Una"Conversazione"... difficile. Allo Stabile il capolavoro di Vittorini

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Sui legni del Verga di Catania l'allestimento del Teatro di Messina non convince.

La barra del
passaggio a livello, elemento che ci pare decisivo dell’impianto scenico di
“Conversazione in Sicilia” di Vittorini che lo Stabile etneo ha presentato
sui legni del Verga, non costituisce limite fisico e geografico,
cesura/lontananza di due mondi e di due momenti dell’esistenza - la Sicilia
dell’infanzia e il Nord della ragione e della volontà - ma ideale, allorché
separa quella maturità dagli “astratti furori”; dalla capacità cioè di
raggrumare in maniera critica uno stato d’animo precedente alla storia
raccontata. Silvestro, l’io narrante, si trova infatti, a trent'anni, quasi per caso, su un
treno che lo riporta nella sua Sicilia, da cui era partito quindici anni prima.

In questo rammemorare - per nulla nostalgico quanto piuttosto progettuale,
edificante - si iscrive l’adattamento di Luisa Fiorello da uno dei capolavori
della nostra letteratura.

Ma dai “topi
scuri degli anni” la trasposizione firmata da Walter Manfrè non solo non
aggiunge nulla ad un testo già di per sé difficilmente perfettibile, ma quasi
sottrae il vigore del romanzo frantumando quel policromo organismo narrativo,
l’ispirazione universalistica del suo messaggio, così tanto consequenziale e
programmatica, in una serie di quadri anemici e sfioriti. Se nel rivedere una
Sicilia uguale a se stessa, Silvestro, il protagonista, riconosce la sua
mutazione pur al centro di una evidente crisi esistenziale - che sulle scene
David Coco rende in maniera accorata e discreta - i braccianti agricoli, i
popolani compagni del viaggio in treno, i nullafacenti avvinazzati
dell’osteria sono ridotti quasi a macchiette, a maschere; lo stesso Gran
Lombardo, cardine metaforico su cui ruotano i “nuovi doveri e più alti verso
gli uomini” (e che Federico Grassi traduce comunque assai bene), nella
trasposizione drammaturgica non riesce ad assurgere al suo ruolo. Anche Caterina
Vertova nei panni di Concezione, madre di Silvestro, offre la consueta tensione
interpretativa ma pur nella sarabanda infermieristica, nel livore contro il
padre fedifrago, il suo personaggio è poco incisivo.

Dunque una
trasposizione statica - nonostante lo sperimentalismo della prosa di Vittorini e
una partitura dialogica che denuncia già la vocazione teatrale del testo: una
surrealtà già pienamente novecentesca - arricchita da alcune beccate sequenze
sulle quali domina quella “ferale” dell’apparizione del fratello Liborio
prima della sua morte: ma la magia, il
simbolismo e lirismo di questa riduzione sono assai lontane da quelle del libro.

Insomma, sui
legni del Verga questa “Conversazione in Sicilia” non è né dramma
familiare, né apologo e neppure romanzo avventuroso: e quella ricerca assoluta
di senso che muove il corpo e la coscienza di Silvestro vengono restituite
appannate e monche della loro esuberanza.

La rotta dello
spettacolo avrebbe forse dovuto insistere su quel “romanzo scenico” caro a
Vittorini (si pensi a “Le città del mondo”) puntando verso la
soluzione-melodramma, il solo che – a sentire lo stesso Vittorini – “nella
sua possibilità, negata al romanzo, può andare oltre i riferimenti realistici
della sua vicenda sino a farli risuonare di una realtà maggiore”.

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