Da «scappati» a trafficanti manette agli eredi del boss

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SequestroPer qualcuno erano gli emigranti di Cosa nostra, ma per molti altri erano semplicemente «gli scappati». Parliamo dei familiari di Mario Natale Nicotra, «Mario ‘u tuppu», il boss di Misterbianco ucciso a pistolettate e fucilate, la mattina del 16 maggio 1989, per avere osato contrapporsi ad uno dei «pezzi da novanta» della mafia del Catanese: il «Malpassotu» Giuseppe Pulvirenti.

Il «leone di Belpasso», punto nell'onore da quella contrapposizione "sbagghiata" e, per di più, in una zona particolarmente ricca come allora era Misterbianco, aveva promesso nel corso della faida che quella gente sarebbe stata sterminata. E, visto che in genere queste promesse vengono mantenute (tant'è vero che poco tempo dopo venne ucciso anche Giuseppe Avellino, cognato di Mario, incaricato di riorganizzare il gruppo), fu Gaetano Nicotra, fratello di Mario e suo fedelissimo, a riunire i parenti ed a consigliare di cambiare aria: «Andiamo in Toscana, dove abbiamo qualche base. Lì staremo al sicuro, poi vedremo il da farsi... ». E fu così che, braccati dalla gente del «Malpassotu», gli «scappati» lasciarono Misterbianco e la Sicilia per stabilirsi fra Grosseto, Montecatini, Pistoia e Prato, con qualche puntatina in Romagna. Qui, raccontano i vecchi investigatori, «zio Gaetano» insegnò al nipote che portava il suo stesso nome (e che quando fu costretto ad emigrare aveva appena dieci anni) a sparare ed a difendersi. E fu sempre lui, in qualche modo, a mettere il ragazzo su quella strada che «Mario ‘u tuppu» non avrebbe mai voluto venisse percorsa dal figlio.

Chissà, forse era inevitabile... Fatto sta che, ventiquattro anni dopo l'omicidio del boss, zio e nipote si trovano ancora su quel percorso. E, assieme a loro, un altro figlio di «Mario ‘u tuppu», il quarantasettenne Antonino, nonché altri parenti e amici stretti del capoclan, il cui destino, scappati o non scappati, probabilmente era già segnato da tempo.
In otto sono stati arrestati al culmine del blitz fatto scattare all'alba di ieri da oltre cento carabinieri appartenenti al comando provinciale di Catania e al Nucleo cinofili di Nicolosi.

Sì, Catania e Nicolosi. Perché il tempo è una mola che macina tutto e infatti - arrestato prima, pentitosi successivamente e infine morto Giuseppe Pulvirenti - i Nicotra avevano potuto fare rientro a Misterbianco. E a Misterbianco, grazie ai contatti con le «'ndrine» calabresi e, in particolar modo, con i Bevilacqua di Marina di Gioiosa Jonica (Reggio Calabria), avevano potuto avviare una lucrosa attività basata sul traffico di cocaina che, ironia della sorte, ha interessato fortemente anche Belpasso, quello che era stato proprio il regno del Malpassotu.

Quartier generale del gruppo era lo storico bar «Stadio» di via Roma, vicino a cui i carabinieri hanno piazzato una serie di telecamere e microspie che hanno permesso di chiarire che gli affari che si svolgevano in quell'«ufficio» (così veniva definito, al telefono, dagli arrestati) nulla avevano a che vedere con i cavalli da corsa bensì con la droga, e che il numero di cavalli di cui si parlava era una frase criptica che si riferiva ai chili di cocaina da acquistare e alla qualità (duro di bocca, buono per passeggiare, duro nelle redini, vincente).

Secondo i militari dell'Arma, coordinati dai magistrati della Dda, sarebbe stato «zio Gaetano» (rientrato a Misterbianco il 14 dicembre 2010 dopo un lungo periodo detentivo scontato, da ultimo, in regime di arresti domiciliari a Ravenna) a guidare il gruppo, assistito dai nipoti Antonino e Gaetano. Un ruolo decisamente operativo viene attribuito anche a Giuseppe Avellino, Antonio Rivilli, Daniele Musarra (quest'ultimo titolare di una rivendita di auto usate a Belpasso), Giovanni Sapuppo e Daniele Di Stefano. Dal comando provinciale fanno sapere che nel corso del blitz è stata sequestrata documentazione probatoria utile ai fini investigativi, ma anche la somma in contanti di 8.000 euro, ritenuta provento dell'attività illecita.

Concetto Mannisi
La Sicilia
18/09/2013

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