Voce di un uomo che gridava nel deserto

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Claudio Fava si cimenta ne "L'istruttoria" con una memoria personale insanguinata e ancora dolorosamente attuale. L'atto unico è inserito nel cartellone "Nuovoteatro" dello Stabile etneo.

Voce di un uomo
che grida nel deserto. Della giustizia, della città in cui viveva e lavorava
prima che cinque pallottole lo inchiodassero nella sua Renault 4 un lontano
gennaio di ventuno anni fa. Claudio Fava la cui penna oscilla versatile tra
narrativa e drammaturgia, consegna con la regia di Ninni Bruschetta, ne
“L’istruttoria. Atti del processo in morte di Giuseppe Fava”, una scheggia
coraggiosa di tragedia personale e familiare sui legni del Musco, che l’hanno
accolta in Nuovoteatro, la rassegna dello Stabile etneo. Mettersi in scena, se
da un lato pone la questione delle scelte - quali ricordi dolorosi, quali
silenzi lancinanti offrire in pasto alla platea? – dall’altro, getta una
luce su quell’universo parallelo ed inesplorato che - al di là dei processi,
delle vicende, dei ‘fatti’ così come i media li hanno presentati e la città
digeriti  - mette a nudo la
sofferenza privata della famiglia dopo l’omicidio di Pippo Fava. Sulla scena
(curata da Mariella Bellantone) essenziale, metaforica, la giustizia è quello
scatolone monumentale ed incolore che riverbera tutte le voci monologanti in cui
l’eclettico Claudio Gioiè indossa i panni ora dell’assassino (il reo
confesso Maurizio Avola), ora, ora del più celebre cronista ‘locale’ ora
degli alti papaveri di Questura & Magistratura catanese, ora di deputati
regionali democristiani ora di direttori di testate - e quello di Ciancio ci è
parso davvero il più forte e bruciante… A queste - come per improvvisa
folgorazione - si aggiunge quella stessa dell’autore e della sorella Elena che
l’ispirata Donatella Finocchiaro impersona con dolente rabbia. Ma sbaglieremmo
a considerare “L’istruttoria” solo un atto di accusa crudo ed impersonale:
più che tracciare la Catania delle connivenze, dei Cavalieri del Lavoro, la
città di Nitto Santapaola e Aldo
Ercolano, mandanti dell'omicidio Fava,
la geografia mafiosa della città
da bere o da affogare nel sangue, quella che il giornalista e scrittore
denunciava dalle pagine ‘difficili’ de “I Siciliani” o del “Giornale
del Sud” con le sue inchieste; allora più che fotografare questo liotru
malato lungo gli stralci dalle seimila pagine di verbali, l’atto unico diventa
piuttosto attestazione della necessità del ricordo al di là delle insinuazioni
depistanti sull’omicidio Fava – “ma quale mafia, debiti di gioco,
donne…” – dei mille “non ricordo”, al di là dei miseri “riti della
giustizia”. "Times New Roman";mso-ansi-language:IT;mso-fareast-language:IT;mso-bidi-language:
AR-SA">Se l’alternanza tra la soggettività dei ricordi personali e la cruda
oggettività delle testimonianze processuali ne attenuano a volte la resa
drammatica, “L’istruttoria” rimane una coraggiosissima messa a nudo dei
“sopravvissuti”, canto - anche grazie alla musica fascinosa e incalzante dei
Dounia, eseguita dal vivo dal gruppo – grido di dolore per una città che
festeggia da secoli come patrona una martire, ma che non riesce a ricordarne
uno, recentissimo, se non in dieci righe in taglio basso…

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