Anime in guerra. Tutta quell'acqua di Luigi Bernardi a Interminati Spazi

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Con questo romanzo Luigi Bernardi racconta di una realtà possibile, anzi attuale, quella in cui vige una guerra perenne, moderna. Cioè la nostra...

Quelle
che Bernardi tratteggia lungo “Tutta quell’acqua” sono esistenze sfocate,
vite distopiche: forse sono noi in un altro momento, in un mondo parallelo ma
assai possibile. Anzi possibilissimo, visto che ad intrecciare le storie di
Vanni e Bianca, i due protagonisti, incombe una guerra dal sapore kafkiano:
presente eppure distante; forse è la vera protagonista del libro.

Non so se è
possibile leggere attraverso quella guerra questa attuale una
guerra mascherata da libertà duratura che l’ordine mondiale sta imponendo con
una determinazione senza precedenti; una guerra di dominio geopolitico
sistematicamente pianificata, e supportata da bombardamenti mediatici sempre più
raffinati: eppure credo che se ne avverta il sapore amaro lungo le pagine di
tutto il romanzo.

Una guerra
qualunque, come quelle attuali (mi viene da pensare agli scenari dell’Orwell
di “1984”), lontane e permanenti, vissute con la consueta indifferenza anche
se per bocca di Vanni, il protagonista, Bernardi è convinto che la “natura
riesce ad avere alla fine partita vinta” – quasi una riflessione leopardiana
– e che ben si lega con certe concezioni filosofiche care al protagonista:
Arial;color:black"> gli uomini, parte degli infiniti “modi” di manifestarsi
della Natura, sono essi stessi Natura e, perciò, sottoposti alle leggi del
cambiamento, anche se la guerra non è una mutazione naturale. (pag. 95).


Se dovessi
afferrare il senso di tutto il libro per immagini penserei ad uno scatto di
Robert Vizzini: il fotografo delle onde notturne, dei cieli indecifrabili
attraversati da una luce o da un graffio. Penserei a quelle immagini che pur
nella loro fenomenologia evanescente, assorbono e lasciano il segno.

Si perché di
esistenze grigie si tratta, di apparentemente vinti dalla quotidianità. Vanni
ed Bianca sono individui schivi, a loro modo timidi.

Eppure nella
prima lunghissima e concitata prima sequenza – il libro potrebbe benissimo
essere la sceneggiatura di un film o di un fumetto – ci sono immagini che
restano, che anticipano e che connotano il senso di tragedia immanente: le lame
di gelo che tagliano il viso di Vanni accomunate al taglio del macellaio, per
esempio.

Lui professore
di Filosofia in un liceo della città, un gaijin dall’”equilibrio
stizzoso”, più vecchio di quello che in realtà è; adombrato e schivo, un
uomo scoordinato, che non riesce a stare al passo dei ritmi che la guerra ha
imposto, avverte “un miscuglio di smarrimento, perplessità, blanda
irritazione”.

Vanni è uno strambo, che passeggia di notte nel parco della sua casa, unica
compagnia quella dei suoi gatti, che come loro vuole bastare a se stesso; che
sperimenta quotidianamente una ricetta particolare per i suoi caffè; un uomo
nel quale poco a poco, come una chiazza che si allarga in maniera
impercettibile, si è imposta la “filosofia della sottrazione” o del non
coinvolgimento: una sorta di pratica dell’indifferenza umana. Eppure è uno
stile in contraddizione con la sua formazione filosofica, con la pratica stessa
della filosofia – che è una pratica della liberazione e della comprensione
del mondo – in contraddizione anche con Spinoza il filosofo preferito di Vanni
esempio della necessità di una speculazione che sa farsi anche prassi: e non è
un caso che anche Vanni come Spinoza è un uomo pratico. E forse è questa la
molla che una mattina lo spinge a lasciar perdere la scuola per inseguire due
ladruncoli appassionati di goriziana, e a recuperare la borsa della ragazza
scippata e che improvvisamente “gli assorbe i battiti del cuore”; che Vanni
segue in ospedale poi fino a casa

.
E’ l’inizio
di una legame inaspettato – Vanni tenta di rimettere insieme il puzzle della
vita di Bianca, la va a trovare in ospedale, si presta addirittura, sotto il
consiglio del medico di prendersene cura, di accoglierla, pur tentennante, in
casa sua, colpito dal “lampo sottile dei suoi occhi”.

Anna – i cui
soliloqui frammezzano quelli di Vanni e che anche nel segno della scrittura
appaiono diversi – è stata invece toccata dalla guerra.

Lei solitaria,
“diversa” - difficile dice lei stessa - una straniera alla vita,
segnata nel corpo e nell’animo da un evento che l’ha sconvolta e che la
costringe a temere l’acqua, anzi “Tutta quell’acqua” in una formula
ripetuta quasi anaforicamente e che pare evocare, sfiorandola, la “morte per
acqua” di Eliot.

E’ una donna insicura – e chi non lo è? – che non trova il caldo nemmeno
in fondo alle tasche del cappotto, i capelli troppo corti, denti bianchi, un
uomo già scomparso dalla sua vita, un incubo troppo ricorrente, con una borsa
piena di medicine e di ritagli di giornale.

Il loro è un
rapporto discreto e fortissimo allo stesso tempo: come se insieme potessero
riuscire a cacciare l’angoscia della guerra con il reciproco tentativo di
consolazione. I due andranno in giro insieme, conosceranno gli scippatori, li
sfideranno a boccette, cominceranno a sentirsi insieme: necessari quasi l’uno
dell’altra. E’ un incontro che pare azzerare il bisogno di sottrazione e che
innesca invece la voglia di aggiungere che finalmente distilla una carezza, un
bacio, un abbraccio. “L’amore – pensa Vanni – è il contrario della
sottrazione – perché aggiunge soltanto, dopo pensa che non è così, anche
l’amore toglie, … non è pensato per essere pensato, è fatto per essere
vissuto”

In questo
contraltare di vite c’è un contraltare di scritture e di emozioni, di
esperienze e di visioni del mondo narrativamente rese con la tecnica dello
straniamento; lo stesso episodio è cioè soppesato dai diversi modi di
approcciare la realtà di Vanni e Bianca: un realtà connotata da un paesaggio
umano e fisico esatto, quasi darwininano. Quando quell’acqua pare essere
finalmente assorbita ecco invece improvvisamente trasformarsi in sangue,
quell’acqua precipita diventa fiume impetuoso, tempesta: e nulla sarà più
possibile.

Segnati dalla
loro connaturata fragilità, questo episodio marcherà
il tentativo di un ricominciamento
che si svela dunque impossibile.

Distrutti
dalla loro consapevolezza – “due persone a metà non ne fanno una intera”,
conclude Vanni – il romanzo si avvia verso un finale davvero sconvolgente e
crudele cui fanno da ossimorica colonna sonora forse la voce di Teresa Salgueiro,
forse le parole arrocate di Tom Waits, forse le ballate struggenti di Van
Morrison, sullo sfondo dei bagliori netti dei bombardamenti e di una guerra
sempre più presente.

In uno degli ultimi capitoli c’è un accenno, non certo casuale, ad una
lezione di filosofia di Vanni che afferma sommariamente che “secondo Spinoza
il vero fine dello stato è la libertà”.

Questa è una delle mine disseminate lungo il romanzo: è una sorta di chiusura
del cerchio su quello che è stato detto o pensato sulla guerra nel libro.
Infatti di quale Stato e di quale Libertà si può parlare? Non certo quella che
vive il protagonista o quella enduring propugnata da Bush…

Il fine dello Stato – dice Spinoza – è quello di garantire che la mente e
il corpo degli uomini adempiano con sicurezza la loro funzione, che essi si
servano - come scrive nel “Trattato teologico-politico - della libera
ragione”. Qui Bernardi pare leggere nella storia quella filosofia della
sottrazione che è la caratteristica di Vanni e al contempo fornirci la misura
della sua sconfitta: in quel mondo la ratio non è più possibile.

La sottrazione
devastante e definitiva, - “la materia impone una conclusione” aveva detto
Vanni, una piccola profezia - connota l’introspezione psicologica del dolore
di cui Bernardi è stato capace pur costruendo la sua narrazione con un
linguaggio apparentemente piano, quasi anonimo. In realtà il suo è un modo
singolare di controllare il lessico e il plot – che verghianamente – sembra
quasi farsi da sé. Un omaggio indiretto a quell’intelligere spinoziano
che la guerra e la tragedia tradiscono.

Giuseppe
Condorelli





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