SINTESI CRONOLOGICA DI QUELLA STRANA VOGLIA DI PRIMITIVISMO POLITICO.

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L’Italia, come Stato unito ed indipendente, è una parte dinamica della società europea e correrebbe dei rischi se perdesse alcuni dei valori quali l’unità, l’indipendenza e la libertà.

L’Italia, come Stato unito ed indipendente, è una parte dinamica della società europea e correrebbe dei rischi se perdesse alcuni dei valori quali l’unità, l’indipendenza e la libertà.
La mina separatismo è, infatti, un fenomeno grave, ma non del tutto nuovo.
Non si tratta di una svolta epocale, ma sicuramente un segnale di allarme che scaturisce dal fatto che oggi la demagogia prevale sulla politica e serpeggia la strana voglia di “disunità”.

Occorre ricordare che 50 anni fa, in Sicilia, ci fu un esercito di 150.000 uomini apparentemente disposti a battersi per la separazione dell’isola dall’Italia.
E poi ci sono stati il Trentino Alto Adige, la Val d’Aosta, il Friuli.
Ma quelle spinte secessionistiche sono state contenute con grande abilità politica, nell’ambito di un nuovo progetto di politica nazionale.
Non era facile. L’Italia raggiunse l’unità in una situazione molto complessa, in ritardo rispetto ai grandi Stati nazionali europei che erano già tali da secoli, esclusa la Germania, e con la radicale ostilità della Chiesa, che avrebbe riconosciuto lo Stato italiano ed i suoi valori solo molto tempo dopo.
Poi ci furono l’avvento del fascismo e la guerra.

La classe politica, che poi ha diretto il Paese dopo la seconda guerra mondiale, è stata in gran parte nuova, ma, accogliendo e facendo propria l’eredità risorgimentale insieme alle nuove idee, è riuscita a realizzare una fase di sviluppo che è durata fino agli anni Settanta.
Da quegli anni ha avuto inizio una crisi politica, che ha riguardato tutte le forze in campo.

Si cercava, perciò, una soluzione che doveva trasformare profondamente il sistema politico e i singoli partiti. Ma il sistema che quelle forze formavano nel loro insieme, dopo la lotta comune contro il terrorismo e i nuovi equilibri di governo, non sembrò più in grado di garantire il normale funzionamento delle istituzioni, né di realizzare le riforme di cui aveva bisogno.

Venne, dunque, il tempo delle invasioni di campo, il campo della politica, da parte di formazioni sociali e istituzioni che avevano compiti settoriali e che invece tendevano a diventare protagoniste della riforma generale.
Il Paese di Macchiavelli, però, non dimostrò di avere il senso della peculiarità e dell’autonomia della politica e diede credito a suggestioni ambigue o di basso livello, in cui il moralismo, la faciloneria, la reticenza, le formule tendenziose e fumose (come la fine della Prima Repubblica, l’abolizione dei vecchi partiti e l’invenzione di nuove etichette, la generica e acritica dannazione del proprio passato e molte altre cose del genere) erano moneta corrente.
Ma bisogna riconoscere che la situazione era particolarmente difficile.
La crisi ha visto anzitutto una classe politica perdere via via la capacità di dirigere e governare il Paese, e lasciare poi un largo spazio ad un complesso di idee che sono in gran parte, non una evoluzione, ma semplicemente estranee rispetto a quelle che avevano caratterizzato le fasi ed i momenti migliori della nostra tradizione.

Si fanno così strada i separatismi ed il ricatto della secessione da parte della Lega di Bossi, il demagogico rifiuto della politica e l’esasperato antistatalismo di Berlusconi, il rigurgito di estremismo e di primitivismo politico dei nuovi “ leghisti” di Sicilia.
E persino si tenta di offuscare l’antifascismo, che, dopo la Seconda guerra mondiale, è stato la base fondamentale della ricostruzione politica, intellettuale e morale, non solo dell’Italia ma di tutta l’Europa e di tutto l’Occidente.

In questa situazione di precarietà politica e culturale, la demagogia dell’antipolitica di Berlusconi, accoppiata al rilancio del liberismo, è stata elemento del suo ingannevole successo nella fase in cui il Paese brancolava alla ricerca di una via d’uscita dalla crisi di lungo periodo.
Il berlusconismo, infatti, si è alimentato dei rigurgiti di queste vecchie posizioni, degli estremismi della destra, dei settorialismi ed anche di altri fenomeni negativi italiani.
Anzi li ha messi e tenuti insieme in quella che è apparsa soltanto una parvenza di politica nazionale.
Ma questa posizione ha rivelato subito la sua inconsistenza nel corso del suo governo.
Ed il 9 Aprile 2006 il voto politico degli italiani decretava il suo epilogo, ribadito anche dal risultato referendario del 26 Giugno.

Ora il nostro Paese è in una fase di cambiamento non facile da gestire in un momento in cui la storia sembra aver perduto una parte del suo peso nel quadro della cultura generale.
E questo può avere conseguenze negative per la vita civile e per la coesione della nostra società.
Occorrerebbe, dunque, un governo autorevole con idee chiare e con un profilo inattaccabile dal punto di vista della credibilità, coadiuvato da una direzione politica nel senso alto del termine, in grado di superare la crisi, di affrontare i problemi reali e di governare i cambiamenti.
Per fare ciò necessita che il nuovo governo del centrosinistra si assuma l’impegno di contrapporsi ai profittatori, ai corrotti, agli arroganti ed ai falsi obiettivi di lotta, al fine di spezzare i patteggiamenti rovinosi tra politica, mafia e istituzioni dello Stato, e per recuperare il clima della vera democrazia e della partecipazione popolare.

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