Alle Ciminiere l'Antologica di Felice Casorati

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Il giudizio dell'artista Natale Platania, docente di Plastica Ornamentale presso l'Accademia di Belle Arti di Catania: "Ho sempre definito Casorati un pittore che dipinge la scultura policroma, a volte in senso dispregiativo, decorativo. Certo quando la scultura dipinta che intendo io diventa "corpi levigati" (come li definiva Camesasca) il giudizio cambia. Più interessante (ma è un periodo decisamente breve!!!)quando riesce a fondere la sua grande passione per Klimt insieme alla sua attività di creatore di costumi, da cui secondo me deriva l'attenzione alla terza dimensione".

Quaranta dipinti, una consistente
sezione di opere grafiche, di disegni e di alcuni inediti. E’ questo il corpus
dell’Antologica dedicata a Felice Casorati – la prima presentata
nelnostro Mezzogiorno – inaugurata ieri lungo i saloni della Galleria d’Arte
Moderna de “Le Ciminiere”. La kermesse, a cura di Giorgina Bertolini e di
Giovanni Iovane (gli stessi studiosi che hanno steso il contributo critico del
catalogo edito dai tipi della Silvana Editoriale), è stata organizzata
dall’Assessorato ai Beni Culturali e P.I. della Regione Siciliana e della
Provincia Regionale di Catania e dall’Azienda Provinciale del Turismo del
capoluogo etneo. Il taglio non è monografico, bensì quello “filologico”
utile a documentare cronologicamente le tappe della produzione di un individuo
che ha segnato profondamente la storia artistica e l’avanguardia intellettuale
italiana, almeno quella successiva al primo dopoguerra. E’ infatti a partire
dagli anni Venti che l’avvocato Casorati, ormai trasferitosi a Torino, supera
la ricerca cromatico lineare - vicina al figurativismo idealizzante – e
coniugata ai modi dello Jugendstil, per transitare ad una pittura metafisica,
sostanziata pero dal “classico” riferimento all’immagine, in lui
severamente e semplicemente innestata in spazi cubici fortemente delimitati
anche dalle proporzioni cromatiche. Questa austerità lo ha reso, a suo stesso
dire, “pittore matematico”, definizione che se da un lato serve a
sottolineare la prestigiosa eredità degli antenati “matematici”, sostanzia
dall’altro quella che lui stesso definì “ordine scientifico della (mia)
pittura, ovvero della luminosa razionalità”; la stessa che lo spingeva
“verso l’estrema definizione, come è nei filosofi, nei matematici e in
taluni musicisti”.
Ecco perché il ritorno alla figura umana appare come il
tratto decisivo della pittura di Casorati che però non disdegnò di praticare,
con risultati altissimi, anche la “natura morta”, (sotto)genere capace di
esprimere le architetture più complesse dei sentimenti e di liberare una
funzione catartica: “Ho potuto riconciliarmi con la pittura – scrisse
infatti Casorati – dipingendo una scodella, un uovo, una pera”. Una presenza
di oggetti ricorrenti che spesso li ha giustamente accomunati alle
“bottiglie” di Morandi o alle “piazze” di De Chirico. L’equilibrio
dunque tra oggetti (ed il loro valore ossessivo) dotati di senso emotivo e le
“cose” utilizzate nella struttura di una composizione, trova la sua
espressione più forte nelle scodelle e nella donna della tempera
“L’attesa” (1918-19), giustamente celebre anche per i non addetti ai
lavori per essere stata utilizzata, e non a caso crediamo, come copertina di
“Diceria dell’untore” di Gesualdo Bufalino: un romanzo cioè a lungo
“dimenticato” nel cassetto e che, a dire dello stesso scrittore comisano,
aveva atteso la fine della “glaciazione neorealista” per vedere la
luce. Dunque è la “poesia delle cose immobili” a segnare l’opera di
Casorati, una concezione che - come annota giustamente Giovanni Iovine – “ha
assonanze con le poetiche crepuscolari di Corazzini e di Govoni e con la dolce
malinconia che partorisce le cose belle
di Leopardi e di Rousseau”. Ma è
un parto segnato in Casorati da una melanchonia di fondo - “Ma io sono,
confessava, fiacco ed inerte e, mentre penso di fare passi da gigante, me ne sto
sonnecchiando, sdraiato su una poltrona, sotto il peso di un male insanabile,
rabbrividendo allo sguardo delle figure da me dipinte” – una melanconia che
per certi versi è anche strutturale, inquadrando buona parte della produzione
di Casorati nell’indice dei quadri sbagliati: “La povertà di
risonanze - aveva scritto l’amico Gobetti (che per lui scrisse la prima
monografia) a proposito del mantegnano “Maria Anna De Lisi” - è più un
annuncio che una attuazione di unità”. Anche
se a partire però dagli anni ’30 l’algido spleen delle sue opere si
stempera grazie a nuove suggestioni interiori - rintracciabili anche in
“Taormina” un olio su tavola di compensato (presente alla mostra) - da
“Brocca e chitarra” (1926), fino a “Giovinetta” (1922), la sua pittura
rimane concentrata su inquietudini abissali.
Così, per decenni, e fino alla
morte nel 1963, Casorati pare dipingere lo stesso quadro, in una sorta di gioco
di specchi su cui ha indagato proprio la Bertolino nel suo contributo: così
nell’”Autoritratto” (1960) lo specchio apre un varco, “una sorta di
camera ulteriore, in una pittura-pensiero che si fa per aperture e per strati,
per ordini e per rischi”. La mostra (9.15-13.00-15.30/19.30 escluso i martedì)
rimarrà aperta fino al prossimo 19 gennaio.

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