Una viscerale Silvana La Spina racconta la Sicilia di una creata

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"La creata Antonia" apre l'incontro con la narrativa di "Interminati Spazi", la rassegna a cura di Giuseppe Condorelli, organizzata dall'Assessorato alla Cultura e dalla Biblioteca Comunale "C. Marchesi" di Misterbianco. Suggestive letture di Graziana MAniscalco del Centro Teatrale Siciliano

Volute
di fumo irregolari e dense dalla sigaretta che mani nervose alternano ad una
enorme tazza di caffè, occhi luminosi che vincono la loro battaglia su una
mise
completamente nera, ingentilita solo dall'oro dei suoi bijou.
Silvana La Spina, divinamente agitata, ci accoglie nella sua Catania - lei
siculopadovana - per parlare del suo ultimo libro - La creata Antonia -
che Mondatori ha appena nella collana "Narratori Italiani e Stranieri"
e che è stato presentato nei locali della Biblioteca nel primo appuntamento di
“Interminati Spazi” la rassegna, a cura di Giuseppe Condorelli, organizzata
dall’assessorato alla Cultura e dalla Biblioteca Comunale. Un romanzo che fa
da pendant allo Sciascia de "Il Consiglio d'Egitto" perché
entrambi partono - ci spiega - da uno stesso libro: la cronaca cioè che
descriveva i fatti sanguinosi della mezza "rivoluzione" avvenuta a
Caltagirone nel 1799. Ma dislocando i fatti a Catania "La creata
Antonia" intraprende una strada lontana da Sciascia: "ho scelto di
narrare anche la storia claustrofobica di una città-personaggio; e ho così
dovuto fare i conti con Tempio e Brancati, perché Catania è una città che
aveva verbalizzato l'ossessione della femmina, una città non solo gaudente ma
assillata dal problema del sesso." La novità di questa vicenda è stata
quella - confessa - di far raccontare l'illuminismo a due donne: una (madre
Crocifissione) che lo vive come personale ed irrealizzabile sogno di grandezza -
ed è la visione illuministica tutta siciliana - l'altra (la creata
Antonia) che realizza una uguaglianza per lei impensabile". Dunque la
Storia - e la miseria - per raccontare i cinque anni tristi (1794-1799)
lungo i quali si snoda il romanzo, certamente storico, che come tale si fa
giudizio sulla storia. "Anzi - precisa - né il milazzismo né la rivolta
autonomistica sono stati eventi fondamentali come quelli maturati nel
Settecento, momento in cui la Sicilia poteva rientrare nel grande ordine storico
europeo; purtroppo ha fallito e la nobiltà feudale, i gabelloti e di
conseguenza la mafia hanno vinto". Storia e miseria
protagoniste non possono che essere scelleratezza e delitto: quello dell'incipit
appunto, consumato all'interno del catanese convento di S. Chiara ai danni di
madre Addolorata dei principi di Roccaromana cui Antonia, la trovata
carzerata,
assiste suo malgrado in una notte che la segna e che solo l'absolvo
del confessore custodirà per sempre nel silenzio. L'altra - la miseria dicevamo
- di una città, Catania, che all'indomani della Rivoluzione francese, continua
a non credere ancora a niente se non al bisogno della carne - come chiosa
Micio Tempio, altra figura sparente ma emblematicamente attiva, sorta di genius
loci
dell'intera narrazione. Una Catania "accupata" da una
aristocrazia cittadina imbelle e asserragliata nei privilegi sontuosi dei suoi
banchetti e dei suoi buttaniamenti; Catania città sfarzosa, sferzata da un
clero pappone e borioso, capace di fare la spola solo tra le tavole da pranzo
gentilizie e i letti delle amanti, siano esse principesse, nobilotte, serve di
casa monache o meglio, povere buttane. Una città che è anche Sicilia, isola
d'aristocrazie naufraghe, e di famiglie prossime al tracollo (i Viceré
ce l'avrebbero presto insegnato) in cui si consuma il destino di severe figure
di donne dinamiche e di femmine funeree e di uomini "illuminati":
Gianagostino De Cosmi e Francesco Paolo Di Blasi; il viceré Caracciolo e Nicola
Spedalieri; una storia di soperchierie, e di un "tanfo" - l'epidemia
del giacobinismo - narrazione di capitolazioni fisiche e morali, delle
iniquità insomma sempiterne di questo universo a tre punte lambito dal mare. Ma
"La creata Antonia" è anche l'approdo ad una scrittura finalmente
matura, intima: "avevo iniziato con una tecnica secca e schietta, molto
illuministica - sciasciana - che poi era la cifra maschile del controllo; poi,
con "Un inganno dei sensi malizioso" ho rotto questo rapporto.
Dall'apollineo maschile al dionisiaco femminile, la "baccante" La
Spina si è fatta sacerdotessa della parola: lei educata, alla letteratura
anglo-americana che ha vissuto il mondo come "epicità" l'ha riversata
negli spazi piccoli della Sicilia, aggomitolando e dipanando a suo piacimento la
matassa di un tempo tristo rallentando e allungando le sequenze
narrative, disponendosi pure a dissimulare, a infarcire la sua storia di
parentesi e digressioni, di sconfinamenti - splendido quello che ci regala ante
litteram,
l'apparizione di Vincenzo Bellini infante seduto al
pianoforte - di dialoghi acuminati come folgori d'aneddoti. Eppure quella che
sembra svilupparsi come la bildung della creata Antonia, si rivela
solo alla fine, in un concitato crescendo di capitoli brevi e convulsi una
confessione ed una rivelazione, costruita nella dimensione della
narratrice-rammemorante: meglio di una coscienza ribelle e delittuosa,
sognatrice e disillusa che rammemora. Romanzo certamente a rilievo,
onomatopeico
cioè, lungo il quale le sensazioni prevalgono sulle parole così
come i suoni e gli odori: il lezzo soprattutto, quello della reazione e
dell'ignoranza, del maggiorasco, della robba da tenere al riparo, degli
affari di stato e di famiglia pesanti e spessi come le grate di un convento,
sudici come i dammusi dove senza consolazione, nell'immutabile destino di
femmina, finirà Antonia. Romanzo irregolare che si muove tra sontuose
sequenze cinematografiche - il festino di S. Agata; la rivolta di Catania - e
folgorazioni liriche, improvvise quanto inaspettate; requiem e
lamentazione, inno e accorata resa, gemito altissimo attraversato da una prosa
potente e prepotente, capace di modulare l'eccesso barocco e quello plebeo, di
dare voce a personaggi distanti e sbozzare caratteri abissali: di essere cioè
semplicemente e universalmente storia.

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