La Ballata dell'amore disonesto al Teatro Musco

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La pretesa di attualizzazione del mito di Orfeo troppo pretenziosa nel testo di Fornari per uno spattacolo che invece esalta le musiche contaminate di Germano Mazzocchetti...

“La ballata dell’amore
disonesto”, proposto (e prodotto) sui legni del Musco dal Teatro Stabile
(quarto appuntamento della rassegna “Nuovoteatro”) e dalla Compagnia della
Luna si confà di più - almeno nel titolo - ad una canzone, mettiamo, del
compianto De Andrè piuttosto che al mito tragico di Orfeo la cui pretesa di
attualizzazione  nella ballata
appare un po’ pretestuosa: una sorta di captatio benevolentiae che un
“racconto musicale” (di per sé dignitosissimo) non aveva bisogno di
mendicare. Detto ciò lo spettacolo di Germano Mazzocchetti, su libretto di
Augusto Fornari (che ne ha pure curato la regia), è una narrazione in musica
godibile, una sorta di “hilaotragoedia” che i cinque capaci “cantattori”
(Carlo Ragone, Alessandro Quarta, Michela Venturini, Mario Zinno e Michele
Carli) hanno sostenuto con le loro voci sicure, dirette dallo stesso
Mazzocchetti (al pianoforte) insieme all’ensamble formato da Alice Warshaw
(violino e viola), Teresa Spagnuolo (clarinetti e sax soprano), Andrea Avena
(contrabbasso) e Vittorino Naso (percussioni). E’ l’io narrante disserratore
di sipario ad introdurre la vicenda di un redivivo Orfeo, 
dongiovanni, uomo di malaffare, - “l’acciaio si scioglie come donna
alle mie voglie” gorgheggia - perennemente in bilico tra fucile ed alcova: un
capo “duro” che pretende tributi di carne (di femmina) anche dai suoi soci,
uno insomma che ha già perso la sua amata Euridice, il cui fantasma è evocato
dalla leggiadra Eleonora (Frida Bruno). In una atmosfera circense, con
inflessioni impressioniste - da deutsche cabaret - in un sentore di bistrò
scalcagnati, di taverne nerofumo ad uso di bieca manovalanza criminale,
l’impianto scenico (pensato da Bruno Buonincontri), ora covo, ora caverna di
Alì Babà, ricorda alcune pagine di Leo Malet, con una spruzzata di
avanspettacolo che sottolinea la dimensione spesso ironica di una narrazione
teatrale non sempre limpida. E questo Orfeo, alle prese con il personalissimo
inferno della sua caduta-ascesa-rovina finale, stregato dalla “femme fatale”
del suo ultimo colpo, ci pare assimilabile al suo omonimo e mitico antico
“cantore” solo nella possibile equazione artista/bandito, suffragata dalla
storia; nella ballata in special modo, storia a spirale di inganni, di lotte
fraterne, di violenze. È piuttosto la musica di Germano Mazzocchetti ad
attraversare l’inferno del Novecento: tanghi e marcette, milonghe e
valzer, notazioni tra il jazz (e il pianoforte alla Dave Brubeck ne costituisce
certo l’elemento significativo) e la musica da camera, un caldo e fascinante
lirismo che evoca ora gli Avion Travel ora Paolo Conte, ragtime compreso. In una
dimensione drammaturgica certamente attenuata rispetto all’esuberanza di
quella musicale (su cui spicca la struggente difesa di Orfeo) “La ballata
dell’amore disonesto” si svela spettacolo riccamente contaminato ma
“spettacolarmente” povero, con un Orfeo ancora impigliato tra le ombre di un
Ade da cui rischia di non emergere più.

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