“Come sono stati i bombardamenti oggi?”. Frase insensata, sconsiderata, di un ministro della Repubblica italiana, parole semplici, innocue, quasi inoffensive. Una buttata così, detta quasi per caso, tra il dentifricio e la colazione, tra persone qualunque, nel bel mezzo d’una guerra illegale (ma esistono guerre legali?) dalle conseguenze imprevedibili. Come dire: “Com’è il tempo stamani?, “Unn’è agghiunta ‘a Santa?”. Incredibile, ma vero!
Nasconde, invece, una verità tremenda, indicibile, micidiale. Ai nostri occhi, increduli e indifferenti, la guerra sembra una cosa da nulla, un video games, un “commento in tv”, ci siamo assuefatti alle stragi, alle violenze, veniamo quotidianamente sopraffati da notizie di bambini uccisi, di madri inghiottiti dal dolore, di ragazzi mandati a morire (per cosa?), che quasi non ci facciamo più caso. “Come sono stati i bombardamenti oggi?”. Frase ignominiosa e indecente. E’ la morte dell’umanità. E’ la sconfitta della nostra civiltà. La bestialità ha preso il sopravvento. E’ la “banalità del male”. “Persone comuni possano compiere atrocità non per malvagità demoniaca, ma per incapacità di pensare criticamente e di distinguere il bene dal male, obbedendo agli ordini senza riflettere sulle conseguenze, trasformandosi in meri burocrati o strumenti di un sistema, dove il male si manifesta come un fenomeno superficiale, privo di profondità ideologica, e per questo ancora più terrificante e diffuso”, come ci ricorda Hannah Arendt.
Ma io credo, invece, che il male sia intelligente, scaltro, cattivo, deciso, sa cosa colpire, sa perché colpire, ma sta a noi riconoscerlo, individuarlo, definirlo, isolarlo, chiamarlo per nome. Il male si combatte con il bene, con una nuova “grammatica dell’etica”, con il linguaggio della giustizia e della verità, con la pratica del dialogo. “Mai parlare con il diavolo”, diceva papa Francesco. “Ma tu ‘u sai cos’è la guerra? Sai la brutalità della guerra. Tu non puoi nemmeno immaginare l’orrore della guerra”, mi ripeteva spesso mio padre, classe 1921, che ha vissuto in pieno l’intero secondo conflitto mondiale in diversi teatri di guerra, allorquando, in televisione parlavano di bombardamenti, di attacchi, di conflitti.
E tante volte mi raccontò uno degli episodi di cui lui fu testimone oculare, “la tragedia della Madonna delle Grazie” avvenuta a Genova, nella notte del 23 ottobre 1942, quando circa 354 persone (altri parlano di 500) morirono soffocate e calpestate dentro la galleria ferroviaria delle Grazie, utilizzata come rifugio antiaereo durante i continui bombardamenti alla città. Si racconta che la sera prima vi era stato un massiccio bombardamento ad opere delle forze britanniche, che avevano sganciato tonnellate di bombe su Genova, la notte successiva, dopo aver sentito suonare le sirene (ironia della sorte, fu un falso allarme), migliaia di persone tentarono di entrare nel rifugio contemporaneamente per sfuggire alle bombe, provocando la ressa e il conseguente schiacciamento mortale su una scalinata di 150 gradini. Nella calca che ne derivò alcuni scivolarono lungo i gradini e vennero travolti da chi li seguiva, mentre altre centinaia di genovesi dietro di loro continuavano a spingere in preda al panico per cercare di entrare nel rifugio, schiacciandosi e soffocandosi e andando incontro ad un’atroce morte. Tutti si accorsero dell’immane tragedia, solo quando la galleria si riempì di corpi esanime, di grida, di dolore e di morte. Nello strenuo tentativo di cercare rifugio, per tentare di salvarsi dalle bombe, per paura, le persone, uomini, donne, bambini, trovarono la morte sopraffatti, stritolati dai loro stessi corpi.
Mi raccontava mio padre, che l’orrore della vicenda si rivelò in maniera drammatica la mattina successiva, quando un reparto dell’esercito, di cui faceva parte mio padre, ebbe il pietoso compito di estrarre i cadaveri dalla galleria e di ricomporli mettendoli allineati, “appoggiati sul muro” della piazza circostante. Ve lo immaginate? Lo strazio e le urla dei parenti alla ricerca dei propri cari deceduti. Genova rimase scioccata. Fu uno degli eventi più drammatici della città, segnando profondamente la popolazione genovese e lo scollamento con il regime. Mio padre me lo raccontava con le lacrime negli occhi. Veramente, non conosciamo l’orrore e bestialità della guerra. Mai più! Che sia un grido di speranza, che sia un anelito di cambiamento, che sia una sferzata di risveglio alle menti e ai cuori sordi e ostruiti delle classi dirigenti dell’Occidente, e del mondo intero.



























