Il corpo, la trasgressione, il sangue: il Pasolini della Compagnia Zappalà Danza

"Pasolini nell'età di Internet" è lo spettacolo della CZD di Roberto Zappalà presso Scenario Pubblico. Una performance vibrante e personalissima. Che ha già sollevato polemiche...

I sessanta minuti di “corpo”
serrato di “Pasolini nell’età di Internet” scandiscono il “reale” ed
il “virtuale” di un autore per eccellenza frastagliato ed irregolare cui la
Compagnia Zappalà Danza, con le coreografie e la regia di Roberto Zappalà,
dedica (ad ottant’anni dalla nascita) la performance negli spazi moderni ed
algidi di Scenario Pubblico. L’idea condensa in danza un testo di Guido
Nicolosi, sorta di indagine sulla diffusione di Pasolini nella rete telematica.
E Pasolini irrompe subito sul parquet, subito attraversato da due “Ragazzi di
vita” che si corteggiano lottando, caratterizzati dall’unico
richiamo/contatto non a caso dialettale - “Hei, cchi bboi?” - nella lingua
cioè dell’immediatezza e della loro condizione borgatara e proletaria,
sensualmente scandito al ritmo di ogni loro variazione posturale mentre
l’icona/sfinge del poeta, “cattiva coscienza di tutto, dunque buona
coscienza di tutti” (una magmatica scultura in cera di Maurizio Di Bella),
occhieggia dall’angolo sempre illuminato della scena con sanguigna
consistenza, costringendo all’intollerabile sfida della realtà l’intera
platea. La scena stessa - il bianco drappo accecante (della libertà di
coscienza) che l’avvolge, quello rosso (“ideologico” del sangue e del
sacrificio) che la percorre – ricostruisce (più che il celebre banchetto di
“Mamma Roma”) insieme alle luci, ai costumi sgargianti e chiassosi, dimessi
e fascianti, sia la corrispondente aura virtuale sia la dimensione estetica,
sofferente del poeta, anche se priva di quel “debole lezzo di macello” di
Salò in cui lo stesso Pasolini “lebbroso” si identificò. Roberto Zappalà,
coreografo e regista, appollaiato sul video-sito, nei panni di una prosaica
Divinità dell’Occhio Virtuale detta e “scarica” i movimenti della
Compagnia sullo sfondo di un collegamento in rete: l’acronimo del protocollo
informatico di connessione (point to point) è infatti lo stesso delle
iniziali del nome dello scrittore. Così lo spettacolo diventa studio sul
trapasso dei “corpi”, corpi che sfilano in silenziosa successione, corpi
“altri” (la “mutazione antropologica” che preconizzava Pasolini si è
ormai realizzata). Quelli mossi dalla Compagnia Zappalà Danza sono corpi
dissonanti, ma anche distorti e sofferenti (lo “sfruttamento necrofilo dei
media” della morte stessa del poeta?) in continua, crescente, inattingibile
tensione e dunque “Pasolini nell’età di internet” si costruisce come una
sorta di bolero asimmetrico; non si conclude, piuttosto tende ad
autodistruggersi: esattamente come fece Pasolini stesso; e non per questo,
fortunatamente, lo spettacolo di Roberto Zappalà contribuisce alla penosa
mitizzazione del poeta in atto da decenni (provate a vedere quante pagine siano
dedicate alla “resurrezione virtuale” di Pasolini…). L’aurorale sequenza
conclusiva (un tòpos nelle elaborazioni di Zappalà), nella quale il
demiurgo-regista interviene in prima persona è ovviamente quella più personale
(anche se ideologicamente lontanissima, a nostro modo di vedere, dalla temperie
pasoliniana): i due rosei porcellini ingabbiati, i cui grugniti hanno
accompagnato l’intera performance (e sollevato le proteste animaliste),
risolvono il loro simbolico sconcerto per la società borghese in speranza
“geneticamente modificabile” per l’intera società, in quanto
“inesauribile miniera” di organi da trapianto. Alla fine di “Pasolini
nell’età di internet” rimane una sorta di lucidissimo turbamento, una
coscienza dell’irrisolta contraddizione tra realtà e verità. Pur avendo
amato – come ebbe a dichiarare lo stesso Pasolini – “più la realtà che
la verità, ossia la raffigurazione piuttosto che l’interpretazione” il
dovere ed il privilegio di chi riceve la realtà – aveva poi chiosato Franco
Fortini - è appunto, di interpretarla, “di mutarla in verità”. La
Compagnia Zappalà Danza ci ha offerto la sua, personalissima e contraddetta,
non senza pathos, non senza equivoci.

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