"Minnie la candida" di Bontempelli al Piccolo Teatro

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Con la regia attentissima di Gianni Salvo Il Piccolo Teatro ha presentato uno dei capolavori del teatro italiano fra le due guerre. Un cast davvero all'altezza, tra cui spicca Anna Passanisi.

La scena
irriverente e colorata – quasi una tela astratta con commento di frivolo
fox-trot - non rimanda solo alla umana commedia, una recita da cinema muto (chè
gli attori si muovono con marionettistica dinamica), ma al dramma della vita,
che distilla menzogne e finzioni. “Minnie la candida” di Massimo Bontempelli
che la regia di Gianni Salvo ha presentato sui legni del Piccolo Teatro, propone
in una cornice di apparente frivolezza, l’innocenza femminile (tipica dei
soggetti di Bontempelli) della protagonista (una Anna Passanisi di grande
spessore interpretativo), donna schietta e sincera, un po’ Betty boop un po’
svampita, ma profondamente pura. In un caffè irreale, dominato da Astolfo,
cameriere-domatore onnipotente (il sicuro Nicola Alberto Orofino), sui cui
tavoli per attirare i clienti e dare un tocco di eccentricità siedono le
maschere del “suicida” e dei “colpevoli amanti’, esplode la schiettezza
di Minnie, una surreale “straniera” (in tutti i sensi) colpita dalla burla
che gli imbastiscono il compagno Skagerrak con l’amico Tirreno (Vittorio Bonaccorso e Davide Sbrogliò): alcuni uomini potrebbero essere
“fabbricati”. In un rincorrersi di illusori giochi verbali, di equivoci, la
‘realtà superiore’ di Minnie, senza contraddizioni e fratture denuncia
una realtà di finzione, di inquietudine e di incomprensioni giungendo alla
conclusione che nell’universo meccanico della modernità diventa impossibile
la distinzione tra vero e falso. E nella sequenza del suo sogno - il centro dell’intera
rappresentazione - la scena si anima di quei ‘replicanti’ che gli splendidi
costumi di Oriana Sessa connotano magicamente. Così il fulcro drammaturgico dei
due atti addita ad un mondo in cui agli uomini cui sfugge il senso di un mondo
artificioso e artefatto (i replicanti-robot), in cui si fabbricano convenzioni e
sentimenti e l’’autentico’ si oppone al ‘fittizio’ (negli anni ’60
sarà P. K. Dick a condensarne per altri versi la drammaticità nei suoi
romanzi). Nella seconda parte, assai più intensa, sostenuta da una logicissima
alogicità Minnie, sconvolta e
dubbiosa anche di se stessa, rifiuta il viaggio a New York e le stesse nozze
fino all’epilogo di morte. La sua verità precipita: le ragioni del mondo non
riuscendo a convincerla innescano durante il suo monologo una atipica e
raggelante, ossimorica e tragica agnizione: e Minnie la ‘pazza’ (di quella
follia che pirandellianamente è però l’unica a poter leggere la modernità
alienata) convincendosi di essere ‘falsa’ laverà quest’onta col suicidio.
La regia di Salvo è come sempre scrupolosamente attenta a rendere la lezione
futuristica e l’eco di Breton care a Bontempelli e a indicare ancora una
volta, con la proposizione di uno dei testi cardine del teatro italiano tra le
due guerre, la via di un teatro pensante.

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