Siamo un popolo fedele verso un’organicità alla democrazia?

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Nasce male la nostra Repubblica, nasce infedele alla democrazia e contro lo stato di diritto.

C'è una domanda cui bisogna interrogarsi; nel nostro paese abbiamo avuto, dal dopo guerra ad oggi, una vera democrazia? Siamo convinti che la sola Carta Costituzionale sia bastata per rendere dell'Italia un Paese democratico? O, se preferite, siamo un popolo fedele verso un’organicità alla democrazia, o verso un partito o un’area? Nella riflessione, si tratta di valutare la tenuta e forse la stessa credibilità della nostra democrazia. Per contribuire a dare senso a questa domanda, bisogna valutare le condizioni presenti della Repubblica Italiana che, pongono continui dubbi sullo stato di diritto e il rapporto tra politica e cultura eversiva e mafiosa.

Lo voglio fare iniziando a guardare verso il passato, ad una storia che ha come origine il 1° maggio 1947. Circa duemila lavoratori della zona di Piana degli Albanesi, in prevalenza contadini, si riunirono nella vallata di Portella della Ginestra, nei pressi di Palermo, per manifestare contro il latifondismo, a favore dell'occupazione delle terre incolte, e per festeggiare la vittoria del Blocco del Popolo nelle recenti elezioni per l'Assemblea della Regione Sicilia, svoltesi il 20 aprile di quell'anno e nelle quali la coalizione PSI, PCI aveva conquistato 29 rappresentanti (con il 29% circa dei voti) contro i soli 21 della DC (crollata al 20% circa). Sulla gente in festa partirono dalle colline circostanti delle raffiche di mitra che lasciarono sul terreno, 11 morti (9 adulti e 2 bambini) e 27 feriti.

La storia del bandito Giuliano la conosciamo bene, quello che non conosciamo abbastanza e come finisce, con tutti gli intrecci fra mafia e politica che ne seguirono, quei poteri nascosti che delegittimarono lo Stato democratico all'indomani della Costituente del 2 giugno del 1946. Nasce male la nostra Repubblica, nasce infedele alla democrazia e contro lo stato di diritto. Quella di Portella delle Ginestre è stata la prima di una lunga serie di stragi, di atti eversivi, di complotti e tentativi di golpe contro lo stato democratico italiano. Gli anni 60/70 vedono la sinistra avanzare elettoralmente. Inizia la lunga notte della Repubblica, la stagione del piombo mafioso e quello destabilizzante del terrorismo, con l'obiettivo di creare le condizioni per influenzare o sovvertire gli assetti istituzionali e politici del Paese.

Per alcuni opinionisti e commentatori politici gli anni di piombo vengono considerati gli anni del "terrorismo di sinistra", e dello "stragismo di destra", o "stragismo di stato". Esiste, a tal proposito, solo una verità giudiziaria parziale, confusa e spesso contraddittoria. Durante i 60 anni della nostra Repubblica, la mafia è rappresentata come un’organizzazione criminale, un’organizzazione di potere, evidenziando come sua principale garanzia di esistenza, non solo gli ingenti proventi delle attività illegali, quanto le alleanze e le collaborazioni con gli uomini delle istituzioni, in particolare politici, nonché il supporto di certi strati della popolazione. Stato e antistato. Così come le stragi e il terrorismo hanno disegnato l'antipotere, mentre lo stato di diritto lo sconfitto.

Gladio, P2, Valerio Borghese, Gelli, Miceli, sono alcuni nomi da evocare nell’eversione al paese. Mentre sul versante mafia, evochiamo la strage di via Macello, del giudice Chinnici, di Rosario Livatino, Peppino Impastato, padre Pino Puglisi, di Falcone e Borsellino, tanto per citare pochissimi nomi di un lunghissimo elenco. Ed ancora; gli uomini delle Istituzioni si sono resi complici di scandali economici che vanno dal Banco Ambrosiano ai bond di Parmalat, allo scudo fiscale di oggi. Gli Anni Novanta screditarono il professionista della politica e consacrarono al suo posto la figura dell’imprenditore. Fu così che dalle vecchie illusioni si passò a una nuova illusione, non meno utopica anche se meno cruenta. Tutte le utopie abitano dentro bolle d’aria ermeticamente chiuse al mondo dei fatti, la notte della Repubblica berlusconiana è appena agli inizi. Seguono gli scandali politici con il periodo di Mani Pulite, delle tangenti. Continuano con i disastri ecologici ed ambientali, le incurie amministrative, dal Vajont a Messina, con condoni edilizi, con cemento depotenziato ecc ecc.

Oggi siamo nella fase “sesso droga e politica”, dove i poteri dello stato e quelli politici “competono” fra di loro nel primato all’illegalità, (vedi il caso Marrazzo - Carabinieri). In nessun paese al mondo si sono concentrati tanti reati e altrettanti attentati alla costituzione democratica, come in Italia. Per tornare ai giorni nostri, usando uno strumento immaginario, il “democrazimetro” della storia, e paragonando il passato con il presente, il futuro della nostra democrazia è vestito a lutto. Qui ritorna la domanda di apertura dell’articolo. Siamo un popolo fedele verso un’organicità alla democrazia, o verso un partito o un’area, “anche se eversiva ed illegale”? C’èra uno slogan in voga fra gli studenti americani degli anni 60, usato strumentalmente da qualche politico italiano. "I Care", me ne importa, mi sta a cuore, il contrario del “me ne frego”. Forse se tutti noi badassimo meno alla nostra “appartenenza” e pensassimo molto di più alla democrazia, potremmo pronunciare la parola, "I Care".

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