagonisti: Peppone da un
lato, un Ivan Marescotti che non ostenta i baffoni di Gino Cervi, piuttosto una
barba scontrosa, e possiede un cipiglio tra l’iracondo e il burbero benefico;
Vito, nei panni sbracciati di Don Camillo, non ha il massiccio “phyisic du
role” di Fernandel, ma scandisce l’esuberanza camillesca attraverso il suo
dialetto emiliano con una potenza singolare, specie durante i gustosi colloqui
con quel Lui cui presta la voce Umberto
Bortolani (nel film quella indimenticabile era di Ruggero Ruggeri). Lo stesso
Bortolani mostra grande presenza scenica

nei panni del sacrestano Tirelli
sbozzando una figura gustosa e scoppiettante. Convincenti e senza sbavature le
prove di tutti gli altri interpreti:
Marcello
Foschini, Andrea Lupo, Claudio Saponi, Carolina Di Monte, Alessandra Frabetti e
Bartolomeo Giusti. Si replica fino all’1 dicembre.

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