Sulla normalità del male

InfanticidioNel disordine ordinato dei vecchi scatoloni in cui conservo i miei appunti universitari, è riemerso un fascicolo ingiallito dal tempo. Sono passati circa quarantacinque anni da quando ero uno studente del corso di laurea in Psicologia Clinica all'Università di Padova. Tra quelle carte ho ritrovato i fogli di un'esercitazione pratica che ci propose la nostra docente di Teorie e tecniche della personalità, la professoressa Franca Passi Tognazzo.

Ad essere del tutto sincero, la mia memoria fatica a ricostruire i dettagli esatti di quella lezione. Ricordo però perfettamente il metodo spiazzante scelto dalla docente: ci consegnò i risultati di alcuni test attitudinali e di personalità, privi di qualsiasi dato anagrafico. Eravamo clinici in erba, chiamati ad analizzare quelle risposte "alla cieca", cercando di tracciare il profilo psicologico di soggetti a noi totalmente ignoti. Ricordo lo sforzo diagnostico, i tentativi di rintracciare nevrosi, strutture difensive o tratti patologici latenti in quelle risposte strutturate, talvolta fredde, talvolta bizzarre.

Solo alla fine della lezione la professoressa svelò l'arcano, lasciandoci con un brivido lungo la schiena. Quei test non appartenevano a comuni pazienti da clinica, ma ad alcuni dei più spietati criminali di guerra della storia dell'umanità. La professoressa Passi Tognazzo, pioniera del Rorschach in Italia, stava replicando in aula lo stesso, identico esperimento che decenni prima aveva sconvolto la comunità scientifica internazionale.

Per capire la portata di quello shock, bisogna fare un salto indietro nel tempo.

Immagina di essere uno psicologo nel 1945. Il Terzo Reich è appena crollato e il mondo intero ti affida una missione senza precedenti: entrare nelle celle del processo di Norimberga, sederti di fronte ai peggiori criminali di guerra della storia e capire cosa non va nel loro cervello.

Questo è ciò che fecero lo psichiatra Douglas Kelley e lo psicologo Gustave Gilbert. Il loro compito, sulla carta, sembrava quasi consolatorio. L'opinione pubblica mondiale voleva una risposta rassicurante: dimostrare che uomini come Hermann Göring o Rudolf Hess erano mostri biologici, sadici deformi o pazzi clinici. Tutti volevano tracciare una linea netta e dire: "Loro sono i malati, noi siamo i sani".

I dati scientifici raccolti tra quelle quattro mura cancellarono ogni certezza, spogliando gli imputati della veste ideologica e lasciando gli scienziati davanti a una verità che fa ancora tremare le vene ai polsi.

Per prima cosa, Kelley e Gilbert misurarono l'intelligenza degli imputati usando la scala Wechsler-Bellevue (il test del QI). I risultati distrussero subito lo stereotipo del fanatico rozzo e ignorante.

La media del gruppo era straordinariamente alta: 128 punti, ben oltre la media mondiale fissa a 100. Non erano affatto degli incompetenti, ma uomini colti, capaci di discutere di alta letteratura, apprezzare l'opera lirica e gestire con spietata efficienza burocratica macchine organizzative enormi.

Questi i risultati:

Imputato Ruolo nel Terzo Reich Punteggio QI Classificazione
Hjalmar Schacht Ministro dell'Economia e genio della finanza 143 Genio
Hermann Göring Capo della Luftwaffe e numero due del Reich 138 Intelligenza superiore
Karl Dönitz Grandammiraglio della Marina Militare 138 Intelligenza superiore
Albert Speer Architetto di Hitler e Ministro degli Armamenti 128 Sopra la media

La figura di Albert Speer fu una delle più emblematiche per gli psicologi. Giovane, brillante, educato e privo del fanatismo becero di altri gerarchi, Speer incarnava la totale cecità morale della tecnica. Durante i test di intelligenza e i colloqui, emerse una mente lucida, focalizzata esclusivamente sulla risoluzione dei problemi logici e produttivi, totalmente disconnessa dalle conseguenze umane (come lo sfruttamento di milioni di lavoratori schiavi).

Quando gli fu somministrato il test di Rorschach, le sue risposte rifletterono questa sua natura fredda, geometrica e strutturata, priva delle esplosioni di angoscia di Hess o delle bizzarrie di altri imputati. Speer vedeva nelle macchie forme architettoniche, profili simmetrici e configurazioni logiche. Era il prototipo del "tecnocrate": un uomo che aveva messo un'intelligenza sopra la media al servizio del male assoluto, semplicemente considerandolo un "lavoro di coordinamento ben fatto".

Il vero mistero della personalità doveva essere svelato dalle famose dieci tavole con macchie d'inchiostro del test di Rorschach. Come reagirono gli altri gerarchi?

  • L'arrogante Göring guardò la Tavola II (macchie nere e dettagli rossi) e rispose con totale spavalderia: «Due persone che ballano insieme. Un ballo fantastico. Due uomini, ecco le loro teste, l'unione delle mani, come dervisci rotanti». (Gli psicologi notarono come usasse l'allegria per mascherare l'angoscia).
  • L'instabile Hess, davanti alla stessa identica macchia, mostrò un pensiero frammentato e inquietante: «Una sezione trasversale al microscopio, parti di un insetto con macchie di sangue... la zampa di una mosca con macchie di sangue rosso... una maschera di un selvaggio... è diabolica».

Negli anni successivi al processo, accadde l'esperimento più importante, lo stesso che avremmo replicato noi a Padova quarant'anni dopo. I protocolli con le risposte dei gerarchi vennero privati dei nomi, mescolati a quelli di cittadini comuni e sottoposti ad analisi "alla cieca" a commissioni di psicologi che non sapevano di chi fossero quei test.

Il verdetto scientifico fu unanime e agghiacciante: fu impossibile identificare una "personalità nazista". Non esisteva uno schema psichiatrico unico che li distinguesse da un qualsiasi dirigente d'azienda. Nel privato, molti di loro erano padri affettuosi e cittadini perfettamente integrati.

Le conclusioni di Gilbert e Kelley divergevano leggermente sulle sfumature, ma convergevano sull'orrore finale:

  • Gilbert parlò di "psicopatici morali": l'ideologia aveva agito come un anestetico, spegnendo la capacità di provare empatia, pur lasciando la mente perfettamente lucida.
  • Kelley lanciò un avvertimento ancora più moderno: quegli uomini non erano un'anomalia della natura, ma il prodotto della loro società. Sotto una manipolazione di massa costante e una propaganda totalitaria, persone clinicamente sane sono capaci di commettere delle peggiori atrocità senza batter ciglio.

L'eredità scientifica di Norimberga ci dice che il confine tra il bene e il male non è scritto nel nostro DNA e non si vede in una macchia d'inchiostro. È una scelta culturale, sociale e politica.

Rileggere oggi quegli appunti dell'università non è solo un esercizio di memoria accademica, ma un doloroso e necessario risveglio di fronte alle derive della nostra contemporaneità. La "normalità del male" che studiavamo sulle carte di Norimberga non è un capitolo chiuso della storia; al contrario, ne vediamo i sintomi riemergere con forza devastante sotto i nostri occhi.

Non si può rimanere inermi di fronte alle attuali emersioni in Europa di tendenze politiche a forti connotati razzisti, neofascisti e neonazisti. Discorsi d’odio e propagande nazionaliste stanno alimentando una sistematica e feroce intolleranza verso i diversi, i più deboli e gli immigrati, trattati non più come esseri umani, ma come problemi da eliminare o minacce da respingere.

Questo oscuramento della coscienza si riflette in modo drammatico sullo scacchiere geopolitico globale. Penso alla persistente e distruttiva politica guerrafondaia degli Stati Uniti, che continua a muovere i fili di conflitti strategici planetari sulla pelle delle popolazioni. E penso, con profonda amarezza, alle sistematiche stragi del popolo palestinese da parte degli israeliani, un massacro quotidiano che si consuma nel silenzio e nell'assurdo, tacito consenso della maggior parte dei paesi europei, inclusa l'Italia.

L'indifferenza delle nostre istituzioni e delle nostre società di fronte a queste tragedie è l'esatta replica di quella "cecità del tecnico" che riscontravamo in Albert Speer. È l'anestesia totale dell'empatia: si normalizza l'orrore, lo si giustifica dietro logiche diplomatiche, militari o economiche, voltando le spalle al sangue dei civili e degli innocenti.

L'eredità di quella vecchia esercitazione custodita tra i miei ricordi di studente è una pillola amara che l'umanità si ostina a non voler inghiottire. Il potenziale per perdersi e per diventare complici del male abita nella normalità e nell'indifferenza di ognuno di noi. Se oggi accettiamo in silenzio il razzismo nelle nostre strade e i massacri nei teatri di guerra, significa che da quelle dieci tavole di Rorschach, purtroppo, non abbiamo imparato assolutamente nulla.

L'orrore di Norimberga, in definitiva, non fu scoprire che i leader del Terzo Reich erano mostri deformi. L'orrore fu comprendere che il confine tra il bene e il male non è biologico, ma culturale, politico e psicologico. E che quel potenziale distruttivo abita, silenzioso, nella nostra quotidianità, accanto a noi, alimentato dal menefreghismo, dall’indifferenza, dallo scegliere il meno peggio, dall’incapacità di indignarsi e reagire con forza agli orrori che ancora oggi si presentano.

Pasquale Musarra
agosto 2026

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